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Igor Protti
L’intervista

Osvaldo Jaconi: «Dalle lacrime di Como al trionfo Igor, campione di un’etica unica»

di Flavio Lombardi
Osvaldo Jaconi: «Dalle lacrime di Como al trionfo Igor, campione di un’etica unica»

Il tecnico: «Viveva ogni partita con un coinvolgimento totale. Al primo incontro gli chiesi conto della squalifica, poi è nato un feeling speciale»

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C’è strazio a Civitanova Marche, dove da tempo immemore vive Osvaldo Jaconi, il tecnico che ha scritto una delle pagine più belle della storia amaranto riportando il Livorno in Serie B dopo trent'anni di attesa.

Il mister, oggi alle prese con qualche inevitabile acciacco dell'età e con un intervento in artroscopia al ginocchio che dovrà affrontare nei prossimi giorni, accetta di riavvolgere il nastro dei ricordi. E, inevitabilmente, il pensiero corre a Igor.

Il "Vodtz" parla del bomber con la lucidità di chi lo ha conosciuto ogni giorno, ben oltre il campo. «L'esperienza mi porta a dire una cosa: se vuoi vincere qualche volta, bastano i giocatori. Se però vuoi vincere spesso, ci vogliono gli uomini. Protti, era uno di questi».

Per l'allenatore nativo di Mandello sul Lario, non sono i numeri a dover raccontare chi fosse il Principe o lo Zar. «Come calciatore parlano già i fatti, parlano le statistiche. Non devo aggiungere né togliere niente. Ma chi ha avuto la fortuna di stargli vicino giorno dopo giorno, porta con sé qualcosa di diverso dalla semplice analisi dell'atleta. Era una persona con un'etica che oggi fai fatica a trovare. Era semplicemente diverso».

Il sogno infranto a Como

Tra i ricordi più forti resta la delusione della finale persa nel primo anno.

«Prima di tutto ce l'avevano azzoppato nella partita con l'Arezzo, in semifinale. A Como giocò praticamente solo un tempo perché non ce la faceva. Ma il ricordo che porto dentro è un altro. Finita la partita non trovavamo Igor negli spogliatoi. Lo cercavamo dappertutto. Si era chiuso in un bagno che piangeva a dirotto. In quel momento era svanito il sogno che stava accarezzando. Ci era arrivato vicinissimo, lo aveva però solo sfiorato, accarezzato».

Un'immagine che fotografa tutta la sofferenza di un uomo prima ancora che di un campione. E pensare che tutto parte dal loro primo incontro, che fu tutt’altro che semplice.

Il primo impatto

Si, perché l'allenatore ricorda anche il loro primo vero faccia a faccia, dopo essere stato ingaggiato dal Livorno. Jaconi, aveva ancora negli occhi il derby Livorno-Pisa dell'anno precedente, quando Protti, dopo un fallo non rilevato dall'arbitro, reagì venendo espulso e squalificato per dieci giornate, ridotte poi a sei: «La prima cosa che feci fu chiedere di parlargli. Gli dissi: Igor, ho visto quella partita in televisione e mi hai negativamente impressionato».

E la risposta del capitano non la dimenticherà mai. «“Mister, per me quel giorno il calcio era finito”. Mi spiegò tutto quello che era successo e capii quanto vivesse ogni partita con un coinvolgimento totale».

E fu così che arrivò la decisione di cedere la fascia a Richard Vanigli. Una decisione destinata a cambiare molte cose.

Durante il ritiro estivo, anche in una semplice amichevole contro una squadra dilettantistica, Protti continuava a protestare con l'arbitro.

«Lo chiamai nel mio ufficio e gli dissi: Igor, vuoi lasciar perdere certe cose? Lui mi rispose: “Io ho questa fascia e faccio fatica a non sentire questa responsabilità”. Gli proposi di parlare alla squadra, cedendo la fascia».

Scelta decisiva

«Io pensavo che il carattere sarebbe rimasto quello, invece fu irreprensibile. Senza quella responsabilità addosso diventò un agnello. E poi arrivarono i 27 gol e la promozione».

Per Jaconi, il bomber Igor Protti è stato soprattutto un maestro silenzioso.

«Quando un allenatore dice ai ragazzi che bisogna sacrificarsi, allenarsi bene e impegnarsi tutti i giorni, lui dava l'esempio. Arrivava prima degli altri, faceva gli esercizi, lavorava sempre. Vedi, se un giovane osserva uno come Igor comportarsi così, se non è stupido, impara. L'esempio è la più alta forma di autorevolezza. Lui era questo».

Dopo quella stagione, fu separazione professionale, ma un legame mai comunque interrotto.

«Lo chiamavo spesso. L'ultima volta, una quindicina di giorni fa quando mi disse: "Mister, sei uno dei pochi per cui al telefono rispondo". C'è sempre stato un feeling particolare».

La rivelazione

Esiste una chat whatsapp, esattamente come fanno gli azzurri del mondiale '82 guidati da Enzo Bearzot.

Sono i protagonisti della storica promozione amaranto ancora oggi uniti. «C'è chi scrive praticamente ogni giorno e si fanno battute. Ultimamente Igor non interveniva più e così mi sono permesso di chiamarlo, sentendo porgermi qualcosa che non mi piaceva».

E lì, la confessione del calciatore: «Mi confessò che faceva fatica a camminare, che aveva male alla schiena. Ieri sera (giovedì, ndc) ho chiamato allora Roberto Tancredi perché arrivavano notizie poco belle. Mi ha detto che era stato sedato ed era stato riportato a casa. Si era alla fine del percorso».

Il dolore

Jaconi la fa breve: «Chi lo ha conosciuto va oltre il calciatore, resta il ritratto dell'uomo e non mi meraviglia che abbia lasciato tanto dolore nel cuore di chi lo ha conosciuto, ma anche in tutti quelli che hanno potuto solo vedere le sue gesta in televisione. La notizia ai telegiornali, i social intasati. La gente non è stupida. In questo mondo senza valori, si riconosce al volo uno che invece certi valori li ha. Il calcio romantico subisce una grave perdita, e tutti noi - conclude commosso Osvaldo Jaconi - salutiamo un pezzo della nostra anima». 

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