Il Tirreno

Livorno

La grande scoperta di Debora: la proteina anti-cancro

di Ursula Galli
Debora Angeloni (a sinistra) con Ivana Barravecchia
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Debora Angeloni (a sinistra) con Ivana Barravecchia

Livorno, la dottoressa Angeloni ha 50 anni e dirige i laboratori di Scienze mediche dell'Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa

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LIVORNO. Da bambina, nella sua casa alla Caserma Lamarmora, allevava girini, li osservava al microscopio-giocattolo e li ributtava nello stagno. Oggi dirige un gruppo di ricerca della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, che ha fatto una scoperta importantissima: una proteina che rende inattive le cellule tumorali. Una ricerca che porterà a progettare farmaci che bloccano le metastasi.

Lei si chiama Debora Angeloni, è livornese, classe 1966. Elementari alle "Micheli" di San Marco-Pontino, scuole medie al Sacro Cuore, superiori al Liceo scientifico "F.Enriques" di Livorno, si è poi laureata in Scienze Biologiche all'Università di Pisa, ha conseguito il dottorato di ricerca in Chemioterapia all'Università di Milano. Ha trascorso 5 anni negli Stati Uniti, come ricercatrice all'NHI Bethesda, dove avrebbe avuto la strada spianata come docente e ricercatrice universitaria, nell'ambito dell'oncologia molecolare, ma ha deciso di tornare per sposare il suo amore dei tempi dell'Università.

È diventata mamma di Riccardo, che ora ha 7 anni, ed ha ricominciato praticamente da zero come ricercatrice al Cnr e al Sant'Anna, sempre con contratti a tempo determinato fino alla stabilizzazione, a oltre 40 anni. Vive a Pisa.Oggi dirige i laboratori di Scienze mediche dell'Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, con cui è arrivata all'importante risultato. La ricerca è stata appena pubblicata sulla rivista scientifica internazionale "Oncontarget".

Sorridente e modesta ("Una grande scoperta? Diciamo che mi guadagno lo stipendio"), occhi scuri brillanti, una parlantina che incanta, Debora Angeloni racconta al Tirreno la sua storia.

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Debora, ci descriva meglio questa recente scoperta.

«Abbiamo verificato che l'eliminazione di una specifica proteina, Mical-2, rende inattive le cellule tumorali, evitando che si spostino verso i tessuti sani per colonizzarli. I risultati ottenuti suggeriscono come la proteina Mical-2 possa essere considerato un biomarcatore diagnostico nella progressione tumorale e come un possibile bersaglio terapeutico nella prevenzione del processo metastatico«.

Questo a che cosa porterà, come risultati pratici?

«Punteremo a progettare farmaci che possano bloccare la diffusione delle cellule tumorali. Una migliore comprensione dei meccanismi biologici che stanno alla base dello sviluppo metastatico consentirà di sviluppare trattamenti sempre più specifici ed efficaci. Certo, i tempi non saranno brevi».

Ci racconti di sé. In che famiglia è cresciuta? Com'era la Livorno che si ricorda?

«Una famiglia presente, mamma insegnante, babbo paracadutista, un fratello. Livorno una città calda e accogliente dove ho avuto tante amicizie, ma il mare e il vento sono il ricordo che mi si accende subito. E poi Livorno è Modigliani, il mio artista preferito».

Come e quando si è accorta di avere una passione per le scienze?

«Diciamo che è stata una vocazione spontanea. Mi piaceva tutto quello che riguardava l'ambiente. Collezionavo minerali e conchiglie, avevo un erbario, per catalogare piante e fiori….

Ci sono state persone che l'hanno aiutata, da bambina, a sviluppare le sue predisposizioni?

«Diciamo che nessuno mi ha ostacolata, anche perché le mie erano passioni "innocue". Non ho però avuto particolari input, il microscopio e il Piccolo chimico sono stati il massimo che ho avuto. I bambini di oggi in questo senso hanno più opportunità, si trovano giochi scientifici eccezionali (il kit del paleontologo, laboratori di scienze, a prezzi accessibilissimi), i musei hanno percorsi didattici».

Com'è stata l'esperienza americana? Aspetti positivi e negativi? Rimpiange di essere tornata indietro?

«A Washington sono arrivata per caso, facevo il dottorato a Milano quando una ricercatrice rientrata dagli Usa mi ha detto che là cercavano persone. Ho colto l'opportunità al volo, anche perché lì mi era data la possibilità di studiare la biologia del cancro, che è il mio vero interesse. Tornata in Italia per molto tempo mi sono dovuta dedicare alla biologia vascolare, prima di poter tornare all'oncologia. Lo studio di cui parliamo oggi è potuto partire quando ho avuto un mio finanziamento personale. Ma il punto non è quello: in America la chiamata alla presa di responsabilità arriva all'età giusta, qui prima di avere una responsabilità, ma soprattutto uno stipendio che ti permetta di sopravvivere con la ricerca si superano i 40 anni. Io un contratto a tempo indeterminato l'ho avuto a 42 anni, e ho dovuto faticare molto».

E' vero che poteva essere "Astro-Debora"?

«E' vero, ho partecipato al concorso del 2008 per astronauti dove è stata selezionata Samanta Cristoforetti, Astro-Samanta.. Ma aspettavo mio figlio, mi sono presentata alla selezione con il pancione, non era proprio il momento migliore (ride). Comunque anche quello è un settore in cui credo molto, un altro progetto sviluppato alla Scuola Sant'Anna è intitolato "Effects of Space flight on endothelial function",selezionato dalla European Space Agency ed è teso a determinare gli effetti del volo spaziale sulle cellule che rivestono i vasi sanguigni. I danni alla salute causati dal restare in assenza di gravità mimano, provocando una sorta di accelerazione, patologie degenerative e dell'invecchiamento riscontrate sulla Terra. Caratterizzare tali danni potrebbe portare a creare strumenti di prevenzione e cura importanti non soltanto per gli equipaggi aerospaziali, ma anche al comune cittadino aggredito da patologie degenerative e dell'invecchiamento.

Com'è la situazione della ricerca in Italia? Di cosa ci sarebbe bisogno?

«Mi dispiacerebbe passare per una che vuol salire in cattedra ma bisogna dire che l'Italia deve migliorare. Un laureato oggi è costretto ad andare all'estero. Occorre creare opportunità, per chi è qui, per chi è fuori e vuole tornare, anche per i freelance. I ricercatori, anche con alto livello di specializzazione spesso si trovano in condizioni di precariato assoluto. Questo non aiuta le persone a fare scelte di vita, e nemmeno lo sviluppo del nostro paese».

E' più difficile per una donna farsi strada nel mondo delle scienze? Consiglierebbe comunque a una ragazza di seguire il suo percorso?

«Non sta a me dire che l'Italia non è un paese per donne, ma è così. Se non avessi la mia mamma, Enrica, che mi ha aiutato tantissimo con mio figlio, non potrei fare quello che faccio, tanto per dirne una. E poi, appunto, sono pochi i riscontri di tipo economico, non si valorizzano l'autonomia e la creatività, ci vuole una grande quota di entusiasmo personale. Ma comunque consiglierei assolutamente a una ragazza che ha questo tipo di vocazione, di provarci. Mai rinunciare in partenza, il dolore di non averci provato sarebbe troppo grande».

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