Gioco
Tanti auguri, Flavio Carera. «Mi volevano Milano e Treviso, ma scelsi i tifosi della Libertas»
I ricordi del pivot: «Vennero a prendermi Boris e i D’Alesio, vidi il mare per la prima volta»
Non appena squilla il telefono ci immerge in un fiume di parole, difficile frenarlo, ben lontano da quel ragazzino musone e ombroso che arrivò a Livorno.
Flavio Carera uno dei simboli della Libertas ha compiuto l’altro ieri 59 anni, ma la sua vivacità sembra farli scomparire, tipica di un bimbo, “atalantino” naturalmente.
Pacato nell’esprimersi, ma bramoso di raccontare e raccontarsi, il suo ieri, il suo presente e il suo futuro. «Sono impegnatissimo, sto allenando nel settore giovanile del Basket Gavardo, in provincia di Brescia, gli Under 13 e gli Under 17. Ci stiamo divertendo con i ragazzi, anche se al momento possiamo solo allenarci. Cerco di trasmettere in loro la passione che avevo io da ragazzino, facendo capire allo stesso momento che sono importanti anche la dedizione e la costanza. Due gruppi simpatici con i quali scherziamo. Mi prendono in giro perché sono bergamasco, voi ne sapete qualcosa perché la rivalità tra le due province è come quella tra Livorno e Pisa. Meno male che Atalanta e Brescia stanno andando bene in campionato».
Bergamo ha vissuto un periodo durissimo. Come sta adesso, Flavio?
«Ora sto bene. Qui a Bergamo la situazione è molto migliorata rispetto a due anni fa. Siamo stati colpiti negli affetti, sirene di ambulanze, carri con i morti, uno scenario inquietante. Il Covid ci ha totalmente cambiato la vita, ci ha privato di determinate cose, di una vita normale. Ora stiamo meglio, ma ancora serpeggia la paura perché sono ancora tanti i contagiati dal virus».
Da quanto tempo non viene a Livorno? Non la vediamo da un po’...
«Da quest’estate ai Bagni Rosa a Tirrenia. I miei raid a Livorno sono diminuiti. Vuoi per la situazione, vuoi per impegni, vuoi per motivi familiari».
Quindi non ha ancora visto all’opera la Libertas del suo capitano, amico e socio Fantozzi?
«Dal vivo no. La seguo, sento spessissimo Alessandro. Stanno attraversando un brutto momento condizionati dal virus».
Qualche dritta gliela ha data?
«Non ha bisogno di me, casomai il contrario. Certo che l’assenza del play e del pivot titolari sono un duro colpo per chiunque. Ci sono annate in cui tutto fila liscio come quella della stagione scorsa e campionati in cui devi fare i conti con ostacoli che non dipendono da te. Sta galleggiando in una discreta posizione e penso che potrà fare benissimo quando recupererà tutti».
E Forti?
«Ci sentiamo spesso. L’ho preso in giro, anche Fantozzi, per la vittoria dell’Atalanta sulla Juventus perché entrambi sono tifosi bianconeri».
Magari potete ricomporre il quartetto di italiani (Tonut) una volta a cena dopo una partita della Libertas…
«Con Alberto ci sentiamo meno. Ma prima o poi ricomporremo i quattro cavalieri dell’Apocalisse come ci chiamavano una volta».
Che ne pensa della rinascita del basket a Livorno? Cosa manca per tornare Basket city come eravamo un tempo e come è tornata ad essere quella Bologna che lei conosce bene?
«Siamo tornati a respirare basket con due squadre in serie B e questo è già un buon inizio. Da una parte bisogna dire bravi ai soci che hanno saputo ricreare l’entusiasmo libertassino, dall’altra brava la Pielle che è salita dalla C alla B. Il derby è importante, la rivalità, gli stimoli ti fanno crescere. Basti pensare alla promozione in A del Leone Mare e l’anno successivo (ahimè perché indossavo la maglia della Giovinetti) della Libertas. Per tornare ai fasti di un tempo ci vuole pazienza e programmazione. Ma anche quelle non bastano perché alla base di tutto ci sono le risorse economiche. Basta guardare la cartina dell’A1 attuale che è molto cambiata rispetto ai nostri tempi. Ci sono squadre come Tortona, Trento, mentre altre realtà come Varese e Cantù fanno fatica».
