Il Tirreno

Livorno

«La Libertas nel mio dna»

Francesco Parducci
«La Libertas nel mio dna»

Tommaso Fantoni: «Solo per questa maglia potevo scendere in B. Ci aspettano tante battaglie ma è un onore essere tornato a casa»

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LIVORNO. L’ultimo derby livornese che abbia visto un Fantoni in campo data 20 aprile 1980. Il prossimo sarà l’11 settembre, come da calendario di Supercoppa uscito giusto ieri. Nel mezzo c’è una storia lunga più di trent’anni, quella di un ragazzino nato simbolicamente con il pallone in mano e che quel pallone non ha alcuna intenzione di mettere a terra neanche a 37 anni suonati, disposto per questo anche a lasciare quella serie A che ha vissuto, senza interruzione alcuna, per 20 anni esatti, dal 2002 delle prime apparizioni in maglia Basket Livorno al maggio scorso quando si è concluso il quinquennio targato Ferrara, una città nella quale se si presentasse candidato sindaco alle prossime elezioni potrebbe avere qualche buona possibilità di successo.

Fantoni, allora perché lasciare la città estense?

«Con l’attuale allenatore (l’albanese Spiro Leka, ndr) ormai non c’era più feeling. A volte mi sono sentito una sorta di capitano non giocatore mentre io ho ancora tanta voglia di giocare. E poi, sia chiaro, la mia non è stata certo una scelta di ripiego: sono venuto a giocare per una società solida con un grande progetto, in una squadra forte, nella mia città, ritrovo gli amici di sempre, il mio cibo, il mare...».

Ha detto che il suo futuro è in Piemonte...

«Questo è un discorso per il dopo basket. Stiamo mettendo su un centro di addestramento cinofilo, la nostra grande passione».

Quindi istruttore cinofilo e non allenatore. Con tutto quel bagaglio di esperienza...

«Il fatto è che mi sembra che mi diano più retta i cani che i giocatori (ride, ndr), comunque se devo pensare a un futuro nel basket quando smetterò di giocare penso più a un ruolo manageriale anche se, devo dire, i primi step per la carriera di allenatore li ho già fatti, non si sa mai».

Un passo indietro, anzi parecchi, fino agli inizi.

«Furono nel Giornalino, nella squadra che chiamavano dei figli d’arte: Vatteroni, Bettini, Volpi, io. Poi verso i 10 anni il passaggio al Don Bosco».

E presto arrivarono le prime maglie azzurre: under 16, under 18, under 20...

«Sì, tante soddisfazioni, viaggi, conoscenze, amicizie. Ma ancora non percepivo che il basket sarebbe diventato, almeno per vent’anni, il mio lavoro. Quando giochi nella squadra della tua città, quando la sera torni a casa tua e mangi quello che mamma ha preparato come a un qualsiasi altro figlio, questa sensazione non la si ha ancora».

E quando arrivò?

«La prima volta che andai via da casa, a Treviso. Una squadra che nutriva grandissime ambizioni ma dove non tutto filò per il verso giusto, con Ramagli esonerato».

Ed ecco il ritorno a Livorno. Ridatemi il pallone, titolò Superbasket...

«Un’esperienza breve ma felice, così come fui felice io di aver contribuito alla salvezza della squadra che navigava in cattive acque».

È vero che ha una cura quasi maniacale per il suo fisico?

«Sì, se vuoi giocare fino alla mia età senza essere solo un contorno non ci sono alternative».

E ora ecco la sua maglia, la maglia di famiglia: quella della Libertas.

«Sì, per me la Libertas è una questione genetica. E dico senza mezzi termini che soltanto per la Libertas potevo scendere di categoria. Il mio obiettivo è dare una mano affinché si possa a tornare a brillare laddove questa società merita di stare ed è stata per tanti anni in passato».

Cosa si aspetta da questo campionato in maglia LL?

«È la stagione più difficile della storia del basket mondiale (ride, ndr) perché questa riforma ha tagliato le gambe alle piccole squadre che magari sognavano di fare un’impresa. L’obiettivo è andare più lontano possibile, vincere il maggior numero di partite, ma con la consapevolezza che ci sono tanti squadroni. E ogni partita sarà una battaglia che affronterò con l’onore di indossare questa maglia».
 

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