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Mannucchi e l'impresa amaranto: «C’era una fede da far rinascere. Oggi la mia Libertas è sbocciata»

di Alessandro Bernini
Mannucchi e l'impresa amaranto: «C’era una fede da far rinascere. Oggi la mia Libertas è sbocciata»

Il direttore sportivo racconta il progetto e svela le chiavi della promozione. «Il momento decisivo? A Faenza, in gara-3, eravamo sotto di 10: loro sono venuti tutti dietro la panchina a incitarci. Senza quella spinta, non so se avremmo mai recuperato»

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Livorno Vincere con indosso una polo della LL e pure da direttore sportivo. Per Gianluca Mannucchi un sogno mostruosamente proibito è diventato realtà.

Mannucchi, è ancora nella fase dell’euforia o adesso in quella della consapevolezza?

«Nella fase della consapevolezza. La consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta. Otto anni fa la Libertas era solo il sogno di un manipolo di persone».

Che cosa vi convinse a ripartire?

«L’idea che un popolo deve trovare qualcosa a cui si lega, qualcosa in cui si riconosce. Solo un gruppo di tifosi veri poteva capire cosa c’era bisogno di mettere in campo per far si che i libertassini si riavvicinassero di nuovo a questa maglia».

E lei, da tifoso, si è trovato addirittura a vincere nel ruolo di direttore sportivo. L’avrebbe mai detto...

«No, non avrei mai pensato a tutto questo. Dal primo giorno mi sono ritrovato dentro a questo progetto e c’è sempre stato da fare un po’ tutto, dalla C fino alla B. All’inizio si navigava a vista: io Roberto Consigli, Federica Tani e gli altri, siamo partiti davvero da zero. Poi pian piano ci siamo dotati di una struttura e mi sono trovato qui».

Due vittorie dopo 5 giornate, Libertas in difficoltà e voci di Andreazza a rischio. Poi, lì, che cosa succede?

«Lì succede che confermiamo la fiducia ad Andreazza perché consapevoli che lui fosse la persona giusta per uscire dalle difficoltà di quei giorni. É stata dura, a livello personale ho buttato giù anche tanti bocconi amari ma ne è valsa la pena».

Bocconi amari?

«Qualcuno diceva che la scelta di aver mantenuto tutta l’ossatura era perdente. E che i dirigenti erano inadatti: secondo loro la differenza con la PL era che i cugini avevano preso un dirigente professionista. E, apro parentesi, Petronio è veramente un grandissimo. Ecco perché oggi per me la gioia è doppia. Alcune scelte non capite si sono rivelate vincenti».

Si riferisce anche ai giocatori?

«Sì. Qualcuno all’esterno della società diceva che con Buca si voleva far passare per prospetto un bluff. Per quanto riguarda Williams, dall’interno dei nostri tifosi c’era chi sosteneva che non avevamo bisogno di un play di 30 anni. Ora anche i compagni dicono che Williams è stato il play ideale per tutto. Nella fase finale ha messo la quinta e ha giocato alla grande. La scelta dello straniero si è rivelata vincente, anche se c’era stata la possibilità di prendere anche Chiarini».

Chiarini?

«Sì e sapevamo che era così forte. Ma prendere Chiarini voleva dire rinunciare a Ricci: per ruolo in campo, per contratti e per budget. Non c’era la soluzione alternativa ovvero prendere Chiarini e tenere Ricci. Abbiamo deciso di non rinunciare alle caratteristiche tecniche e umane di Ricci ».

Quando ha capito che la Libertas poteva vincere il campionato?

«Nella settimana che portava alla partita contro Herons, nel girone di ritorno. Tra mille difficoltà per gli infortuni, abbiamo messo una ferocia negli allenamenti pazzesca. Li ho capito che avremmo fatto una grande partita. Poi è chiaro che anche la fortuna ti deve girare dalla parte giusta, e penso a quel canestro di Saccaggi a Faenza all’ultimo secondo».

Cosa è cambiato dalla Libertas che l’anno prima esce nella finale playoff e non raggiunge le final four?

«Tozzi è arrivato al posto di Sipala, la vera differenza rispetto all’anno prima sono stati gli innesti di due giovani come Allinei e Buca. E il fatto che Fantoni è arrivato ai playoff in condizioni strepitose. Senza dimenticare i tifosi. Anche qui c’è un episodio che mi tengo nel cuore».

Quale?

«A Faenza, in gara-3, eravamo sotto di 10: loro sono venuti tutti dietro la panchina a incitarci. Senza quella spinta, non so se avremmo mai recuperato».

Sarà il ds anche in serie A2?

«Ne dobbiamo ancora parlare, anche se il presidente si è espresso in modo chiaro sul Tirreno. Comunque la carica è relativa, conta il gruppo di lavoro e come ti interfacci con gli altri. C’è da pedalare tanto ma l’avventura sarà entusiasmante».l

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