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Lucarelli, eroe del derby: i canestri, il bacio e la notte insonne. «Era il mio sogno fin da bimbo»

di Giulio Corsi
Lucarelli, eroe del derby: i canestri, il bacio e la notte insonne. «Era il mio sogno fin da bimbo»

Il giocatore amaranto il giorno dopo il match: ««Vestire la maglia della mia città è fantastico. Abbiamo dei tifosi unici, solo a Livorno succede che ti seguano ovunque»

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LIVORNO. Jacopo Lucarelli, eroe della festa libertassina al Modigliani Forum. Come ha passato la nottatta?

«Senza dormire. Alle 4 e mezzo ero ancora sveglio e mi sono forzato ad andare a letto per non fare tutta una tirata. L’adrenalina non scendeva mai».

Era più contento per la classifica, per la sua prestazione o per il primato cittadino?

«Un po’per tutto: il contesto, i festeggiamenti dopo la sirena, i complimenti. Ho ripensato a ogni azione, al match momento per momento, me lo sono rivisto in tv. In realtà ce l’ho d’abitudine: non dormo mai dopo le partite, le riguardo per capire cosa abbiamo fatto bene e cosa male».

Almeno alla vigilia era riuscito a dormire?

«Come un bambino, ma mi capita sempre prima delle partite».

Beh, non era una partita come le altre: ottomila persone al Modigliani, la Pielle, la classifica...

«Il fatto è che a me piace quando c’è tanta gente, non sento il peso del pubblico, della posta in palio, anzi tutto questo mi diverte».

L’abbiamo notato: un Lucarelli così non si era mai visto. È stata la sua miglior prestazione in maglia amaranto. Concorda?

«Per l’importanza che aveva la partita e per l’impatto che ho avuto sicuramente sì».

E il risveglio invece com’è stato?

«Con Olimpia, la mia ragazza, che mi ha portato il giornale a letto. “Jacopo sei sulla civetta”, mi ha detto».

La foto del vostro bacio è una delle immagini più belle del post partita...

«Me l’avete fatta di sgamo (sorride, ndr), dalla confusione che c’era non mi ero accorto di avere il fotografo proprio davanti a noi».

E suo suocero Alessandro che le ha detto? È uno dei tifosi storici della Pielle...

«È stato uno dei primi a farmi i complimenti».

Lo sta convertendo?

«No, la sua fede è incrollabile. Dalla parte della mamma stanno passando di qua, ma dalla parte del babbo non si smuovono, resteranno per sempre piellini».

E i suoi genitori?

«Sono contenti. Mio babbo Giancarlo è sempre stato libertassino, mamma Rossella era piellina, ma ora...».

La scorsa estate la voleva anche la Pallacanestro Livorno, poi ha firmato con la Libertas: perché?

«Il corteggiamento della Libertas era iniziato molto prima, già due anni fa quando ero a Roseto. Mi cercavano, mi punzecchiavano, ma io scelsi Piacenza in A2, per la categoria e perché non avevo avuto la sensazione che la Libertas fosse intenzionata davvero a puntare su di me. Poi ho saputo il contrario, ma ormai la firma c’era stata. La scorsa estate la Pielle si è inserita, ma ho scelto la Libertas proprio perché mi avevano cercato da più tempo».

Ha girato l’Italia in questi anni e si è tolto soddisfazioni: Capo d’Orlando, Roseto, Piacenza. Com’è giocare a Livorno per un livornese?

«È vero, a Capo d’Orlando sono stato anche capitano, ma giocare a casa, con la propria gente, le persone che parlano la tua stessa lingua, hanno il tuo modo di pensare, significa vivere il basket in modo differente. Giocare a Livorno, per la squadra della mia città, per me è un motivo di vanto, sono orgoglioso. Fin da quando ero un bambino sognavo di poter essere un giocatore di basket e di giocare per la squadra della mia città. Quello che ho vissuto ieri sera rimarrà per me un ricordo indelebile».

Lei è nato nel 1996, quando l’epopea del basket era già finita sui libri di storia. Cosa conosce di quegli anni magici che oggi sembrano riesplosi?

«Ho in videocassetta gara-cinque di finale con Milano e l’ho rivista un sacco di volte, con la schermata in tv del primo scudetto di Livorno, ma più di lì non sono mai andato, conosco i nomi dei giocatori ma non la loro storia, sono cresciuto cestisticamente nel periodo più sfortunato per il basket livornese e ora sono felice che quella passione, quel fuoco stiano tornando».

