Gioco
Il poeta dei nostri canestri. Ecco perché ricordare Renzo Marmugi ci regala sempre un sorriso
Sabato 8 ottobre il torneo di basket dedicato al giornalista del Tirreno scomparso troppo presto. Dentro di noi c’è il tuo sorriso, e non se ne va
LIVORNO. Quando lasci pezzetti di te, più o meno grandi, più o meno importanti in tutte le persone che hai incontrato lungo il tuo cammino, la tua vita è stata degna di essere vissuta. Renzo Marmugi, nel suo modo scanzonato, diverso, autoironico di attraversare il mondo, continua a vivere dentro il cuore, i ricordi, le parole della sua famiglia, degli amici di sempre, dei tanti giornalisti-ragazzi che lui ha cresciuto come figli all’ombra della sua prosa applicata allo sport, di tanti colleghi che ha amato prendendoli sottilmente in giro.
Renzo vive, e lo farà per sempre, nelle pieghe di un mondo, quello del basket, che lui semplicemente ha creato. Nessuna iperbole, ne siamo fermamente convinti. Se Aldo Giordani è stato il papà del movimento in Italia, Renzo Marmugi lo è stato a Livorno, ma forse non basta, in Toscana. Non è stata solo la sua innovativa poetica dei canestri, nuova e mai vista, con la quale raccontava le partite pescando a piene mani da citazioni dotte, motti popolari, da una cultura sottaciuta per vera modestia eppure debordante. Non esisteva un articolo di Renzo senza una similitudine, un riferimento, un’immagine, un parallelo figlio del genio: magari Giroldi diventava il silenzioso killer di un film d’azione, Fantozzi Aladino che lucidava la sua lampada, Diana il contabile lucido e rigoroso, Lanza il samurai dei fumetti giapponesi, Addison il pittore di stampo raffaelliano, e potremmo continuare all’infinito, ma alzando la testa vediamo Renzo che nel suo classico gesto allarga le braccia, quasi ad auto schermirsi, fuggendo gli eccessivi onori. Ok, passiamo oltre allora.
C’è stato un basket a Livorno prima di Renzo e dopo Renzo. Lui, ragazzo nato negli anni Cinquanta, da adolescente ha fatto in tempo, vivaddio, ad imprimersi nella mente il fascino degli albori, la Fargas e la Toncelli che facevano ribollire il piccolo PalaCosmelli. Ha accompagnato, da giovane redattore, la città per mano negli anni del boom: il nuovo palazzetto inaugurato dai baffoni dell’orso russo Tkachenko, le due cugine in serie A, l’epopea dei derby dei cinquemila dentro e diverse centinaia fuori in via Allende.
Gli americani veri e fasulli, i soldi di Boris e D’Alesio e quelli di Lenzi e Vigoni, poi improvviso il crepuscolo che aveva la sagoma del discusso professor Querci. Le migliaia di trasferte, mai una domenica a casa, il fido Brachini che spinge l’auto oltre i contorni del possibile, i pezzi dettati a braccia dalle gallerie o dagli autogrill, lo stile brillante, fluido, mai fine a se stesso, sempre conseguente, in attesa del finale tranchant. Come si scrive lo sport, come lo si deve raccontare, Renzo l’ha insegnato a tutti noi ragazzi un pelo più giovani di lui. E ogni giorno, scrivendo, lo citiamo senza volerlo perché Renzo, lo abbiamo premesso, è rimasto dentro di noi e comanda le nostre dita sulla tastiera.
Mica è facile mischiare sacro e profano, alto e basso, sport e politica, cinema e costume, satira e realtà, Livorno e il mondo. Questa è stata la grandezza di Renzo: sapere che dopotutto il particolare è il generale, e viceversa. Quando l’Enichem perse uno scudetto già meritatamente vinto Renzo (che aveva simpatie da quella parte, anche se non lo confesserà nemmeno agli angeli durante il tre contro tre all’ora di pranzo sulla nuvoletta) impose a tutti una lezione di stile, di lucidità, di giornalismo non parziale, non becero. Se ne accorsero anche i giornaloni nazionali, che mandavano pagatissimi inviati a raccontare cose che Renzo aveva già capito prima, con la leggerezza del suo essere uomo prima che cronista. Avrebbe potuto andare ovunque, stampa sportiva nazionale compresa, avrebbe fatto scuola anche in mezzo a tanta presunzione nordista e milanocentrica. Ma lui è rimasto qui, forse per scelta, per amore di certo. Dei figli, Vittorio e Greta, che ha amato di un amore assoluto, ma anche di un mondo, quello del basket livornese e toscano, che sapeva di avere scolpito, novello Canova, con la sua penna. Guardiamo in alto, e sorridiamo: quante volte Renzo ci ha detto “ragazzi, non mi fate diventare un torneo”? Aveva timore di diventare troppo, la modestia istintiva lo portava a volare basso. Adesso, Renzo, un torneo lo sei davvero: ma nessuno lo merita più di te. Perché dentro di noi c’è il tuo sorriso, e non se ne va.l
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
