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Libertas, notte con la freccia

di Fabrizio Pucci
Casella al tiro con la maglia della Libertas
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Casella al tiro con la maglia della Libertas

Trasferta a Omegna (ore 21) e chance di essere almeno per un giorno soli in testa. Il doppio ex Casella avverte: «Avversario molto tosto, attenti alle trappole di Quilici

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LIVORNO. Il doppio ex di Paffoni Omegna-Libertas è Andrea Casella, una stagione in Piemonte (A2 2015/16) e le ultime due in maglia amaranto. È lui a introdurci nel match di stasera (ore 21) sul parquet piemontese: «Il ricordo di Omegna è ancora nitido. È una piazza importante, dove hanno sempre cullato ambizioni grazie a una società molto seria. E anche da quando il patron Paffoni è mancato, il club continua nel suo modo di fare pallacanestro che ha spesso prodotto buonissimi risultati».

E la Libertas? Quanto le ha fatto male svestire la canotta LL?

«Un pizzico di amarezza c’è. Mi dispiace molto non aver proseguito quell’avventura. Avevamo dei progetti insieme. Però penso che sia stata una di quelle relazioni importanti che guardi sempre con amorevolezza. Non ho sentimenti negativi. Ogni volta che racconto un episodio vissuto nella Libertas o ci ripenso, proprio grande orgoglio. Sono felice di aver fatto parte del club. Credo di aver dato qualcosa, ma anche di aver ricevuto una sorta un risveglio»

Cioè?

«L’esperienza alla LL mi ha permesso di tornare a divertirmi davvero giocando a pallacanestro. Rivedere il basket per quello che è: l’amore più grande della mia vita. E questo prescinde dai risultati. Ecco perché ho un senso di gratitudine immenso nei confronti della Libertas».

Che partita sarà? È la prima dopo la sosta: un’incognita?

«Sa, il gin tonic dà, il gin tonic toglie. Bisogna vedere come è stato smaltito. Scherzi a parte. Omegna è una squadra molto solida. Ha qualità, ma soprattutto giocando contro la Libertas darà qualcosa in più. Dai piemontesi mi aspetto una partita alla livornese, perché livornese è il loro allenatore, Daniele Quilici, grande persona a cui devo davvero tanto. Fu lui un giorno a chiedermi: vuoi fare il giocatore? Allora allenati di più. Insomma, Omegna avrà il coltello tra i denti e la Libertas dovrà gestire questo aspetto. Essere forte e solida».

Che campionato è?

«Difficilmente decifrabile in tutti i suoi gironi, indipendentemente da dove uno gioca. C’è tanto divario tra le squadre di fascia alta e quelle più in basso. Divario economico e tecnico. Con questa formula inevitabilmente si crea una forbice tra chi vuole puntare ai due posti che garantiscono la promozione e quanti hanno meno ambizioni e questo incide anche sulle motivazioni dei giocatori».

In che modo?

«Faccio un esempio. Prendiamo due ragazzi che frequentano la stessa scuola, nella stessa classe e che sono simili dal punto di vista culturale e di capacità. A uno viene ripetuto costantemente che è un genio della matematica, mentre all’altro viene detto che non è buono a nulla. Vedrete che il primo sarà più motivato e che il secondo alla fine crederà di non essere capace di far niente. È quello che accade in questo campionato. Gli obiettivi delle società condizionano molto i giocatori».

È riuscito a vedere la Libertas?

«Sì, qualche volta. Ho visto il ad esempio il derby in differita. La squadra amaranto è buona buona eh. Anzi: speciale, come si dice dalle nostre parti. È allenata bene. Inoltre, conosco la maggior parte dei giocatori. Con molti di loro ho avuto il piacere di giocare insieme. Con altri non ancora, ma posso dire che un valore tecnico e umano di quel tipo può andare lontano».

Può puntare a uno dei primi quattro posti e anche a qualcosa di più?

«È normale che con quel roster la Libertas debba puntare più in alto possibile. Se lo può permettere. Il problema è che con questa formula così strana, nulla può essere dato per scontato. Vale tutto e il suo esatto contrario. Tuttavia, l’esperienza del gruppo della Libertas può fare la differenza».

Torniamo al derby. Che effetto le ha fatto vedere il Modigliani pieno?

«Secondo me è stato il manifesto della Livorno che conosco. Sono cresciuto venendo al PalaMacchia o al Modigliani. La prima volta che ho visto il palasport pieno fu il giorno della sua inaugurazione. L’8 dicembre però è stato davvero bellissimo perché c’era la Livorno che merita quell’energia. C’era gente che si identifica nelle due squadre. Gente che ci crede, che fa il tifo. Sì: c’era ciò che si merita Livorno. E detto da un pisano, questo ha ancora più valore».

Già, a Pisa non c’è tutta questa tradizione nel basket e invece lei è diventato un ottimo giocatore. Come le è venuta la passione?

«Merito di mio padre. È stato un ottimo giocatore quando c’erano solo la Serie A, la B, la C1 e la C2. A 18 anni stava per firmare per Varese, ma si fece male. Il cerchio l’ho chiuso io quando esattamente 40 anni dopo sono andato a giocare proprio a Varese. Ho scelto la pallacanestro perché ho sempre visto solo quella: fu subito amore incondizionato, potentissimo».


 

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