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Il canestro di più bello di coach Manrico Vaiani: la Livorno del basket unita nel suo ricordo

di Federico Lazzotti
Il canestro di più bello di coach Manrico Vaiani: la Livorno del basket unita nel suo ricordo<br>

Dopo Libertas e Pielle, l’ultimo omaggio all’allenatore scomparso da parte dell'ultima squadra che ha guidato. Ecco perché gli anni della malattia lo hanno reso ancora più indimeticabile 

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Livorno Al PalaCosmelli, l’ultima casa di Manrico Vaiani, hanno appeso una foto del coach-professore scomparso il 13 maggio e uno striscione: «Per sempre con noi, la tua squadra», si legge. Ma quella squadra - nello specifico l’Under 14 dell’Us Livorno, sono una, tante, forse infinite. Dentro a una carriera durata mezzo secolo, in cui gli insegnamenti che ha regalato sono andati ben oltre le gabbie di uno schema.

Perché Manrico è riuscito a realizzare un canestro che solo i fuoriclasse sanno mettere a segno: unire tutti nel ricordo. Applaudire insieme in quell’ultimo time out.

Un giorno dopo l’altro, lo hanno salutato i tifosi della Libertas e quelli della Pielle (è successo raramente, speriamo che accada di nuovo). Si sono abbracciati vecchi rivali e nuovi amici. Lo hanno celebrato tutti (anche allenatori parecchio importanti), con un aneddoto, una carezza, un pensiero. A tutti ha insegnato qualcosa, dentro e fuori dal campo. Ci ha spiegato con l’esempio – mica con chiacchiere e pistolotti - come vincere sul parquet e non arrendersi nella vita. Anche quando le cose vanno parecchio male. Come è successo a lui con la scoperta della malattia. Le operazioni e la chemioterapia, il dolore e la paura. Per poi tornare sempre in campo a giocare la sua partita, quella che lo rendeva felice: insegnare (non solo) pallacanestro.

Non gli importava nulla se a stento si reggeva in piedi, se aveva bisogno di una stampella che ogni tanto brandiva se qualche giocatore faceva una bischerata, se aveva perso i capelli oppure aveva un brutta cera. Addirittura quel nuovo look da asceta lo rendeva ancora più autorevole. Mitologico. Lui parlava e in palestra calava il silenzio. Ti spiegava un movimento, un taglio e ti raccontava come approcciarti con lo spazio, il tempo e il futuro che stava per arrivare. È stata una fortuna vederti attraversare il campo fino all’ultimo minuto. Anche quando la tua squadra era sotto nel punteggio, quando la partita era persa. E lo sapevamo tutti. Ma tu ci avevi detto che si gioca fino alla fine. Tutti insieme.


 

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