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Livorno

Basket: l'intervista

Raf Addison e il ritorno a Livorno: «Vi racconto cinque giorni da favola, la PL è una fede e questa è la mia seconda casa»

di Alessandro Bernini
Raf Addison sotto ai Quattro Mori e a destra in lacrime nel ritorno al palazzetto (Foto di Franco Silvi)
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Raf Addison sotto ai Quattro Mori e a destra in lacrime nel ritorno al palazzetto (Foto di Franco Silvi)

Il "pittore" rivela emozioni e retroscena della visita in città. Dall'arrivo all'ovazione del palazzetto: «Non avrei mai pensato di ricevere così tanto amore»

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LIVORNO. Scende le scale dell’hotel Granduca caracollando. Un po’ come faceva quando rientrava in difesa dopo aver sparato una tripla in faccia al suo avversario. Saranno anche passati 35 anni, ma Raf Addison è sempre poesia.

Buongiorno Addison

«Buongiorno. Oggi pure il sole. Ma quanto si sta bene a Livorno?».

Ce lo dica lei.

«Non smetterò mai di ringraziare la dirigenza della PL che mi ha dato la possibilità di tornare qui. Organizzazione perfetta, non mi hanno lasciato un secondo solo».

Premiamo rewind. Lei parte dagli Usa e...

«E non sapevo cosa aspettarmi. Cioè, capisci, erano passati più di 30 anni, Livorno ha comunque conosciuto centinaia di giocatori. Speravo di aver lasciato un bel ricordo, ma mi sono ritrovato addirittura dentro un film».

Un film d’amore.

«Di più. Sai cosa ho capito?»

Cosa?

«Che Livorno è davvero la mia seconda città. Forse non me ne rendevo conto ma adesso l’ho capito. Lo devono sapere non soltanto qui, ma ovunque. Ciò che ho ricevuto in questi giorni è indescrivibile, mi sento quasi in debito con questa gente».

Il primo brivido?

«Nella mattina di domenica domenica 5 maggio. Mi accompagnano allo store della PL, mi immagino di trovare la commessa e di dover firmare qualche maglietta. Poi giro l’angolo e...».

E... ?

«E vedo tutta quella gente. E quel coro “Addi addi addi Addison.. Addison... Addison... ohh”. Non sapevo se sorridere o piangere».

L’hanno fatta piangere poi nel pomeriggio al PalaMacchia.

«Se ci ripenso mi vengono i brividi».

Ci racconti

«Tutto incredibile. Arrivo e subito mi circondano per foto e autografi. Una sensazione strana è che ho risentito, i suoni e gli odori del mio pre-partita. Poi mi organizzano l’ingresso in campo e... magia. Tutti in piedi, tutti a fare il mio nome. Una di quelle situazioni che tutti sognano ma che poi quasi nessuno vive. I tifosi della PL mi hanno regalato tutto questo. E sì, ho pianto. Di gioia».

C’è qualcosa che l’ha impressionata?

«Sì. Che questo amore mi arrivava da tre generazioni di tifosi».

Nonni, figli e nipoti.

«Esatto. Ho visto gente di 70 anni coi figli di 40, che a loro volta avevano i figli di 10. Tre generazioni unite dall’amore per la maglia della PL. Io credo che sia qualcosa di unico, di fantastico. Dovete essere orgogliosi di avere questa passione, questa fede. Perché la PL ho capito che non è una squadra, ma una fede».

Ha visto che tifo.

«Oh my god... Ricordavo che ai miei tempi c’erano tanti tifosi, cori, entusiasmo. Ma adesso sembra tutto moltiplicato per cento. Vedere gente di ogni età, in piedi, in ogni settore, cantare per la propria squadra è secondo me qualcosa di bellissimo. Ti posso fare una confidenza?».

Certo.

«A un certo punto mi sono detto “cosa darei per poter entrare in campo ora...”. Nella mia vita non ho mai avuto rimpianti, ma in quell’istante ho sentito un desiderio incredibile di fare una cosa che non potevo fare...».

Come quando Giancarlo Sacco la metteva un po’ in panchina e subito la gente urlava “rimetti Addison”.

«É vero. Che ricordi...».

Il famoso “pittore”.

«Il soprannome più bello che mi sia stato dato. Ne andavo orgoglioso, anche perché il “painter” era Raffaello. Mica poco...».

E quel canestro all’ultimo secondo segnato sul parquet di Milano in maglia Allibert contro la Philips?

«Anno 1989 mi pare. Avevo giocato il primo tempo malissimo, pochi punti, poco aiuto alla squadra, poi nel secondo molto meglio. E ce la giochiamo fino in fondo. Arriviamo all’ultima azione, 8 secondi alla fine, sotto di uno, mi faccio dare palla e dico agli altri “via tutti”. Canestro sulla sirena e vittoria (finì 84-85 per l’Allibert, ndr)».

Ma Elvis Rolle l’ha più sentito?

«É da un po’ che non ci sentiamo. Lui in quegli anni è stato il mio punto di riferimento».

Ha ritrovato Bonaccorsi, Lanza, Pellacani...

«Bellissimo. E non solo, ho ritrovato anche Giovanni Diana. É venuto qui in hotel, ci siamo abbracciati, abbiamo parlato. Lui non ama stare sotto i riflettori, he moves on the dark (e ride)».

E invece della PL attuale cosa ci dice?

«Pensavo di venire a divertirmi e invece mi avete fatto soffrire. Si vede che la squadra ha un’anima. Ora dobbiamo sfruttare questo 2-0, conosco i playoff e sono una brutta bestia. I problemi però adesso sono tutti per Imola».

Le è piaciuto Mateo Chiarini?

«Gran giocatore. Ha ottime qualità, l’importante è che non si rilassi mai».

Tornerà a Livorno?

«Me lo chiedi?».

Domanda inevitabile.

«Lo ripeto, In questi 5 giorni ho capito di avere una seconda casa. Dove intorno a te senti affetto, amore. E queste emozioni meritano di essere vissute, fosse solo per poter regalare da parte mia un sorriso alla tanta gente che è venuta ad abbracciarmi. Grazie a tutti. É stato stupendo».

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