Gioco
Caro Livorno, che amarezza: dai dirigenti alla squadra tutti hanno le loro colpe
L’analisi degli errori commessi durante la stagione di Serie D e la necessità che anche Esciua ne faccia tesoro
LIVORNO. Quando si pensa al Livorno in Serie D ci si immagina una squadra che possa ammazzare il campionato e dettare legge in lungo e in largo per tornare nei professionisti. Nella peggiore delle ipotesi concepibili a inizio campionato c’era quella di una formazione in grado quantomeno di giocarsela fino all’ultimo per le posizioni di vertice, una speranza che, invece, è naufragata dopo pochissime partite.
Sempre fuori dai giochi, mai un guizzo degno del blasone della maglia amaranto e la fine, tanto scritta quanto deludente, in un playoff raggiunto per il rotto della cuffia e giocato malissimo a Piancastagnaio. Una stagione talmente negativa in cui le colpe sono da dividere tra tutte le componenti del Livorno, nessuna esclusa.
La società
La responsabilità più grande è quella di non aver costruito una squadra all’altezza delle ambizioni che il Livorno deve avere in questa categoria. Sul banco degli imputati finiscono il dt Califano e il ds Braccini, ma in generale tutta la dirigenza per aver avallato scelte a dir poco opinabili. In primis l’idea a inizio stagione di giocare senza un centravanti e di allestire un parco attaccanti con sei uomini senza gerarchie e con assenza di caratteristiche importanti, oltre alla punta non c’era un esterno sinistro in grado di creare superiorità partendo da destra.
La rivoluzione di dicembre dal punto di vista dei risultati non ha modificato niente e ha messo in fila un’altra serie di giocatori inadatti alla categoria e alla piazza. Su tutti spicca il reparto “quote”. Con tutto il rispetto per i ragazzi, i vari Mazzucca, Neri G., Maresca, Belli, Lorenzoni, Camarà e tanti altri non dovevano neanche essere presi in considerazione. Grave non aver avuto un 2001 in grado di fare la differenza (Zanolla preso addirittura da svincolato e mai performante), così come non aver avuto un centravanti da nemmeno 10 reti.
Infine le scelte sui tecnici. Collacchioni una scommessa (non aveva mai fatto la D), rinnegata dopo poche giornate quando comunque era terzo in classifica. Esposito, invece, un nome senza l’ambizione e la garra che servivano in una piazza del genere, vogliosa di tornare dove merita. Insomma, tante scelte, quasi tutte sbagliate.
Gli allenatori
Che Lorenzo Collacchioni sarebbe stato una scommessa in Serie D si sapeva fin dall’inizio. Come detto prima, il tecnico ex San Miniato non aveva mai fatto questa categoria e anche lui ha la colpa iniziale di non aver preteso un centravanti d’area in rosa, fondamentale in queste categorie come confermato dall’Arezzo che dopo aver preso Gucci ha cambiato marcia.
A Collacchioni si può imputare il fatto di non aver mai trovato una formazione precisa su cui puntare, ma di cambiare sempre di settimana in settimana (non aiutato anche dagli infortuni, va detto). E poi quella mentalità che lo portò a essere soddisfatto di un pareggio a Ostia con un tiro in porta, senza mai dare una strigliata, senza mai battere i pugni sul tavolo e suonare la carica.
Un atteggiamento che a Livorno serve e che poteva aiutare anziché pensare che essere quinti in D a Livorno potesse una situazione in qualche modo soddisfacente. Il capitolo Esposito invece ha visto un calo di qualità del gioco e una squadra che pensava solo alla sostanza, spesso senza neanche riuscirci. Tante scelte discutibili, una quantità infinita di lanci lunghi e un atteggiamento di chi sembrava quasi rassegnato alla situazione corrente.
Il primo capitolo di Collacchioni si è chiuso con una media di 1.66 punti a partita, quello di Esposito con di 1,33 per scendere ancora con il ritorno del “Colla” a 1 punto a partita. Media da retrocessione e calo costante. Anche in panchine le responsabilità non mancano.
I giocatori
Tanti di loro, lo abbiamo già detto, erano inadeguati alla categoria e a giocare nel Livorno, ma da altri ci si aspettava necessariamente di più.
Un bluff Rodriguez a inizio anno e un altro El Bakhtaoui, annunciato a furor di popolo. Lo stesso vale per Lo Faso, perché le aspettative per un ex Serie A erano che potesse trascinare la squadra e non fare la comparsa. Male Lucatti, così come il difensore Karkalis, tanto per dirne un altro, e anche giocatori come Greselin e Bruzzo non hanno avuto la costanza di rendimento che ci si aspetta da gente che ha oltre 100 presenze in Serie C alle spalle. L’impegno non è quasi mai mancato, ma, va ripetuto, a Livorno in Serie D non può bastare. Servono personalità, attributi e qualità superiori alla media per vincere un campionato che sarà difficile anche il prossimo anno.
Compito di Esciua appuntarsi tutti gli errori e cercare di non commetterli anche nella prossima stagione. Dalle scelte nell’area tecnica fino a quelli su giocatori e allenatori. Stavolta c'è il tempo di programmare e costruire una squadra in grado di competere per la vittoria. La rincorsa del Livorno alla Serie C parte dalle scelte di queste settimane.
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