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La promessa del patron Castelli: «Orgogliosi del Tomei in serie B, ma sogno di riportarlo in A»

di Eva Bertolacci
La promessa del patron Castelli: «Orgogliosi del Tomei in serie B, ma sogno di riportarlo in A»

Riccardo Castelli, presidente e una vita spesa prima in campo e poi in società. «La gestione supera i 70mila euro l’anno, è dura ma puntiamo tanto sui giovani»

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LIVORNO. Riccardo Castelli è una delle tante anime del MVTomei. Non ama i riflettori, preferisce agire nelle retrovie sistemando i conti e facendo quadrare i bilanci. Mica roba da poco di questi tempi, con la prima squadra maschile che ha da poco archiviato la salvezza in Serie B dopo esserci tornata a quindici anni di distanza e si prepara a un altro anno nella quarta serie nazionale.

«Sperando di soffrire un po’ meno quest’anno – esordisce sorridendo sotto i baffi il Presidente – e riuscire a centrare la salvezza con più anticipo. Per noi il salto dalla Serie C alla Serie B è stato ampio anche in termini di costi. Partiamo dal presupposto che è doveroso riconoscere un rimborso spese a chi viene da fuori: abbiamo giocatori di Pisa e Massa che vengono ad allenarsi qui tre – quattro volte la settimana, poi il giorno della gara in trasferta può andare via l’intera giornata. A questo poi ci dobbiamo aggiungere le tasse gara: 240€ a partita, ne abbiamo fatte ventisei quest’anno. Poi la cauzione, l’iscrizione, l’affiliazione… i costi sono lievitati in tutti i sensi».

Quanto costa insomma questa Serie B?

«Si superano abbondantemente i settantamila euro l’anno. Inutile dire che per noi sono importantissimi gli sponsor, ci danno una grossa mano e sarebbe ottimale per rientrare nel budget riuscire a fare una squadra composta da giocatori livornesi, ma non è così semplice, per la B occorre guardare anche ai giocatori di Pisa che ha un bacino più ampio. E pensare che negli anni ’70, quando giocavo io, eravamo tutti livornesi e facevamo la Serie B».

Quando ha iniziato con il volley?

«Il merito fu del professor Meini, mi notò in un torneo di pallavolo al Vespucci. Lui all’epoca allenava il Don Bosco e vide in me delle potenzialità. Iniziai quindi ad allenarmi con la squadra ai Salesiani, poi andammo alla palestra Edison, era un cinema in Piazza Cavour, non credo tanti livornesi sappiano che lì c’era una palestra... Altri tempi, lo facevamo solo per passione, senza prendere un soldo. Nei primi anni ’70 passai al Tomei con altri compagni, come giocatore - ero centrale - smisi presto per i soliti motivi familiari, avendo appunto messo nel frattempo su famiglia».

Restando però nel volley.

«Nei primi anni ‘90 tornai con Fabrizio Ceccherini in società, occupandomi della parte contabile. Tra una cosa e l’altra sono cinquant’anni che sono qui e mi piacerebbe rimanerci per un altro po’. Seguo le partite della prima squadra maschile, per noi è stata una soddisfazione tornare a livello nazionale, abbiamo fatto di tutto per rimanere in questa categoria e ci siamo salvati per il rotto della cuffia».

Reperibile tutti i pomeriggi nel “gabbiotto” presso la palestra dei Vigili del Fuoco, lei è conosciuto da tutti con un nomignolo che racchiude una storia curiosa.

«Mi chiamano tutti Ciody. Prima del volley giocavo a pallone, finii sul giornale, solo che mi sbagliarono il nome, chiamandomi Ciodelli invece di Castelli. Colsi la palla al balzo e adottai questo nomignolo, aggiunsi la “y” in fondo per dare al nome un effetto più straniero».

E pensando al futuro?

«Speriamo in un prossimo futuro di poter riportare la pallavolo livornese in Serie A, come negli anni d’oro degli anni ’90 – primi anni 2000. Serve il contributo di tutti, della città in primis, quest’anno abbiamo messo su un bello zoccolo di appassionati che ci ha sempre sostenuto in casa, inutile dire che contiamo sul loro supporto anche per il prossimo anno».
 

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