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Calcio: Serie D

«In cinque anni riporto il Livorno in B». Ecco il piano amaranto di Joel Esciua

di Flavio Lombardi
«In cinque anni riporto il Livorno in B». Ecco il piano amaranto di Joel Esciua

Il primo obiettivo del presidente “in pectore” è vincere il campionato di D. Sul mister e il direttore sportivo niente indizi. «Ma verranno profili giusti»

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LIVORNO. «Il piano è vincere subito per abbandonare le categorie dilettantistiche e in cinque anni, tornare in serie B. Poi, vedremo. Ho tanti amici che posso coinvolgere per attaccare piani più ambiziosi. Ricordandoci che la programmazione, spesso è più importante dei soldi. Mi piacciono i modelli Atalanta e Udinese, il lavoro fatto dalla famiglia Pozzo e Antonio Percassi».

In effetti, lì c’è tutto quanto si possa desiderare: settore giovanile, stadio, centro sportivo, pianificazione e le famose plusvalenze. Ha le idee chiare Joel Esciua nel suo primo giorno amaranto in cui sciorina un ottimo italiano. Un pensiero a quando sarà tutto “ufficiale” «il 5 maggio dal notaio per diventare operativo al 100% solo dal primo luglio. Ma a quel punto saranno già a posto tanti tasselli per la nuova stagione, sperando magari di aver vinto i playoff che ci darebbero diritto ad un eventuale ripescaggio».

Si, ma ci troveremmo a fare mercato tardi anche stavolta...

«Se accadesse, avremmo comunque guadagnato un anno e avremmo comunque una buona squadra. Ma è fantacalcio. Pensiamo a individuare il tecnico e un direttore sportivo con la stimmate dei vincenti per salutare la D».

Si sono fatti già dei nomi...

«Ricordate Boskov? Rigore è quando arbitro fischia. Quindi, se parole essere virgolettate, sono dette da Esciua. Se non virgolettate, non dette da Esciua. E poi, neppure sarebbe corretto. Tutta gente impegnata nelle società con le quali hanno un contratto. Abbiate fede, verranno profili giusti». Il sindaco ricorda che non è necessario prendere uno come Indiani. In fin dei conti, il Livorno ha vinto avendo in panchina Mazzarri, Nicola e Sottil che di campionati non ne avevano mai vinto uno prima, ma erano bravi. Esciua, annuisce.

Questione campo allenamenti. A che punto siamo?

«Molte possibilità che Casa Livorno sia il Coni. Lì, dovremmo utilizzare il sintetico. Di sicuro non andremo più al Magnozzi».

Ci dica il motivo.

«Troppi infortuni e la sensazione che i giocatori non si preparino bene su una superficie così disastrata. Conta molto di più delle doti tecniche e della preparazione fisica. Tante seconde palle a parer mio, le perdiamo per la scarsa abitudine a movimenti naturali che si fanno in campo quando non si ha paura di farsi male. In partita scontiamo questo peccato originale. Poi, siccome le cose possono sempre cambiare, vedremo in futuro. O un Magnozzi rinnovato, o altrove. Non è facile individuare un posto e Livorno è estesa in lunghezza. Forse è più facile in provincia».

C’è da ricreare entusiasmo. Concorda?

«Se uno si fosse ibernato qualche anno fa non crederebbe a quello che vede. Il basket che fa 8 mila persone ed il Livorno in serie D, con non molti spettatori e senza un ricambio generazionale. Un problema che comunque c’è ovunque. Ecco, dovremmo tutti insieme far tornare le famiglie allo stadio, formare i tifosi del domani».

Perché proprio Livorno?

«Si parte dalla storia, una classifica perpetua della serie A che mette il Livorno al 25esimo posto per punti fatti, seconda società della Toscana. Significa che la B è il minimo che si deve fare. Prendere questa società in una categoria bassa, con un bilancio sano, era una affare da non lasciarsi sfuggire. Per questo, anche dopo che la scelta cadde su Toccafondi, mi sono sempre tenuto informato e ho anche visto alcune partite. Si può fare calcio qui, e a livelli importanti».

Solo questo?

«Le Leggi Livornine, la Città delle Nazioni, conosco molto, ho respirato la livornesità. Mi ricorda San Paolo che si ama o si odia. E qui vedo tanti pregi. È un diamante grezzo, può diventare un vero gioiello».
 

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