Gioco
La scelta d'amore di Andrea Luci: «Dovevo tornare a casa mia»
Luci è di nuovo a Livorno dopo un campionato e mezzo alla Carrarese. «Ora l'obiettivo è ricreare nei tifosi l'entusiasmo di qualche anno fa»
Livorno. Igor Protti, seduto vicino a lui, lo ha descritto in modo magistrale, con due frasi appena, due pennellate d’autore: «Andrea è un nostro figlio. È un figlio di questa città». E chissà quale guazzabuglio di sentimenti ha scatenato nel cuore di Luci, la bandiera che dopo un anno e mezzo d’esilio è tornata a garrire all’aria pregna di salmastro.
Il capitano che alla soglia dei 37 anni, torna sulla tolda parla fitto per quindici minuti, risponde alle domande dei giornalisti. Un quarto d'ora ad alta intensità emotiva al termine della quale si alza con l'aria soddisfatta dello studente che ha superato di slancio un esame. Maglione blu notte a collo alto, jeans, capelli cortissimi, barba curata. Il sorriso che denuncia orgoglio ed emozione. Ma anche gratitudine riservata a quanti hanno reso possibile il suo ritorno e un pizzico d’imbarazzo perché la presentazione del capitano che torna a casa è una contraddizione in termini.
Polemica nei confronti di chi ne ha liquidato a cuor leggero dieci anni di vita, battaglie, lacrime di gioia e di dolore? Neanche un filo: «Non ho voglia di parlare del passato». Alla sua destra le maglie del Livorno, le armature del condottiero, del capitano che con occhi liquidi confessa: «È stato un anno e mezzo molto difficile, perché non ero qui».
Come ha vissuto l’esilio?
«Non so neanche che cosa dire, perché da un certo punto di vista è come se non fossi mai andato via. Oggi mi sembra il giorno successivo alla mia ultima partita con la maglia amaranto, in B contro l’Empoli. In questo anno e mezzo ho sempre fatto il tifo per il Livorno eccezion fatta per le due partite con la Carrarese. Ho sperato fino all’ultimo che la squadra amaranto potesse salvarsi anche se in definitiva la retrocessione dell’anno scorso è stata un bene perché adesso siamo ripartiti con una società solida che negli ultimi anni non c’era più».
Ha sofferto.
«Molto perché non potevo aiutare la squadra per cui facevo il tifo e con la quale avrei voluto continuare il mio percorso».
A Carrara come si è trovato?
«La Carrarese mi ha accolto benissimo e mi ha dato la possibilità di continuare a giocare ad alti livelli. Basti questo: non sono venuto a Livorno a fine agosto per una forma di rispetto nei confronti dei gialloblù».
Perché?
«Il ds Pinzani e Igor Protti – che ringrazio perché hanno lavorato molto per il mio ritorno – avevano provato a riportarmi qui a fine estate. Io però, per una sentita forma di rispetto nei confronti della Carrarese, non me la sentii di lasciare la squadra a una settimana dalla fine del mercato. Non lo trovavo corretto».
E poi?
«Con il Livorno ci aggiornammo a giugno 2022, poi a dicembre si è aperta questa possibilità e la gratitudine va alla Carrarese che mi ha fatto partire: senza il loro placet non sarei qui. Ora sono molto felice. Il mio desiderio era di finire la carriera con la maglia amaranto sulla pelle».
Dieci anni e non finisce qui: l’Andrea Luci 2.0 che effetto le fa?
«In quei dieci anni è accaduto di tutto: abbiamo vissuto momenti meravigliosi e dolorosi. Ci sono stati episodi che sono entrati nel cuore dei cittadini livornesi. Penso alla morte di Piermario Morosini. Il suo ricordo rimarrà indelebile».
Adesso con l’inchiostro amaranto scriverà altre pagine di storia, magari strizzando l’occhio al record di presenze di Mauro Lessi…
«È un obiettivo. Ci penso. Spero proprio di superarlo».
Che cosa porta Luci in dote al Livorno oltre a talento ed esperienza?
«Io sarò lo stesso di sempre. Non cambio perché non cambia la categoria. Sarà molto bello confrontarsi con tanti giovani che vorranno imparare, crescere, migliorare. Darò consigli, ma il mio modo di giocare non cambia».
Che ambiente ha trovato?
«In questo gruppo ci sono tanti giocatori/tifosi e questo è positivo, ma non basta questo per vincere il campionato. I campionati si vincono quando da parte di tutti c’è la voglia di arrivare al massimo risultato. Dobbiamo dare sempre di più degli avversari».
Ha sempre giocato ad alti livelli. Che differenza c’è con l’Eccellenza?
«Nelle categorie superiori la qualità dei giocatori fa la differenza. In Eccellenza oltre alla qualità servono cattiveria e determinazione. Chi gioca contro il Livorno ci mette tantissima grinta. Se non ci si mette al loro pari sul piano agonistico, si fa fatica».
Luci, Mazzoni, Torromino, Bellazzini, Vantaggiato: tutti avete sposato il progetto dell’Us Livorno e del presidente Toccafondi. A prescindere dalla categoria…
«Penso a Daniele. Non si va dallaserie B all’Eccellenza soltanto per questioni economiche. La sua è una scelta di cuore. E anche lui finirà la carriera qua perché la città e la maglia gli sono rimaste dentro, come una seconda pelle. In squadra però abbiamo anche giovani calciatori che sono tifosi e dànno una forte connotazione di livornesità. Penso ad esempio Frati. Adesso dobbiamo ricreare l’ambiente e l’entusiasmo che c’erano 20 anni fa. È una bella sfida».
Superata l'emozione del ritorno?
«Mica tanto. Questa è una conferenza stampa del tutto particolare. Davanti a me ci sono persone che considero amici, neanche più dei giornalisti. E tutto molto strano. Ma è senza dubbio bellissimo».
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