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Le dritte di Bucci e il modello Fortitudo: così è nata la democrazia libertassina
La fondazione diventa operativa, il presidente Consigli: «Puntiamo a cento soci l’associazione tifosi ha la maggioranza relativa, noi come i Green Bay Packers»
LIVORNO. È nata la Fondazione Libertas Livorno 1947. Sarà la funivia che trasporterà la società amaranto nel futuro, nel ritorno sull’Everest del basket. Non si tratta solo di una nuova forma giuridica della doppia L. È anche, soprattutto, un modo nuovo di gestire una società sportiva, rivoluzionario, con una forte componente decisionale attribuita ai tifosi. Azionariato popolare e democrazia sportiva insieme, una strada tracciata da uno degli dei dell’Olimpo libertassino, che dall’alto continua a vegliare sui colori amaranto.
«È stato Alberto Bucci a indicarci la via», ricorda commosso il presidente della Libertas Roberto Consigli. «Ci ha detto: “Dovete costituire una società, perché Livorno con questa passione, con tutte queste persone che vivono di basket, con questo senso di amore tradito dalla finale, ha bisogno della Libertas. E devono essere i tifosi a ricostruire il tutto”. Ci aveva spinto lui a costituire l’associazione tifosi di cui fu il primo firmatario».
E infatti i tifosi e un gruppo di imprenditori-tifosi hanno ridato vita alla Libertas. Ora però è nata la fondazione...
«È stata anche una necessità. Ci siamo trovati di fronte a una problematica: per ampliare il numero dei soci, che è la condizione necessaria per ottenere più risorse, due anni fa, quando prendemmo la serie B dalla Stella Azzurra, avevamo fatto un aumento di capitale classico con una nuova sottoscrizione, aprendo all’ingresso di nuovi soci».
Che cosa non andava in quella formula?
«Si sono manifestate due tipologie di problemi: la governance in primis, perché non è semplice gestire così tanti soci, e poi la possibilità di ampliare ad altri. Ma c’era anche un terzo tema: possibile, ci chiedevamo, che non ci fosse un modo legale per rendere detraibili questi contributi, che alla fine sono donazioni?».
La fondazione li ha risolti?
«Ci siamo grattati la pera e siamo andati in giro per l’Italia, per prima cosa, come dicevo, a Bologna. Ho incontrato il vice presidente della fondazione Virtus, ho parlato con Julio Trovato, ora alla Stella Azzurra, che era il general manager delle V nere ai tempi di Bucci. Ci ha aiutato molto: mi disse che Alberto spesso gli parlava di Livorno e gli diceva “dopo aver fatto rinascere la Virtus dovremo far rinascere anche Livorno”. Julio si è subito offerto, in nome del legame con Alberto».
Ma non avete attinto dall’esperienza Virtus alla fine.
«La fondazione a Bologna non è stata generata dai tifosi e da soci di basso livello ma dalle imprese che hanno costituito una rete e una fondazione. Non era il modello giusto per noi. Un modello interessante era l’Aquila Trento, ma alla fine abbiamo scoperto che il più vicino al nostro era la Fortitudo: ho preso contatti con Christian Pavani, mi ha aiutato un sacco, mi ha spiegato che loro avevano costituito un’associazione di tifosi che aveva mantenuto il vecchio codice Fip della Effe quando la società era fallita. Una partenza diversa dalla nostra ma l’idea finale era la solita: un’associazione di tifosi e la possibilità di portare dentro soci, professionisti, tifosi, gente di varie estrazioni e professioni. Era una struttura molto simile alla nostra, quindi abbiamo preso il loro statuto e cominciato a studiarlo. Fondamentali sono stati il notaio Gianluca Giovannini e il commercialista Luigi Pappalardo».
C’è voluto tempo visto che si parla della fondazione già dall’anno scorso ma è diventata realtà solo ora…
«Le fondazioni fino a un anno fa erano strutture grandi, per finanziamenti molto elevati, ma la riforma del terzo settore ha cambiato le cose. Essersi iscritti al terzo settore dopo la riforma ha dato modo a una serie di vantaggi, a partire dal fatto che una parte cospicua di quel che si versa in fondazione si detrae dalla dichiarazione dei redditi».
Il che incentiva ad entrare: quanto costa entrare nella fondazione Libertas?
«Abbiamo messo una quota Gold a duemila euro e una Silver a mille. I soci continuano ad aumentare, adesso siamo a oltre 60. Anche l’adesione diventa semplice, si fa richiesta, il cda della fondazione valuta la domanda e se ritiene che uno possa entrare viene accettato. Dal punto di vista del rischio è più conveniente per chi vuol investire e non c’è limite nel far crescere i soci».
Ma chi prende le decisioni?
«Noi abbiamo creato una fondazione partecipativa, con un’assemblea e un cda eletto dall’assemblea. Questo garantisce criteri di democrazia».
I soldi come fanno a girare dalla fondazione alla società sportiva?
«La fondazione ha nel proprio statuto che una percentuale di quel che raccoglie deve versarlo alla Libertas».
E il resto?
«Può fare investimenti di tipo sociale, in palestre, può acquisire società satellite».
L’Invictus?
«Ad esempio…».
Le attività sul tavolo aumentano: non farà perdere l’attenzione sulla squadra?
