Il Tirreno

Livorno

Il personaggio

L’album dei ricordi di Roberto Tancredi: «Io con Picchi, Protti e Allegri. Livorno sei il mio grande amore»

di Sandro Lulli
Roberto Tancredi insieme alla moglie Mariella
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Roberto Tancredi insieme alla moglie Mariella

Roberto Tancredi festeggia 80 anni: «Spinelli mi cacciò ma a lui non perdono soprattutto di aver ucciso la società»

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Cos’è questo se non un autentico pozzo ricolmo di ricordi ed emozioni; dove però ci trovi anche nostalgia e rimpianti, amarezze e delusioni. Ogni volta che Roberto allunga la mano nel baule delle meraviglie, che domina la scena nel suo studio-rifugio della casa a Rosignano, emergono foto che lo ritraggono tra i pali della Juventus, mentre vola in cerca del cuoio, mentre si accartoccia sui piedi di attaccanti che hanno fatto le fortune delle rispettive squadre; emergono campioni del passato, storie affascinanti e frammenti di calcio epico.

«Guarda, questo è Johan Cruijff nell’amichevole del 1969 in cui battemmo il suo Ajax. Parai tutto, il nostro allenatore Carniglia restò così impressionato che nella gerarchia dei portieri iniziò a mettermi alla pari di Anzolin. ..».

Le bombe sulla Solvay

Qui, nel “pozzo dei ricordi”, c’è tutta la vita di Roberto Tancredi, un ragazzo nato nel freddo di fine gennaio del 1944 durante i bombardamenti sulla Solvay perché gli americani pensavano che fosse una fabbrica di armi. «Mio padre Pasquale che faceva il fornaio e sfornava pane per tutti i tremila dipendenti, se la vide brutta: tornò a casa di corsa e con mamma Ada portò me e mio fratello Franco lontano da quell’inferno: sfollammo a Ponteginori...».

Finisce la guerra, adolescenza serena. Passano gli anni e Roberto d’estate va ad aiutare lo zio al Bar Norge situato vicino alla stazione, mentre inizia a tirare i primi calci nel G.S. Rosignano con gli amici Alberto Lazzerini, Mario Bulli e Roberto Franzon, tutte glorie della cittadina.

Il premio di 500 mila lire

«Perché sono diventato portiere? Di piede ero scarso e mi mettevano tra i pali. E lì, in quella porta che pure mi pareva immensa, mi sentivo a mio agio. Il caso volle che un osservatore della Juventus in vacanza mi vide all’opera e mi fece convocare: mi tennero otto giorni a Torino, poi un giorno arrivò una telefonata: “Il ragazzo si presenti il tal giorno per il ritiro e cambiò la mia vita...”. Roberto aveva 15 anni: trafila nelle giovanili e poi titolare nella Primavera bianconera. «Partecipai a tre Tornei di Viareggio e per premio i dirigenti bianconeri a mio padre dettero un assegno di 500 mila lire. Lui che ne guadagnava 55 al mese non credeva ai propri occhi...».

Il cuore di Omar Sivori

Roberto mostra la foto che lo ritrae con Sivori. «Senti questa: nel 1962 l’allenatore brasiliano Amaral vuole tre portieri in ritiro. E con Mattrel e Anzolin chiamano anche me. Qualche giorno dopo alla reception dell’hotel dove soggiornavamo vedo una bella foto: io in uscita sui piedi di Omar. Ero timidissimo, però mi feci forza: “Senta, signor Sivori, potrei avere questa fotografia? E lui fu gentilissimo, anche se in un primo momento pensava che volessi un autografo. Sivori era un uomo buono, cercava sempre di aiutare i ragazzi e come lui erano due campionissimi del calibro di Luis Del Sol ed Helmut Haller, davvero disponibili, pronti a consigliarci a darci una mano”.

