Gioco
Sara nell’anno delle meraviglie. «Devo tutto a mio padre»
Nel 2022 Franceschi ha conquistato 4 medaglie tra Mondiali ed Europei. A Melbourne è stata l’unica italiana in grado di lottare con le americane
L’ultimo anno di Sara Franceschi: medaglia d’argento nei 400 misti ai campionati Europei di Kazan (25 metri, novembre 2021), medaglia d’oro nei 200 e 400 misti ai Giochi del Mediterraneo di Orano (luglio 2022), medaglia di bronzo nei 200 misti ai campionati Europei di Roma (agosto 2022), medaglia d’argento nei 400 misti ai campionati Mondiali di Melbourne (25 metri, dicembre 2022).
Un’escalation pazzesca. Placcata di maturità, determinazione e autostima. Sara, infatti, non è più la bambina prodigio che a 17 anni partecipò alle Olimpiadi di Rio. E non è più quel talento cristallino capace di stupire soltanto in ambito giovanile. Sara Franceschi oggi è uno dei punti di riferimento dell’Italnuoto, l’unica medaglia individuale del comparto femminile in Australia in grado di lottare spalla a spalla con le americane e le giapponesi.
Sara nell’arco di 13 mesi è diventata grande. Nuotando tra le difficoltà e i bocconi amari. Ma sempre a testa alta, guidata dal padre (e allenatore) Stefano, il primo a non gettare mai la spugna anche quando la ruota non ne voleva sapere di girare nel verso giusto.
Sara, la prima persona che ha ringraziato in tv a Melbourne è stata suo padre. Si è pure commossa. Cos’è che vi lega, oltre naturalmente al rapporto familiare?
«Il dialogo. L’analizzare continuamente le situazioni in maniera attenta e dettagliata. Durante il mio periodo buio – tra il 2017 e il 2019 – è sempre stato lui quello con il sorriso, convinto delle mie potenzialità specialmente sotto l’aspetto psicologico. Avere fiducia in ciò che si fa nel quotidiano è fondamentale, altrimenti non si va da nessuna parte. E passo dopo passo, con fiducia reciproca, dentro la mia bacheca adesso, oltre ai pass, ora vedo pure 5 medaglie».
Due partecipazioni olimpiche. Una carrellata di Europei. Ma una specie di maledizione l’aveva sempre tenuta lontana da un campionato del mondo. Soffriva questa mancanza, prima di volare in Australia?
«Sinceramente sì, puntualmente capitava qualcosa. Quando la forma, quando un virus. Un anno fa la medaglia di Kazan qualificava di diritto al mondiale di Abu Dhabi, ma dalla Russia purtroppo tornai con il Covid. Che rabbia...».
Il nuoto è sempre stato il suo unico amore?
«In realtà fino all’età di 9/10 anni ho praticato nuoto e danza; le mie compagne di scuola ballavano e io volevo stare con loro. Tuttavia devo ammettere che in termini di elasticità e spalle mi ha fatto bene. Strada facendo poi non ero molto coordinata e tanto più alta rispetto alle altre, quindi ho proseguito con il nuoto».
Ha ricordi delle sue prime gare?
«Da Esordienti C si fanno i 25 in tutti gli stili e le prove didattiche, tipo il sotto passaggio. Ma il ricordo più bello è legato alle staffette, facevamo più urli che bracciate (ride, ndr)».
E poi così, di botto, Rio 2016?
«Avete presente Alice nel paese delle meraviglie? Esattamente così. Catapultata in un mondo parallelo, a 17 anni, nello stesso appartamento di Federica Pellegrini nel villaggio olimpico».
C’è un momento nella sua carriera in cui ha temuto di non farcela?
«Fino a 16-17 anni, compresa la qualificazione alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, è filato tutto liscio. Poi il mio fisico è cambiato, ho perso l’assetto in acqua e mi ero scoraggiata. La testa andava anche altrove, i miei amici uscivano la sera. Ho vissuto un biennio di grandi difficoltà, in attesa di riscattarmi nel 2019 – post lockdown – con il pass per i Giochi di Tokyo».
Qual è, secondo la sua esperienza, la parte più difficile da gestire per un nuotatore?
«Il lato mentale. Quando sei piccolo non pensi, viene tutto facile ed è tutto divertente. Quando, invece, inizi a capire che in 1,2 o 4 minuti ti giochi qualcosa d’importante allora lo scenario cambia. In quel momento la parte ludica e la serenità devono rimanere al centro di tutto ed è forse lo scalino più difficile. Durante la settimana facciamo 10 sedute in acqua, da 12/14 chilometri al giorno, e 3 in palestra. E poi nel giro di 4 minuti, nel mio caso, combatti senza appello per una una finale, una medaglia o una qualificazione».
Suo padre le ha trasmesso anche la passione per la cucina...
«Nel momento in cui sono andata a vivere da sola è letteralmente esplosa. Lui ama cucinare e mangiare, quindi io l’ho sempre visto impegnarsi dietro i fornelli. Tanta osservazione, qualche esperimento e ora anche a me piacere da morire».
Ha mai pensato di cambiare aria e lasciare di Livorno?
«Nel 2016, post Olimpiadi, ho fatto il concorso per entrare nel corpo sportivo della Guardia di Finanza e negli stessi giorni ricevetti una proposta dall’Università di Los Angeles (Ucla). Scelsi di rimanere qua, con il mio allenatore. In quel periodo – ma è così anche oggi – non c’era un’altra persona che potesse darmi le stesse motivazioni e le correzioni della nuotata. Perché io sono fatta così, curo tanto la tecnica. E se avverto la sensazione di nuotare bene, allora vado anche forte».
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