«Formeremo gruppi di lavoro: marketing, promozione eventi, attività sociali, dal basket in carrozzina ai progetti con Misericordia, il Libertas Care è un progetto che ci sta molto a cuore, poi c’è chi si occupa degli aspetti pratici di gestione della società, e chi si occuperà dei bandi quando il Comune assegnerà le palestre».
Lei è presidente della Libertas e della fondazione?
«Ora sì ma in fondazione cederò la mano a qualcuno che dovrà essere votato».
La nuova Libertas ricorda un po’ l’organizzazione di Pistoia che da oltre un decennio permette alla società di restare tra A1 e A2…
«A Pistoia c’è un consorzio degli sponsor, dunque la società è comandata dagli sponsor. Che poi è un po’ la direzione in cui sta andando Fortitudo».
Ma se domani arrivasse un imprenditore solido che volesse comprarsi la Libertas che succederebbe?
«La fondazione rimarrebbe, l’idea nostra è che rimanga almeno con il 51% della LL».
Crede che qualcuno entrerebbe al 49% mettendo soldi senza comandare?
«Questa formula in realtà è favorevole anche per l’ingresso di nuovi soci non solo di basso livello ma anche di livello più alto».
Ora la fondazione ha il 100% di Libertas?
«Quasi, mancano un paio di soci anziani della Libertas che sono rimasti con l’1% e non hanno ancora confluito, ma lo faranno a breve».
Quanto sono lontani i tempi in cui la Libertas era di due grandi famiglie livornesi, i Boris e i D’Alesio…
«Io sono convinto che il modello attuale sia futuribile proprio in questa lettura: perché è chiaro che ci può essere la famiglia che porta avanti anche con la discendenza la gestione nella squadra, ma nella pratica non è detto che i figli seguano poi le orme dei padri. Guardate il calcio, finché c’era Aldo Spinelli ok poi arriva Roberto e l’abbiamo visto…».
Con i D’Alesio non è andata così, dopo la Libertas hanno rilanciato il Don Bosco…
«La famiglia D’Alesio ha dato tantissimo, finché c’erano Nino e Nello che erano appassionati. Poi complici la minor passione dei figli e le vicende economiche mondiali hanno ritenuto che quel che avevano fatto erano abbastanza».
Sembra credere molto in questa formula in un’ottica di lungo termine…
«Il modello è già applicato al Real Madrid, al Barcellona, al Bayer, società fatte da tanti tanti soci. Anche in America ci sono società famosissime nelle mani di migliaia di soci, penso ai Green Bay Pakers di football americano, franchigia Nfl di una città piccola in mano a una miriade di tifosi che hanno mantenuto la società a Green Bay, nel Wisconsin, nonostante le tante pressioni per portare il marchio altrove».
Già il marchio, a chi appartiene la LL?
«La fondazione detiene il marchio di LL che è stato portato dentro dall’associazione tifosi che ha il diritto di veto su maglia, colori, tutela della storicità e della tradizione».
Parlava di governance da snellire: chi comanderà in Libertas?
«Funziona così: la fondazione nomina il cda di Libertas, ne definisce gli obiettivi approvando il piano industriale, e ne approva il bilancio essendo socio unico».
Se la stagione finisce in rosso chi ripiana?
«Se ci sono problematiche di tipo finanziario deve intervenire la fondazione».
Il mercato chi lo decide?
«La società sportiva, una volta che il cda è formato, avrà maggior rapidità e autonomia rispetto a ora. Se si rompe Ammannato e devo trovare un altro giocatore, in Libertas io presidente dovevo trovare il giocatore col ds e l’allenatore, ma economicamente essendo un esborso extra, dovevo andare in cda, che valutava in base al conto economico. Se non c’era copertura tra le riserve, allora bisognava chiedere all’assemblea dei soci. Non ci siamo mai arrivati, perché operazioni incredibili che andassero a mettere a rischio il conto economico non le abbiamo mai compiute».
E adesso?
«Nel futuro sarà molto più semplice: Libertas avrà un cda di tre persone che decide, mentre finora eravamo 9. Si deve prendere un giocatore? Se non ci sono i soldi si chiede alla fondazione».
I soci sono oltre 60. A quanto puntate?
«Vorremmo arrivare ai cento soci: hanno aderito persone più disparate, gente che vive all’estero appassionata della LL, c’è un mio amico imprenditore a Bruxelles, un comandante di yacht, ma anche semplici tifosi che ogni anno mettono mille o duemila euro e che si sentono giustamente un pezzo della società e questo fa tutta la differenza del mondo perché sono i primi promoter della Libertas, cercano sponsor, portano amici al palazzetto».
Quanto vale oggi la Libertas Livorno società sportiva?
«Il capitale sociale interamente versato è di 99mila euro, dunque la fondazione possiede 99mila euro di LL, ma tra i suoi beni c’è anche il marchio ad esempio, che ha ben altro valore, portato dall’associazione tifosi che è il socio più importante e ha la maggioranza relativa».
I conti come vanno?
«Il bilancio 21-22 si è chiuso in pareggio».
Quest’anno avete alzato il budget: quanta parte è coperta dai soci?
«Il 70% arriva dagli sponsor, il resto è equamente diviso tra soci e incassi. A livello di incassi abbiamo messo a budget la stessa cifra dell’anno scorso ma ci aspettiamo di fare parecchio meglio». l
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