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Luca Bechi applaude la rinascita di Livorno: «Libertas e Pielle super, ma occhio al salto in A2»

di Francesco Parducci
Luca Bechi applaude la rinascita di Livorno: «Libertas e Pielle super, ma occhio al salto in A2»

Il coach livornese, 52 anni, in questo campionato è tornato a Roma: «Premiati due progetti visionari»

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LIVORNO. Nella nutrita truppa di tecnici livornesi che allenano in serie A, un posto di rilevo spetta a Luca Bechi, 52 anni fra un mese esatto, professionista da oltre 20. In questo campionato è tornato a Roma – dove già aveva allenato la gloriosa ma ora purtroppo scomparsa Virtus – alla Stella Azzurra, la società con il settore giovanile più importante d’Italia. «Forse d’Europa – corregge lui – abbiamo 300 ragazzi, 100 dei quali sono reclutati, provengono da fuori, da tutta Italia ma anche dall’estero: abbiamo serbi, ucraini, lettoni, africani. 6 dei 12 della prima squadra vengono dal nostro settore giovanile».

Ora il barometro sembra puntare al bello, ma avete avuto un inizio di campionato faticosissimo, con 10 sconfitte consecutive...

«Le abbiamo fatte tutte senza un americano e il peso di uno straniero in A2 è decisivo. E poi ne abbiamo perse 6 su 10 con lo scarto di un canestro, un mix di sfortuna e inesperienza. Ma fondamentale è stato continuare a lavorare duro con grande tenacia e determinazione consapevoli che prima o poi il lavoro paga. Non è una frase fatta, è la verità. Quando è arrivato Givens, l’8 dicembre, ha trovato una squadra pronta a lottare, si è inserito subito e ci ha dato la qualità che mancava. Da allora abbiamo fatto 5 vittorie nelle ultime 6 partite».

Avete avuto anche difficoltà logistiche, vero?

«Sì, avremmo dovuto giocare al PalaTiziano, accanto allo stadio Flaminio che ci era stato promesso per settembre. Poi si sa come purtroppo vanno queste cose, prima un intoppo, poi un altro e non sarà disponibile prima di settembre prossimo. Il risultato è stato che abbiamo giocato la prima parte di stagione a Veroli, che è addirittura in un’altra provincia e ora giochiamo a Guidonia che è a 40 chilometri da Roma. Praticamente è come giocare sempre in trasferta, senza un minimo fattore campo. Peccato perché dopo la sparizione della Virtus e la meteora Eurobasket siamo rimasti l’unica squadra di Roma, che è pur sempre la capitale d’Italia».

Con lei c’è un altro pezzo di Livorno. Ha affidato le chiavi della squadra a Jacopo Giachetti. Sembra che le vostre carriere periodicamente siano destinate a reincontrasi: si comincia nel 1998 con la vostra prima vittoria importante, il titolo nazionale allievi di Bormio con la PL. Nel 2015 la promozione in A1 con Torino, dove era attesa da 22 anni e c’era anche Tommaso Fantoni. E ora Stella Azzurra.

«Diciamo che ormai ci conosciamo abbastanza bene. Sa sempre quello che voglio da lui e quasi sempre riesce a farlo molto bene».

L’anno scorso a S. Severo, dopo la conquista dei primo playoff nella storia della società con il budget più basso dell’intera serie A2, l’avevano fatta quasi sindaco. Perché venirsene via?

«Quel risultato aveva richiesto un grande sforzo di energie mentali. Mi ero convinto, e lo sono tutt’ora, che oltre non si potesse andare. Insomma, quel che potevo dare a S. Severo l’avevo dato, tanto che dissi di no al rinnovo, mi avevano proposto addirittura un triennale, senza ancora avere in mano alcuna alternativa. E poi, anche se non è la cosa che mi spaventa di più, visto che sono andato in Ucraina e in Ungheria, 750 chilometri da casa non sono pochi».

Ha citato l’Ucraina. Quando l’anno scorso la intervistammo sul Tirreno, a guerra appena iniziata, Mariupol che lei aveva portato alla finale scudetto, era sotto le bombe. Ora è praticamente rasa al suolo e nessuno quasi ne parla più. Ne soffre ancora?

«Sì, perché continuo a sentirmi con gli amici che ho laggiù. Da qui non possiamo avere un’idea di cosa significhi vivere a 15 gradi sotto zero senza luce e senza riscaldamento».

E della rinascita del basket livornese che ci dice?

«Che ne sono contento, ovviamente. Ho tanti amici, sull’una e sull’altra sponda con i quali mi sento quasi quotidianamente e che mi raccontano tutto. Le immagini del Modigliani Forum riempito per intero nel derby hanno fatto il giro d’Italia».

Merito del derby?

«Merito, prima di tutto, delle due società. Per far ripartire il tutto ci sono voluti sacrifici economici, anni di serie C, tanta tenacia e anche essere un po’ visionari. Direi che entrambi i gruppi dirigenziali si meritano questo momento magico».

E per farlo durare, questo momento, magari con una o due promozioni in serie A2?

«Non conosco personalmente né Andreazza né Cardani ma so che sono allenatori preparati e che fanno giocare un buon basket alle due squadre. Ma prima di tutto bisogna consolidare la struttura, a partire dal settore giovanile, perché il salto dalla B alla A2 è notevole, forse anche più di quello che c’è fra la C e la B. C’è da imparare a gestire gli americani, che spesso arrivano qui completamente digiuni delle nostre abitudini, del nostro modo di mangiare, dei nostri ritmi di vita. E tante altre cose. La passione è importante, anzi è il primo motore. Ma da sola non basta, se non si vuole essere una meteora».

E ora c’è anche la ciliegina sulla torta. La Nazionale per una partita ufficiale e di grande importanza. E la città ha risposto: biglietti già in esaurimento...

«Spero di esserci. Intanto ho richiesto l’accredito alla Fip. Un bello spot per la città nel momento più importante per il basket cittadino da tanti anni a questa parte. Credo che buona parte del merito vada attribuita a Massimo Faraoni che avrà saputo sfruttare a vantaggio di Livorno gli ottimi rapporti che ha con il presidente Petrucci. Oltre ovviamente alla presenza di un impianto che è fra i più belli d’Italia».

Siamo in chiusura. Mai pensato di tornare a allenare a Livorno?

«Mah, è capitato, qualche tempo fa, di fare una chiacchierata su entrambe le rive del fiume. Ma poi è stato meglio continuare ognuno nel proprio percorso. E poi Andreazza e Cardani stanno facendo bene, che bisogno hanno Libertas e PL di pensare a altri? Certo, Livorno è casa mia. Prima o poi potrà anche capitare».

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