Il Tirreno

Livorno

La regista livornese Livia Giunti realizza il documentario su Piergiorgio Welby

di Ursula Galli
Livia Giunti insieme a Mina Welby
◗
Livia Giunti insieme a Mina Welby

Livorno, si intitola “Love is all” il lavoro, l'autrice: è un autoritratto che racconta la sua vita

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. A dieci anni dalla morte di Piergiorgio Welby, il 4 marzo è partita in Parlamento l'esame della proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia. E' la prima volta nella storia italiana che si affronta in sede legislativa questo difficile e delicato tema.

La proposta di legge è quella a cui lavorò negli ultimi due anni della sua vita, insieme a giuristi e medici, proprio Welby, l'artista e intellettuale romano malato di distrofia muscolare progressiva che, nel 2006, espresse, in una lettera aperta al presidente della Repubblica, la speranza che fosse concessa, a lui e a tutti i malati incurabili italiani, la stessa opportunità di scegliere di interrompere le terapie. Opportunità che avevano già allora i cittadini svizzeri, belgi, olandesi, e che ora hanno in tutta Europa (Serbia, Croazia, Bosnia, Grecia, Romania, Polonia, e appunto in Italia, dove l'eutanasia è ancora considerata omicidio).

[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:tempo-libero:1.13114583:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.13114583:1652175379/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Piergiorgio Welby, che tutti ricordiamo, nelle drammatiche immagini dei Tg, immobilizzato in un letto, tenuto in vita da un respiratore, il volto sformato ma con gli occhi mobili e e frenetici come uccelli tenuti in gabbia, è il protagonista dello splendido documentario realizzato da una giovane regista livornese, Livia Giunti, insieme a Francesco Andreotti. Titolo, Love is All. Piergiorgio Welby, Autoritratto".

Trentanove anni da compiere, Livia Giunti ha presentato la sua opera, già molto elogiata al Festival dei Popoli, qualche sera fa, anche nella propria città, al circolo Kinoglaz,teatro Il Grattacielo.

Il documentario, con taglio artistico, mischia sapientemente,con grande gusto e raffinatezza, le tante tracce lasciate da Welby: gli innumerevoli scatti e autoscatti i suoi quadri, gli sgranati filmini di famiglia in Vhs anni '80. Non è un film sulla morte di Welby, ma per la prima volta, racconta la sua vita.

. Livia Giunti ne parla al Tirreno. Prima di tutto, per capire chi è la protagonista ci fa un accenno alle "radici" livornesi e com'è nata la passione per il cinema?

«Elementari al Sacro Cuore di via Cecconi, medie alle Micali, liceo scientifico "Enriques", e poi a Pisa laurea in lingue (ma alla facoltà di Lettere) dove ho scelto un percorso storico artistico con particolare approfondimento sul cinema. Un dottorato di ricerca in Storia delle arti visive e dello spettacolo, un corso intensivo di documentarista a Parigi agli Ateliers Varan. Poi diversi documentari e cortometraggi, sia come regista che come produttrice».

[[atex:gelocal:il-tirreno:site:1.13114573:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.13114573:1652175379/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Come si è avvicinata al genere del documentario?

«Del cinema documentario in particolare mi appassiona da sempre la possibilità che si ha di mostrare contemporaneamente due percorsi: quello del soggetto che si racconta e quello della persona che ha deciso di raccontare quel soggetto. L'aspetto soggettivo e il punto di vista dell'autore sono gli elementi che rendono ricco e appassionante il racconto del cinema del reale».

Com'è nata l'idea di questo documentario su Welby?

«Assolutamente per caso. Nel dicembre 2006 io e Francesco stavamo preparando con un amico ornitologo un documentario sui falchi che abitano i cieli di Roma. Ci siamo imbattuti in un blog di bird-watchers di cui animatore era stato, fino a pochi mesi prima, Piergiorgio Welby, da poco scomparso quello stesso anno. Inchiodato nella sua stanza nel quartiere di Cinecitttà, Welby seguiva grazie a delle webcam (le sue finestre sul mondo) il volo degli uccelli, e poi scriveva, aiutato dalle tecnologie e dalla moglie, pensieri, impressioni. Leggendo i suoi scritti, e incontrando la moglie Mina, che ci ha spalancato la porta della loro casa, siamo rimasti assolutamente fulminati da questa personalità così profonda e vitale, tanto da decidere di cambiare i nostri progetti. L'idea del documentario sui falchi si è persa, ed è nato il progetto sul film su Piergiorgio Welby».

Più che un ritratto, un "autoritratto", come dice il sottotitolo del documentario.

«Sì, si tratta quasi di un autoritratto di una persona di grande intelligenza e lucidità, che consente di capire come Welby sia arrivato ad una scelta tanto drammatica, di "disobbedienza civile" come quella della "desistenza terapeutica" o "rifiuto dell'accanimento terapeutico" ,che tanto scalpore provocò nel nostro Paese, in un dibattito politico scomposto e a tratti molto offensivo nei confronti suoi e della sua famiglia».

Cosa racconta nel film?

«Il film è il tentativo di raccontare la sua vita dal suo punto di vista, come se fosse lui stesso a riprendersi. Del resto la sua propensione ad auto-rappresentarsi era molto forte. Ne viene fuori il ritratto di una persona che amava la vita, l'amore, e non la morte, non era un "depresso" come lo descrivevano alcuni politici. E tantomeno era una persona abbandonata dalla sua famiglia. Difficile vedere persone più attente al loro caro che soffre, non ripiegati in loro stessi, ma aperti agli altri».

E' stato un lavoro molto lungo?

«Lunghissimo. La fase preparatoria è durata anni. Mina Welby continuava a tirare fuori scatole di documenti e noi li abbiamo studiati e catalogati. Non sapevamo più, ad un certo punto, se saremmo approdati a qualcosa, invece ce l'abbiamo fatta. L'idea ora è di non far finire qui il lavoro su questa persona»

C’è l’idea anche si un altro lavoro.

«Vorremmo lanciare un secondo documentario da mettere in rete, interattivo, con dei percorsi di approfondimento alla vita e all'opera di Welby».

Che cosa le ha lasciato l'incontro con la figura di Piergiorgio Welby?

«Mi ha lasciato tantissimo. Intanto la sua famiglia, la moglie Mina in primis, è diventata quasi la mia seconda famiglia, una famiglia di persone profonde, calde, accoglienti. In secondo luogo mi ha dato una consapevolezza su temi che prima sentivo vicini, ma che mi turbavano molto, quasi un tabù: la malattia, il diritto di autodeterminarsi, anche di scegliere la morte».

Ritiene che la battaglia di Welby e della sua famiglia sia servita? L'Italia è andata avanti sui temi dei diritti civili e in particolare sul diritto a quella che con un eufemismo chiamiamo la "buona" morte?

«Se penso che per fare arrivare la legge Welby in Parlamento ci sono voluti dieci anni mi verrebbe da dire di no (mentre parliamo arriva la notizia che non vi sarà in parlamento un calendario dei lavori stringente per l'esame della proposta di legge di iniziativa popolare in materia di eutanasia. La proposta non sarà esaminata a marzo (n.d.r).

Cosa pensa della società italiana?

« In realtà sono convinta che la società italiana sia andata molto più avanti delle sue istituzioni, politiche e religiose. La gente sente come fondamentali questioni come le cure palliative, l'interruzione dell'accanimento terapeutico e il suicidio assistito per i malati incurabili. Lo prova la facilità con la quale sono state raccolte centomila firme per proporre la legge di iniziativa popolare che porta il nome di Welby».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web