Il mio incontro fortunato

È il momento di fare esperienza. Boniperti chiama Roberto: “Tancredi lei andrà in prestito al Siracusa...”. «Per la verità – ricorda Roberto – fu un colpo al cuore, però mostrai un moderato entusiasmo. E sai chi trovai in Sicilia come allenatore dei portieri? Trovai Leonardo Costagliola grande ex portiere della Fiorentina. Con lui imparai cose che neppure immaginavo, migliorai in tutto e per tutto. E quando, dopo esperienze a Potenza e San Benedetto, la Juve nel 1968 mi richiamò ero un portiere sicuro di me stesso, anche se sotto la guida di Sentimenti IV chiamato Cochi e poi Rabitti feci ulteriori progressi».

La pallonata di Gigi Riva

È arrivato il momento di Roberto. Quattro anni con la Signora. Giocherà con Morini e Cuccureddu, Salvadore e Spinosi, Anastasi e Bettega, Causio e Capello, Furino e Anastasi (”mai visto uno veloce come Pietruzzo...”) . Diventa titolare. Estrae la foto. «Si va a giocare a Cagliari, nel vecchio stadio Amsicora, nella stagione in cui avrebbe vinto lo scudetto. Gigi Riva si smarca al limite dell’area e lascia partire uno dei suoi sinistri, io mi butto alla mia destra, la palla incoccia la riga bianca di gesso e mi colpisce al viso: perdo i sensi. Secchio dell’acqua, spugna, mi riprendo. Per dire la potenza di Rombo di Tuono...».

Con Picchi in panchina

Campionato 1970-71. «Picchi appena arrivò in panchina si mise in urto sia con Allodi che con Boniperti che volevano tenere Capello e mandare via Causio. Invece il braccio di ferro lo vinse Armando che su Causio aveva visto lungo. Purtroppo si ammalò quasi subito. Andai a trovarlo in ospedale insieme a Furino, dopo un Juve-Verona dove avevamo vinto 2-1, ed avevo subito una rete strana: il colpo di testa di D’Amato finì sul palo, mi rimbalzò addosso ed entrò. E Armando appena mi vide sorridendo esclamò: “Deh, Roberto ne combini sempre una...”. Sarebbe diventato uno degli allenatori più grandi della storia».

La maglia amaranto

Ricorda: «Ero in vacanza allo stabilimento Canottieri e mi chiama al telefono Boniperti: “La cediamo al Mantova...” Ci rimasi malissimo, però mi feci raddoppiare l’ingaggio...». Poi va alla Ternana, quindi Brescia e nel 1975-76 difende i pali del Livorno (14 presenze) alternandosi con Roberto Terreni. «Ma ormai non ero più io, dopo che Fabio Capello con un brutto intervento di spalla mi aveva causato la rottura di tibia e perone della gamba sinistra quando andammo a Torino con la Ternana». E aggiunge: «Da lui non ho mai ricevuto né una visita né una telefonata, in linea con il suo modo di fare e di essere...». Al Livorno avevo regalato il cartellino ma per farmi andare via dovetti firmare tre cambiali, per un totale di 700 mila lire. “In fondo spese ne abbiamo avute”, mi disse Corasco Martelli, che aveva problemi di bilanci».

Salvato dal tumore

Corso di Coverciano con Allodi: nove mesi di studio e Roberto e diventa direttore sportivo. Lavora per Aglianese (”facevo allenatore, portiere e ds...”) Ponsacco e Cuoiopelli. «Nel periodo che ero a Ponsacco sento un dolore al polmone. Esami, diagnosi: tumore, grande come un arancio». Roberto viene preso in cura a Pisa dai professori Selli e Mosca e operato dal prof. Angeletti. Per fortuna era di natura benigna. Si era nel 1980. Una confidenza: «Mia moglie Mariella (livornese di San Iacopo, ndr) ha sempre avuto il sospetto che se ne fossero accorti alla Juve e mi avessero ceduto per questo motivo, mah...».

