Il Tirreno

Livorno

Giulia Aringhieri, il coraggio oltre la rete e la chiamata alle Paraolimpiadi di Rio

di Gianni Tacchi
Giulia Aringhieri
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Giulia Aringhieri

Livorno, la malattia non ferma la giovane atleta livornese affetta da sclerosi multipla: per lei si è aperta la Nazionale di volley seduto

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LIVORNO. «Ho conosciuto il dolore e l’ho preso a colpi di canzoni e parole». Canta così, Roberto Vecchioni, ricordando la sua lotta contro un maledetto tumore. Potrebbe cantare così, Giulia Aringhieri, 29 anni a maggio e una battaglia contro la sclerosi multipla: per lei, le canzoni sono le urla sul parquet durante una partita di pallavolo, mentre le parole sono quelle d’amore del marito Marco Voleri, tenore affetto dalla stessa patologia. «Prima di incontrarlo – confessa Aringhieri – solo la mia famiglia sapeva della sclerosi. Lui mi ha dato la forza per uscire dal guscio. D’altronde io sono Giulia, con o senza la malattia». Ma soprattutto con una voglia incredibile di non mollare la sua più grande passione, la pallavolo. I suoi sintomi, «per ora sopportabili», le permetterebbero di giocare anche con le normodotate, ma da un paio di mesi ha iniziato un nuovo percorso con la Nazionale femminile di sitting volley, sport che a livello agonistico esiste solo per persone con disabilità: atlete per terra, rete più bassa e regole simili a quelle della pallavolo classica. Dopo due amichevoli vinte con la Croazia, la Aringhieri è stata convocata per il torneo di qualificazione per le Paralimpiadi di Rio 2016, in programma a settembre. Così giovedì prossimo sarà ad Anji, in Cina, «per un sogno diventato realtà».

Dalla paura all’amore. Ma per capire la sua storia bisogna premere il tasto rewind e tornare al 2008. Giulia è una ragazza di 21 anni, studia per diventare infermiera e gioca a pallavolo, girando tra le squadre della zona e toccando anche la Serie C. Un giorno, però, arriva una diagnosi sconvolgente: sclerosi multipla, malattia cronica e neurodegenerativa senza una cura. «Crollai – racconta oggi – non sapevo neanche cosa fosse. Decisi di non raccontare niente a nessuno e di continuare a giocare nella mia squadra, tanto dall’esterno non si capiva. Sentivo però il peso della malattia, non volevo accettarla… La pallavolo mi ha comunque aiutato a reagire, dimostrare a me stessa di essere all’altezza delle altre ragazze è stato fondamentale nei primi tempi. Come la laurea, un traguardo che non pensavo proprio di tagliare».

Poi l’incontro con Voleri, nel 2013. «Ci siamo conosciuti a Tivoli, a un convegno nazionale dell’Aism (Associazione Italiana Sclerosi Multipla, ndc): lui l’ospite d’onore, io con l’ente provinciale. Prima una bella amicizia, poi l’amore. Il paradosso è che è stata proprio la malattia a farci incontrare, a unire i nostri destini. Io stavo iniziando a parlare della mia situazione, lui mi ha dato la spinta decisiva. E così ho fatto outing». «In realtà non era convinta di me proprio a causa della patologia – interviene con il sorriso Marco, qualche giorno fa ospite della trasmissione "I Fatti Vostri", su Rai 2 – per lei era un problema in più, per me uno in meno. Beh, ho vinto io…».

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Il matrimonio e un figlio. I mesi successivi sono da film: le paure condivise, la voglia di raccontare la sua storia, le nozze e il regalo più bello, un figlio. «Sì, a giugno dello scorso anno è nato Andrea – racconta la Aringhieri – sono mamma, a volte non ci credo neanche io. Durante la gravidanza c’era un po’ di paura, perché le mie condizioni potevano compromettere la situazione, invece è andato tutto bene. Questa non è una malattia ereditaria, quindi non abbiamo avuto il minimo dubbio. D’altronde la nostra è una vita normale, solo con qualche attenzione in più: ci sono persone con sintomi più gravi, per ora i nostri sono leggeri. E poi insieme ci diamo forza contro questo scomodo compagno di vita». Tanto da metterlo nell’angolo, tanto da schiacciarlo. «A livello psicologico stiamo meglio, a volte ci basta uno sguardo per capire i bisogni dell’altro. Affrontiamo la quotidianità con un altro spirito rispetto a quando non ci conoscevamo, oggi le preoccupazioni si sono dimezzate».

E ora le paralimpiadi. Nella rinascita di Giulia ci sono anche battute, bagher, palleggi e schiacciate. Prima con le sue vecchie squadre, poi nel sitting volley. «Una mia amica mi ha fatto conoscere questa disciplina lo scorso anno, portandomi in una società di Pisa (Dream Volley). Mi è piaciuta subito e così ho iniziato. Poi è successo tutto in fretta, la Nazionale è arrivata grazie a un raduno di pochi mesi fa. Comunque per me è stato quasi come iniziare un nuovo sport: è vero che si gioca in 6 e il regolamento è simile a quello della pallavolo normale, ma è tutto un altro mondo per gli spostamenti e le tecniche. Questa è una disciplina recente, sbarcata da poco in Italia. E mi piacerebbe coinvolgere anche i normodotati, è divertente sotto ogni punto di vista».

Ma il presente parla delle Paralimpiadi di Rio, da conquistare tra una settimana in Cina. «Saremo lì fino al 23 – chiude – per noi la priorità è entrare nel ranking mondiale, arrivare in Brasile sarebbe un risultato meraviglioso. Comunque, al di là di come andrà, mi sento finalmente realizzata. Un figlio, l’amore, la Nazionale…». E quel dolore a cui ride in faccia. Anzi, ridono in faccia.

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