Gioco
Le tre vite di Perrino, re del golf che ha battuto anche la sfortuna:«A chi è disabile dico di non arrendersi»
Era un talento proiettato al professionismo fino a un terribile incidente in moto. Ora è campione italiano ed europeo paralimpico e uno dei maestri più ricercati
LIVORNO. Tommaso Perrino non ha ancora quarant’anni, ma è un po’ come se avesse già vissuto due vite e ne avesse cominciata una terza. Agosto 2001, Perrino ha 17 anni e ha già in bacheca un secondo posto e un titolo italiano under, benché abbia cominciato a giocare a golf abbastanza tardi, a 12 anni, quando l’età media per iniziare è della metà o poco più. Negli ambienti dei green italiani per lui si parla già di professionismo, mondo dorato, resort di lusso e cene di gala a fine gara, un sacco di soldi che girano, più o meno come nell’Atp di tennis. È già entrato in nazionale, se la vede più o meno alla pari con gente come i suoi cugini Andrea e Francesco Molinari, entrambi di due anni più grandi di lui. Ma quel giorno di agosto il destino o chi per lui la pensano in un altro modo: in zona Ardenza un’auto non vede uno stop e travolge di netto lui e il suo motorino.
«Persi due litri di sangue – racconta oggi – è già qualcosa che tutto non sia finito là, in via del Mare». Ma quello che è finito è il sogno di diventare professionista di golf prima di avere vent’anni: una gamba, la destra, è a pezzi. Quella che comincia, invece, è una storia di chiodi, di ferri (non da golf), di trazioni, di gessi, di riabilitazione dolorosa, un dolore fisico che da allora non lo ha più abbandonato, men che mai durante l’attività sportiva.
Passa qualche mese e Tommaso ricomincia a tirare qualche palla in campo, roba da niente in confronto a prima perché la gamba destra è di 3 centimetri più corta dell’altra. Lo convincono a tentare un’altra operazione che avrebbe potuto allungare l’arto leso e riportarlo più o meno in linea con quello sano. Ma lì un batterio, di quelli che chiamano “da sala operatoria” completa l’opera iniziata l’anno prima dall’automobilista distratto: l’infezione ha effetti devastanti, ancora peggiori del crash di via del Mare.
Questa volta l’assenza dai campi è molto più lunga, circa due anni e mezzo. Ma “Perro”, come tutti lo chiamano negli ambienti del golf italiano, ha la testa dura, oltre che un talento infinito per questo sport. «Avevo deciso – dice – che la mia vita sarebbe stata sul verde dei campi da golf e così doveva essere. Siccome mi ritengo un altruista, pensai che almeno avrei potuto insegnare a giocare a qualcuno, avvicinare dei giovani a questo sport che ritengo meraviglioso».
Così, dopo qualche gara giocata facendo il percorso con le stampelle perché incredibilmente la Fedrazione gli aveva negato l’uso del golf cart, vietato nell’attività agonistica, Perrino decide di provare il corso per diventare professionista di circolo, in pratica il maestro che c’è in ogni club. «Un percorso non semplice – continua – perché oltre a un lungo corso c’è da affrontare una prova pratica che non è né più né meno che una gara con gli altri aspiranti, 18 buche il primo giorno e 36 il secondo. Ottengono la qualifica solo i primi 22 fra tutti gli aspiranti. Ce la feci e ancora oggi ringrazio l’attuale presidente del Golf Club Livorno, Andrea Scapuzzi, che si battè in Federazione perché mi venisse concesso l’uso del cart: fare 54 buche in due giorni con le stampelle sarebbe stato forse impossibile. Altre persone che devo ringraziare sono mio padre, che mi portò dal maestro Ravinetto che da allora mi è sempre stato accanto e che è diventato una specie di secondo padre e mio cugino Andrea che mi ha sempre sostenuto e incoraggiato».