Quindici anni a Livorno

Nel 1989-90 Roberto Tancredi sbarca a Livorno. Inizia l’era di Carlo Mantovani, titolare della Merzario trasporti. Il Livorno con una rete di Palagi affonda la Rondinella e mantiene la C2. La stagione successiva quarto posto e alla fine arriva la radiazione: 1 agosto 1991. «C’era già la squadra in ritiro a Pomarance agli ordini di Papadopulo – racconta Tancredi -. Finì tutto, dovevamo ripartire dall’Eccellenza perché Mantovani era rimasto al verde. Mi rinchiusi in casa, scivolai nella depressione. Vennero a trovarmi Dino Bonsanti ed Emilio Guidetti. “Roberto devi tornare, dobbiamo far ripartire il calcio...”.

Nel frattempo un altro aspirante presidente: Carlo Caresana. A Genova era considerato il “re delle truffe”. Il Livorno vince il campionato di Eccellenza e fallisce di nuovo. «Un disastro...», taglia corto Tancredi.

Allegri e Achilli

Allegri che ha giocato nel Pavia convince Achilli a rilevare il Livorno dal curatore fallimentare Musetti. 100 milioni e inizia la sua gestione che terminerà nel marzo 1999 con l’arrivo di Aldo Spinelli. «Nel campionato dilettanti (ora serie D, ndr) , arrivammo secondi dietro la Vogherese ma fummo ripescati in C2». Arrivano i playoff e le sconfitte di Castel di Sangro e Ferrara (con la Fermana) . «Si tornò in C1 a Reggio Emilia, battemmo la Maceratese...». Poi un’altra delusione: «Come brucia la sconfitta di Perugia con la Cremonese, dopo una stagione da incubo, con i fatti di Siena, il caso-Franco. Purtroppo Achilli sbagliò a far entrare in società Angelo Deodati...».

Quando chiamò Protti

Igor era a Reggio Emilia. «Lo trovo allo stadio - racconta Roberto - e gli dico “ma verresti? ” E lui: “Direttore io tifo per il Livorno...”. Allora andai a convincere il presidente Spinelli. Non fu facile perché era una operazione davvero onerosa per una squadra in serie C...». Ma Sciu Aldo tira fuori tanti, tanti milioni e arriva anche Protti. E con lui sarà la svolta: primo anno delusione col Como, ma la stagione successiva Igorgol a Treviso mette il sigillo per la serie B, a 4’dalla fine.

I big a parametro zero

«Tra le mie operazioni importanti ricordo quelle con il Lecce per Bonaldi, Doga e Balleri, tutti a parametro zero, poi Pantaleo Corvino si pentì delle loro cessioni. Ma ho legato il mio nome – spiega Roberto – ad arrivi importanti e snocciola i nomi: Danilevicius, Amelia, Piovani, Gelsi, Melara, Boccafogli, Vincioni, Marcato, Scalzo, Negri, Carli, Da Mommio, Cannarsa, Ogliari, Sturba, Scichilone, Carruezzo, Ivan, Vanigli, Grauso, Saverino, Domizzi, eppoi lanciammo i livornesi Lugheri, Cuccu, Mazzoni e quel campione di Chiellini».

Spinelli ci ha affossato

«Spinelli mi liquidò con un telegramma ambiguo. A me preferì Elio Signorelli e Silvano Bini. Mi impedì di fare la serie A: uno spregio che non meritavo, dopo quanto avevo dato. Ma quello che non perdono a Spinelli è aver messo in mano il Livorno a quel gruppo di persone ben conosciute nell’ambiente che poi ha fatto fallire la società. Il figlio Roberto ha avuto una parte preponderante, ma Aldo aveva i mezzi per salvare la società e non l’ha fatto».

Richiude il baule, Roberto Tancredi. Abbassa il coperchio alla sua storia: ottanta anni ben portati, più di sessanta tra campo e scrivania. «Sai, in fondo sono volati in fretta, perché lavoravo tanto...». I suoi figli, Francesco, Federico e Filippo, hanno di che essere fieri.

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