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Alessandro Ramagli: «Livorno super, ora torniamo a creare coach e giocatori top»

di Andrea Masini
Alessandro Ramagli: «Livorno super, ora torniamo a creare coach e giocatori top»

Dal derby degli ottomila alla necessità di formazione: «La rivalità tra PL e Libertas è l’unica medicina per riportare in alto la città»

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LIVORNO. Risponde dall’aeroporto Capodichino Alessandro Ramagli, di ritorno dalla fondamentale (e vittoriosa) trasferta di Napoli. Due punti pesanti per la sua Tezenis Verona, in primis per la classifica e di conseguenza per mantenere vive le chance di mettere le mani sulle Final Eight: un mezzo miracolo per una neopromosso. Livornese di scoglio, autentico nelle parole e nei fatti, ecco coach Ramagli. Allenatore verace, idolo dei tifosi e dei social per le sue conferenze stampa che spesso finiscono per essere idolatrate nei gruppi di appassionati. Ma soprattutto accademico dei canestri e dei suo meccanismi. E con il quale è un piacere scambiarsi opinioni e parlare di basket. L’argomento poco importa, basta che si tratti di palla a spicchi. E a Livorno, di questi tempi, di temi ce ne sono davvero tanti, forse come non accadeva da 30 anni. Si va dal dualismo in serie B – che ha generato un derby da 8000 persone -, alla nazionale (attesa a febbraio) , fino al numero dei praticanti.

Ramagli, la pallacanestro a Livorno sta vivendo una sorta di nuova giovinezza soprattutto in termini di seguito e passione. Tuttavia, gli ultimi due giocatori livornesi con trascorsi e carriere importanti risultano essere Tommaso Fantoni e Jacopo Giachetti. Cosa manca, secondo la sua visione, per tornare ad essere “competitivi” anche nella formazione dei giocatori?

«Ha detto tutto lei, la formazione. Intesa come scuola di basket in tutti i suoi aspetti. Dal reclutamento fino all’addestramento. In tal senso, la società che sta provando a dare continuità a tale politica è la Pallacanestro Don Bosco seppur con alcune modalità differenti rispetto al passato. Anche l’Us. Livorno, a modo a suo, ha iniziato questo tipo di percorso attraverso un reclutamento totalmente cittadino. Le due rappresentanti più importanti, ovvero Pielle e Libertas, lo faranno, valorizzando i rispettivi progetti. La formazione è un valore troppo importante. E posso aggiungere una cosa?».

Prego

«La stessa cosa vale per gli allenatori».

Ci ha preceduto. L’avaria del “prodotto” riguarda, infatti, pure la classe degli allenatori. Rispetto a quando ha cominciato lei, oggi ci sono sempre meno ragazzi disposti a investire tempo e capacità per intraprendere la carriera di coach. Secondo lei, perché?

«Quando manca la stella polare, l’interesse va frammentandosi nonostante il movimento rimanga molto partecipato. Le società sportive hanno il dovere di investire sulla formazione, dei giocatori ma ancor prima degli allenatori. Ci sono molti colleghi e concittadini che allenano in A, A2, serie B e mi auguro che altrettanti, in questo momento di ardore, potranno nascerne».

Cosa è cambiato nel tempo? Perché da questo punto di vista Livorno non fa più scuola?

«Il buco di interesse che si è venuto a creare per 10/12 anni senza dubbio ha influito. E poi ribadisco il concetto: la formazione di chi deve formare, ovvero gli allenatori, è più importante di coloro che devono o dovranno essere formati, i giocatori. Il basket è uno sport molto selettivo, ed è normale che strada facendo il livello dei gruppi si alzi grazie a qualche investimento».

I suoi figli hanno mai pensato di ricalcare le sue orme?

«Per tanti anni si sono divertiti a giocare e anche ora non riescono a staccarsi da questo ambiente. Il più grande, che studia all’università, sta dando una mano a Riccardo Tedeschi all’Us Livorno. Il più piccolo ha smesso di giocare quest’anno e collabora con la Libertas. Sono due bimbi appassionati di basket, come ce ne sono tanti, e sull’onda di questa passione la città deve tornare a produrre anche dirigenti e arbitri».

L’8 dicembre il Modigliani Forum ha accolto 8000 spettatori per un derby di serie B, facendosi spazio sulle colonne dei quotidiani nazionali. Cosa lascia in eredità una partita del genere? E su quali tasti devono premere adesso la Pielle e la Libertas per alimentare ulteriormente questo fuoco?

«In quei giorni l’Italia del basket non parlava d’altro: siti specializzati, giornali, social. Il derby di Livorno ha fatto più spettatori di qualsiasi altra partita di A1, A2 e di molti campionati europei. Un evento simile ha il potere della straordinarietà, tutti si sono interessati e hanno cercato di capire cosa poteva esserci sotto. E questo fuoco, ora, non deve spegnersi. Va cavalcato in mille modi. È ora il momento di schiacciare sul pedale, senza aspettare il derby di ritorno. Il Pala Macchia fa 1.500 spettatori di media? Bene. L’obiettivo è aumentare il bacino a 2.000 e cosa più importante, che notai pure durante la mia esperienza a Bologna (sponda Virtus ndr) , è il fatto di ringiovanirlo questo bacino. Con questo non dico che i tifosi storici non debbano più andare al palasport, anzi, ma un ragazzo o un bambino che si appassiona è un valore aggiunto».

L’ha vista in tv la partita?

«No, purtroppo. Avevamo allenamento a Verona. Ma c’erano mia moglie, i miei figli e addirittura i miei genitori che non vedevano una partita da 20 anni. Vi giuro che Alessandro Cappelletti e Guido Rosselli a fine seduta sono volati nello spogliatoio per vedere come era finita, tanto che ne avevano sentito parlare. Per tantissime persone è stato un evento straordinario…».

La storia recente ci sta dicendo, anzi confermando a chiare note, che la pallacanestro non può fare a meno della rivalità cittadina. Cosa ne pensa?

«Forse non è l’unica medicina, perché l’altra è rappresentata dall’eccellenza. Ma per l’eccellenza servono grandi investimenti e risorse che alle volte non è semplice reperire. Mentre la rivalità funziona, eccome. Alimenta la passione. È successo negli anni’80 e adesso idem».

Toccare la serie A, con almeno una delle due squadre, è l’altra condizione necessaria per aumentare l’interesse?

«Decisamente conta, inutile nasconderlo. In A2 giocano gli americani, ci sono piazze storiche e dal prossimo la nuova A2 avrà un livello più alto rispetto a quella attuale. Poi come la storia c’insegna, quando il calcio a Livorno non vive un buon momento il basket torna in auge e viceversa».

A febbraio l’impianto di Porta a Terra ospiterà la partita tra l’Italia di Pozzecco e l’Ucraina; un’ulteriore vetrina per il movimento, non crede?

«Fa parte del medesimo processo; la voglia di grande basket dei livornesi è tangibile e la candidatura per una partita ufficiale della nazionale ne è la sacrosanta conferma. Il palasport vivrà un’altra grandissima serata di basket e di grandi emozioni».

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