Il Tirreno

Livorno

Eriko e il suo Giappone sulle colline livornesi

di URSULA GALLI
Eriko e il suo Giappone sulle colline livornesi

Livorno, cresciuta nel funky-pop traditional art di Tokio ha eletto da oltre 15 anni la città come nuova patria. Qui si divide tra pittura, scultura e tante attività lavorative

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di URSULA GALLI

Sarà la suggestione, probabilmente. Ma la piccola casa-atelier al Savolano circondata da alberi in fiore, dove vive Eriko Furukawa, sembra uscita da un cartone animato dello studio Ghibli.Un angolo di Giappone misteriosamente spuntato sulle colline livornesi, con ideogrammi sulla porta di ingresso a significare "benvenuti", e alle pareti tante tele e cartoni da cui spuntano campanelle giapponesi e figure stilizzate in kimono, strisce in inchiostro nero sumi, ma anche messaggi come "Let it be", in un disordine creativo e molto bohemien, tra tazze di tè verde, un pianoforte in giardino, fiori di pesco in un vaso, un gatto giallo su una sedia. Eriko è una artista cresciuta nel funky-pop traditional art di Tokio, ma che ha eletto da oltre 15 anni Livorno come sua nuova patria. Qui vive e lavora, dividendosi tra la pittura/scultura e tante attività lavorative: cuoca, anche a domicilio, specializzata nella cucina giapponese, animatrice per bambini, massaggiatrice "che sblocca energie". Si definisce pacifista e anti-capitalista.

Eriko, com'è che le è capitato di stabilirsii proprio a Livorno?

«Quando avevo 19 anni, andai a fare una vacanza studio in Inghilterra. Nella famiglia che mi ospitava c'era una "bimba" livornese, con la quale ho stretto una grande amicizia. Lei successivamente è venuta a trovarmi a Tokio, io sono venuta a trovarla a Livorno. E qui è scattato qualcosa: camminavo in piazza della Repubblica, e pensavo: "Questa è la mia città, voglio far parte di questo popolo"!».

Ma è dovuto passare del tempo prima che decidesse di trasferirti qui...

«La mia vita era in Giappone. Mio padre era un imprenditore nel business del legname, ma era anche un apprezzato fotografo. Mia madre era figlia di un maestro d'arco tradizionale. Una famiglia stimolante, ma anche difficile. Il matrimonio tra i miei genitori era combinato, come si usava allora, non mi sono mai sentita figlia dell'amore, in più per il fatto che ero la primogenita femmina, in famiglia quando sono nata si piangeva, perchè non ero maschio. La mentalità era molto chiusa, io volevo essere libera, indipendente, e volevo essere un'artista».

Hai studiato arte?

«In realtà ho studiato storia dell'arte. All'università ho conosciuto un ragazzo, mi sono sposata, poi ho divorziato. La famiglia di mio marito era importante, il padre aveva la più grande pasticceria di Tokio, per un po' ho lavorato lì.Poi ho lavorato nella ditta del babbo, ma avevo tanto desiderio di arte. Ho fatto qualche mostra, anche mio padre fotografo ne faceva, ed era molto competitivo, mi diceva sempre che aveva venduto tutte le sue opere. Non ci andavo d'accordo. E sempre di più desideravo vivere in Europa. Quindi a un certo punto ho lasciato tutto, ho viaggiato in America, in Inghilterra, e alla fine sono venuta a Livorno, senza sapere niente, e non me ne sono più andata. Livorno mi piace, la sento mia. Qui 15 anni fa è nata anche mia figlia, Tama».

Che cosa vuol dire per lei essere artista?

«Qui mi dicono: "Dè, a Livorno siete tutti artisti". In effetti si respira molta arte, sono amica di tanti artisti livornesi, non perchè sono famosi, ma perchè mi sento in sintonia con loro. Della mia arte parlo con difficoltà. Mi piacciono i materiali portati dal mare, ho dei carboncini trovati sulla spiaggia con cui disegno, lavoro con cartone,corde,legno. I materiali di riciclo creano un passaggio di energia tra cosa e cosa, cerco di sviluppare il concetto di passivo-positivo. Certo, le opere vanno viste più che raccontate - dice mentre mostra i suoi lavori - questa è la favola della cicala e della formica riprodotta in una scatola di Coca Cola, una favola su cui ho riflettuto a lungo. Questo è un quadro che ho fatto dopo la catastrofe di Fukushima, un'opera che puoi guardare da diritto e da rovescio, e l'ho fatta così dopo essermi accorta che in occidente, in mostre e musei le opere giapponesi o cinesi spesso vengono appese per sbaglio al contrario. E poi molte mie opere nascono da sogni: io sogno molto.

Quali artisti le piacciono, o l’ hanno influenzata?

«Mi piace tantissimo Folon, avrei voluto conoscerlo. Anche Yoko Ono, Yayoi Karma, Taro Okamoto,Taikan».

Lei è anche maestra di sushi ed esperta di cerimonia del tè.

«Sono molto impegnata sia come cuoca che come insegnante di cucina e filosofia gastronomica giapponese, talvolta mi chiamano per la cerimonia del tè quando c'è qualche iniziativa di cultura giapponese, ma faccio anche molte altre cose, laboratori ludico-artistici e arte terapia con i bambini, per esempio. Mi piacerebbe in futuro anche organizzare viaggi in giappone«.

La cultura giapponese e quella italiana sono molto distanti. Non sente la nostalgia del tuo paese?

«Mi sento molto fortunata di essere qui e di far crescere mia figlia qui. Il sistema dell'istruzione è molto buono, qui tutti ne parlate male, ma invece per chi ha voglia di andare avanti e concentrarsi nello studio ci sono molte opportunità. Gli studenti italiani sono preparati e molto ricercati nel mondo.E poi qui sulle colline livornesi ho trovato libertà e pace, un mio mondo armonizzato con la natura, molto simile al quartiere fuori Tokio dove vivevo. Io sono molto influenzata dallo shintoismo.Provo un senso di paura e angoscia in pianura,invece qui in collina, con l'aria che arriva dal mare poco distante, il rumore del fiume alle mie spalle, sono felice».

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