Il Tirreno

Livorno

Gli orrori di Mauthausen e l’incredulità degli alunni delle quinte elementari

Laura Geloni racconta ai bambini il dramma del padre Italo dalle torture ai campi di concentramento dei nazisti

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LIVORNO. Ripercorrere attraverso un racconto lucido ed insieme appassionato e commovente, la storia della deportazione di suo padre. È Laura Geloni che, ieri mattina, in occasione della settimana della memoria, presso l’auditorium Pamela Ognissanti, di fronte a circa cento alunni delle quinte elementari delle zone nord di Livorno, riporta gli orrori vissuti dal padre, Italo Geloni, portato prima nel campo di concentramento di Hersbruck poi a Mauthausen infine a Dachau.

Laura Geloni spiega: «La differenza tra testimonianza e storia è che la testimonianza passa attraverso il cuore, non è un ragionamento o un racconto sterile; porta a riflessioni che interferiranno nelle scelte della vita. Incontri come oggi servono agli adulti, così che riconoscano certi segnali e non voltino le spalle, come l’indifferenza degli italiani di fronte ai campi di concentramento».

Proveniente da una famiglia antifascista e progressista, Italo Geloni cresce maturando un forte dissenso nei confronti di uno stato, una dittatura in cui non si riconosceva: quella fascista. L’8 settembre del 1943, Geloni entra a far parte della Resistenza, aveva circa diciotto anni, cercando di scovare informazioni dai nazisti in città e facendo documenti falsi. Venne scoperto e il 2 luglio 1944 è arrestato e torturato per estorcergli informazioni. Dopo settimane viene deportato in uno dei quattro campi di transito in Italia, isolato in una baracca con la lettera “E” dove recludevano i prigionieri sovversivi.

Da qui caricato in un vagone per bestiame, stipato assieme a 436 persone, e portato al campo di concentramento di Flossenburg: viene denudato, depilato in tutto il corpo, umiliato, picchiato e lasciato così per giorni nel piazzale.

L’intento era quello di far perdere il senso di essere una persona: distruggere la personalità dell’uomo e trasformarlo in una macchina. Italo Geloni è il Triangolo Rosso IT 21569; deportato perché oppositore polito. Poi traferito ad Hersbruck dove creò un comitato di solidarietà clandestino che venne scoperto, e per questo in duecento vennero portati dalla Compagnia di Disciplina a Mauthausen per una punizione esemplare.

Dopo diciotto giorni di quei duecento, a Hersbruck tornarono solamente in cinque. Non appena Himmler capì che la guerra era ormai perduta, ordinò di distruggere tutto ed uccidere tutti. Circa 8 mila prigionieri di Hersbruck nella marcia della morte verso Dachau. A Dachau ne arrivarono solamente 236. In tutto 30 baracche, e mano a mano che si saliva nel numero della baracca verso il 30, si era prossimi alla camera a gas; Geloni viene risistemato nella baracca 29 per ben tre volte, grazie al comitato di solidarietà.

«La memoria di babbo si ferma il 27 aprile del 1945 quando entrò in uno stato di incoscienza. - racconta la figlia - Due giorni dopo, il 29, gli alleati lo liberarono e lo portarono in un ospedale da campo dove si svegliò l’8 maggio».

Quando Italo Geloni viene liberato ha circa vent’anni e pesa 28,3 kg. L’unico suo desiderio è tornare a casa, in Italia, dai suoi genitori. Prima deve però superare una prova di resistenza, che può apparire banale: salire e scendere tre scalini. Geloni con fatica riesce a salire i tre scalini ma non riesce a scenderli allora finge di inciampare e riesce così a superare la prova. Il 29 giugno del 1945 torna in Italia; un’Italia nuova, democratica e libera. «Mio padre per tutta la vita si è sentito cucito sul petto quel triangolo rosso; faceva parte della sua missione, del suo dovere raccontare la sua storia, raccontare che la nostra democrazia è costata la vita a migliaia di uomini».

“Ma questa storia è vera?”, chiede Lorenzo. Una domanda che dimostra l’incredulità nei volti dei bambini che non riescono a capacitarsi di quanto lontano possa arrivare la crudeltà umana. E si susseguono i “Perché ammazzavano gli altri uomini?”, “Perché i bambini non potevano rimanere con le loro mamme?”, “Perché bruciavano i libri?”. Tanti, tantissimi i perché che rimangono con imbarazzo in silenzio; nessuno in quella sala sa realmente darsi una risposta difronte a queste efferatezze. “Ma tutte queste sofferenze non sono servite a niente perché nel mondo queste atrocità ci sono ancora?” chiede giustamente Jacopo; una domanda che lascia gli adulti riflettere.

Carlotta Nigiotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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