Da allora Perrino è maestro, i primi due anni a Lucca e poi al prestigioso Cosmopolitan di Tirrenia, il circolo dove aveva alzato a 12 anni la prima pallina. Un maestro affermato e ricercato, praticamente non c’è golfista della zona di Pisa e Livorno che non abbia fatto da lui almeno un pacchetto di lezioni. «Ero già felice così – continua – anche se un po’ di rimpianto per quello che poteva essere e non è stato ogni tanto riaffiora. Ma in fondo ero dove da sempre avevo voluto essere, in mezzo alla gente che condivide la mia stessa passione».
Finché...?
«Finché nel 2019 scopro il mondo paralimpico e ricomincio a gareggiare, con l’obiettivo di diventare il n. 1 al mondo, attualmente sono al n. 7».
L’impatto di Perrino con le gare riservate ai disabili è stato poco meno che devastante: ha vinto le ultime tre edizioni degli Open d’Italia riservate ai portatori di handicap, è entrato nel G4DTour, il più importante circuito riservato ai non normododati. L’anno scorso, in agosto, ha vinto una delle gare più importanti dell’European Tour, a Galgorm nel Nord Irlanda e si appresta, proprio in questi giorni (domani e dopo domani) a difendere il titolo conquistato nella precedente edizione.
In quella gara il caddie fu il fratello Paolo. Vogliamo parlarne un attimo?
«Fra me e lui ci sono molti anni di differenza, quindi lo considero quasi un figlio, più che un fratello, anche se è grande e grosso e a 15 anni ha il 51 di piede. Vediamo, ha già vinto parecchio a livello giovanile ed è già fra i migliori under d’Italia. Chissà se dove non siamo arrivati io e Andrea, lui per scelta (ora fa il maestro nel prestigioso circolo di Castelfalfi) io per quello che mi è successo, non possa arrivare lui. Ne sarei felice e orgoglioso».
E siamo arrivati alla recentissima vittoria (25 luglio) ai campionati europei di Rotterdam.
«Lì ho giocato uno dei migliori golf della mia vita, insieme alla vittoria di Galgorm dell’anno scorso».
Italiani, Europei. Mancherebbero le Olimpiadi.
«Il golf è di recente entrato fra gli sport olimpici, purtroppo non ancora fra quelli paralimpici e non lo sarà nemmeno nella prossima edizione dei Giochi. Se tutto andrà bene se ne parlerà nel 2032 e allora avrò 48 anni. Ma me la giocherò con tutte le mie forze, questo è sicuro».
Nel frattempo Perrino è rientrato nella nazionale maggiore, insieme ai normodotati ed è stato nominato CT della squadra azzurra dei disabili.
«Ho 16 giocatori, li porto in giro a fare gare qua e là, la Federazione ci dà una mano con i materiali e con l’organizzazione dei raduni».
Ma il tempo per fare tutto questo, visto che c’è anche il lavoro come maestro al Cosmopolitan, dove lo si trova?
«Sono sempre di corsa e, ci tengo a dirlo, la persona che devo ringraziare più di ogni altra è la mia compagna Giulia. È lei che manda avanti la nostra famiglia (ci sono il piccolo Gregorio, di 5 anni e a dicembre scorso è arrivato Gabriele) senza mai farmi pesare le mie assenze, che sono frequenti, anzi dandomi sempre il massimo supporto morale».
E a proposito di morale, quale si può trarre dalla storia di Tommaso Perrino?
«Non mi sento certo un eroe. Dopo quello che abbiamo visto fare a Alex Zanardi, prima che la malasorte lo fermasse di nuovo o a Bebe Vio. Vediamo gente che corre a quasi 60 all’ora sulle piste di atletica con dei pezzi di ferro al posto delle gambe. Io vorrei solo dire a chi è nato o è diventato disabile ragazzi non vi arrendete, non vi commiserate, non vi fermate a piangere per quello che vi è successo. Con la forza di volontà e tanto impegno si può ripartire e le soddisfazioni che arriveranno saranno ancora più belle». l
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