Gioco
Terme del Corallo inghiottite da una giungla d'asfalto e mattoni
Dietro il restauro mancato, tanti errori e l’illusione di risollevare grandi aziende in crisi
LIVORNO. Le terme liberty del Corallo non portano la firma di un'archi-star: così come la Terrazza Mascagni, realizzata da Enrico Salvais con materiali di nulla (eppure affascinanti grazie all'alternanza fra il rigore della geometria bianconera di 34mila piastrelle e le linee tutte curve di balaustre, aiuole e 4mila colonnine), le "Acque della Salute" le ha disegnate Angiolo Badaloni, predecessore di Salvais alla guida dell'ufficio tecnico del Comune di Livorno, e autore anche del progetto del Mercato Centrale, oltre che della stazione ferroviaria e delle scuole Benci e Micheli.
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A riportare l'attenzione sullo stabilimento termale che fece di Livorno la "Montecatini al mare" è la presentazione del videodocumentario di Luciano De Nigris, videomaker che i lettori del Tirreno hanno imparato ad apprezzare sul sito del nostro giornale: in tandem con l'Ensemble Bacchelli. Appuntamento venerdì 5 febbraio aller ore 21 al Nuovo Teatro delle Commedie (via Terreni, zona Cisternone).
Tanto la Terrazza Mascagni così come le "Acque della Salute" sono diventati simbolo della città: e se della Terrazza è facile da capire (è diventato il luogo-chiave in cui si "riassume" il rito collettivo del rapporto dei livornesi con il mare), lo è un po' meno per lo stabilimento termale accanto alla stazione Fs. Sgarrupato, degradato, abbandonato, isolato: eppure è diventato l'idea-luogo del fascino che Livorno aveva. E che non ha più, come schizza fuori in una battuta fulminante di "Ovosodo", film-cult di Paolo Virzì: "Napoli, Berlino, Bucarest", dirà affascinato Tommaso (Marco Cocci) guardando le case popolari di Fiorentina, casermoni da neorealismo sovietico ma costruiti per mano del Duce.
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Curioso che sia la Terrazza che le terme liberty appartengano ai primi tre decenni del Novecento. Noi livornesi viviamo un curioso rapporto con la storia - e soprattutto la storia che si fa mattoni in architettura - da immaginarci che solo gli edifici del trapassato remoto abbiano dignità di memoria. Dev'esser per questo che, in mancanza di un bel ghirigoro di stradine medievali o d'una sventagliata di chiese almeno rinascimentali in centro, ci ripetiamo che "qui da noi non c'è nulla". Dev'esser per questo che si è alimentata una singolare vena neogotica sparpagliata un po' a caso fra vie e piazze della città (e, all'opposto, non sono mai state valorizzate le esperienze di razionalismo nei progetti degli architetti).
Ma le Acque della Salute sono anche l'emblema di quel che si doveva fare e non si è fatto. Bisognerebbe ricordarsi che l'area apparteneva alla Coca Cola, che aveva lì vicino un proprio magazzino. Per anni è andata avanti la solfa degli indici edificatori accresciuti sulla parte privata per dar modo di "pagare" l'intervento di restauro sulla parte pubblica. Anzi, a cavallo fra la fine degli anni '90 e l'inizio del decennio successivo, il Comune si inventò perfino l'idea di far scendere in campo l'Asa come regista pubblico dell'operazione di trasformazione che, d'intesa con un pool di privati, avrebbe recuperato le terme. Risultato: la parte privata ha portato a casa i [cento appartamenti che sono stati costruiti e venduti, l'interesse pubblico ha guadagnato un simpatico parchino che si dice sia costato 300mila euro ma si è giocato il jolly dell'intreccio con l'aumento degli indici edificatori in favore dei privati e ora, a meno di non sperare in qualche sceicco mecenate, le terme resteranno il monumento alla nostra incapacità come perenne monito. Distrutte, come appaiono nel video che accompagna il brano “La Bestoia” di Nada, un luogo da favola come lo ha definito lei ma anche da brividi, come tutti i luoghi che furono belli e che ora sono abbandonati.
Certo, quel cavalcaferrovia lì davanti alla facciata non aiuta. Paradossalmente però l'accesso in sopraelevata rende, agli occhi di chi vi transita, ancor più visibile il fascino discreto delle terme e il rimpianto per un'occasione gettata al vento. Del resto, bisognerebbe tener presente che negli anni ottanta un'arteria di uscita dalla città era necessaria. Proprio lì? Proprio così? Forse era inevitabile ma in realtà quel che ha pesato nella scelta è stato il bisogno di procurare commesse di carpenteria a grandi aziende livornesi in crisi. Di nuovo, c'è da chiedersi il risultato: Cmf e Officine San Marco hanno chiuso, le magagne sono rimaste sulla schiena della città (ricordate la scelta delle grandi travi per il nuovo palasport rimasto incompiuto per dieci anni?). Se alla fin fine Cmf e San Marco non sono state solo una Caporetto non lo si deve all'idea di sostituire con una iniezione di mercato pubblico (su decisione del Comune) al posto degli sbocchi che non ci sono più: è stato perché la Spil, che allora aveva idee e capaictà di regia, riusò le aree per far insediare una flotta di piccole e medie aziende (come alla Borma) e perché all'ex San Marco una generazione di imprenditori ha ripreso in mano la fabbrica, con altre produzioni e migrando a Tombolo.
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