Quando in estate è arrivato alla Libertas si immaginava una piazza così?

«Mi avevano detto che la piazza si stava riaccendendo, che c’era fame di basket ma non pensavo che ci fosse quest’impatto, questa voglia di riaffacciarsi al mondo della pallacanestro che conta. La rivalità è un elemento fondamentale, se non ci fosse la Pielle non so se ci sarebbe questo desierio di competere e questo vale su entrambi i fronti».

La sensazione, vedendola giocare, è che questa maglia le si sia già attaccata sulla pelle. Il feeling con i tifosi è palese, le sue dediche continue ad ogni canestro alla curva mandano in estasi il popolo amaranto.

«I nostri tifosi sono eccezionali. Domenica scorsa sono venuti in cento a Vigevano, come era accaduto a Legnano, erano tanti ad Omegna, a Pavia, ci seguono in massa ovunque. Oltre a noi e alla Pielle questo non succede da nessun’altra parte e per un giocatore questo calore è importante. Mercoledì sera, durante il derby, ridevo mentre ero in campo, ero felice di giocare quella partita, di essere lì, di vedere amici, parenti, la fidanzata, i nostri tifosi che ci sostenevano».

Quei cinque punti di fila quando la PL si stava rifacendo sotto sono stati dimostrazione di sangue freddo oltreché di talento. Lei però è sembrato particolarmente sicuro, e sereno. Cosa provava in quei momenti?

«Mi fanno morire quelli che mi conoscono e che mi dicono di invidiarmi il fatto che riesco a rimanere rilassato anche nelle situazioni più drammatiche e si immaginano me che gioco canticchiando le canzoni di Bob Marley, con Buffalo Soldier in sottofondo. Ma quello è il mio mood da sempre».

Un bel pregio...

«Può essere anche un difetto. Ero così pure a scuola. I miei genitori me l’hanno sempre detto: dimostrati più attivo. Ma io sono sempre stato in sordina, mi accontento di raggiungere l’obiettivo col minimo sforzo».

Tanti addetti ai lavori, come Russo o Da Prato per stare su nomi livornesi, hanno detto che l’uomo in più della Libertas nel finale di stagione può essere Lucarelli. Specificando: “Se si accende...”.

«Vado a intermittenza, è il mio modo di essere. Mia mamma diceva che sono un diesel, che comincio a carburare man mano che la partita va avanti. Ora invece penso di andare al contrario, spesso parto forte e poi vado a calare, e questa cosa non mi va giù, sto cercando di migliorare, mercoledì è andata bene. Certamente sentirsi dire quelle parole da allenatori che mi hanno allenato come Andrea e Roberto fa piacere».

Torniamo al derby: siete scesi in campo duri in difesa, compatti, concentratissimi. C’era più voglia di riscattare la beffa dell’andata, di fare un regalo ai tifosi, di prendersi il primo posto?

«Siamo entrati in campo con una cattiveria che quest’anno forse non avevamo mai avuto, abbiamo fatto capire da subito che volevamo la vittoria, che eravamo disposti a fare a botte per prenderci i due punti e ribaltare la differenza canestri. Ci tenevamo un sacco sia per l’andata, sia per come ci stiamo allenando in questa fase, sia per come era finita a Vigevano. Rivedendola, sia nell’aspetto offensivo che difensivo non si è sbagliato quasi nulla e tutti hanno dato un contributo clamoroso».

La sensazione dall’esterno è che ci sia grande amalgama e che nonostante tanti nomi importanti nel roster, il gruppo sia la forza principale di questa Libertas.

«Abbiamo dimostrato compattezza, unità, di essere una squadra vera. Ci siamo dati man forte sempre. Quando ci sono stati errori – minimi, perché ne abbiamo fatti davvero pochi –, c’era sempre un compagno che ti tirava su, ti rincuorava, ti dava una pacca».

E ora?

«Ci aspetta un tour de force importante a Piombino, poi Montecatini e Omegna in casa. Saranno tutte partite toste. Vincere questo derby ci ha dato forza sicurezza, ma se non trasformiamo in vittorie le prossime partite non sarà servito a nulla». l


 

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