A proposito quanto è cambiato il basket da quello che ci fece innamorare? Prendiamo a esempio i pivot ora tirano tutta da tre, lei mise la bomba con la Knorr e ancora oggi rimane nella leggenda…
«È cambiato molto, nella fisicità, nella velocità, mi sembra diventato un corri e tira. Per quanto riguarda il tiro da tre permettetemi di dire che oggi c’è una percentuale scandalosa rispetto ai tiri totali, si tira molto di più oltre la linea dei 6.75. E anche il ruolo del pivot è completamente diverso: devi saper tirare da fuori se vuoi giocare».
Non le piace?
«Fammi dire una cosa: sei sicuro si assistere al campionato italiano? L’altro giorno ho visto Pesaro – Milano. Da una parte i soli italiani erano Moretti e Tambone, dall’altra Ricci e Datome».
I duelli con Meneghin, Rolle, baby gorilla Dawkins o Leon Douglas. Cosa ricorda?
«Una fatica immensa, contro certi avversari mi dovevo preparare al meglio. Si torna al discorso di prima: una volta arrivavano stranieri più forti. Pensa che io nell’ultimo anno di Bergamo giocavo con un gigante come Chuck Jura. Ora, tranne Virtus e Armani, di americani super ne vedi pochi. In compenso diversi europei e italiani giocano in Nba».
Era il re del gancio: oggi non lo fa più nessuno…
«Si ritorna a prima, il pivot di oggi è chiamato a fare altre cose come tirare da tre e perde i fondamentali del ruolo».
Perché scelse Livorno quando era corteggiato da diversi club?
«Mi ricordo che ero considerato un ragazzino di buone prospettive. Sapevo dell’interessamento di Milano, Varese, Treviso e Livorno. Mi chiamò il presidente, mi disse che dovevo scegliere tra le ultime due e l’aver visto l’entusiasmo e la passione di due anni prima dei tifosi libertassini nei playoff per l’A2 mi spinsero a questa scelta».
Ricorda la prima volta che mise piede in città?
«Indimenticabile: feci il viaggio da Bergamo a Livorno con l’ingegner Boris e i fratelli D’Alesio alloggiando all’hotel Rex, poi mi dettero una casa davanti ai Pancaldi. Pensa te un ragazzino che usciva per la prima volta da Bergamo, che per la prima volta vedeva il mare che non riuscivo ad amare e oggi invece sono tra i soci del Bagno Rosa. Fu dura, ma ho avuto l’aiuto dei compagni di squadra. Stavamo bene insieme, si era creata una gran bella chimica. La stessa cosa, devo dirlo per onestà, mi è accaduta anche a Bologna».
Portava il 17, un numero che di solito i giocatori non vogliono indossare…
«Quando arrivi in prima squadra prendi il numero che ti danno. A Bergamo mi portò fortuna e quindi mi venne normale sceglierlo anche a Livorno».
Qual è il ricordo più bello a livello sportivo?
«Sono stato fortunato a giocare in piazze come Livorno e Bologna. Ho lottato per lo scudetto l’ho vinto, l’ho perso, non mi sono fatto mancare nulla».
Sono passati più di trent’anni ma quando viene in città tutti la salutano ancora. Che effetto le fa?
«È un riconoscimento ad aver fatto bene. Siamo stati bravi a regalare emozioni e quindi quando mi fermano mi fa piacere».
Gioca ancora con la nazionale old?
«Ho giocato l’ultima volta nel 2017 a Montecatini. La morte di Alberto Bucci, i miei problemi personali, e soprattutto la pandemia hanno per ora chiuso quest’esperienza».
Dove può arrivare la Dea, ovvero l’Atalanta…
«Sono andato allo stadio a vederla con l’Inter, quell’Handanovic… Spero più in alto possibile. Bimbo atalantino ci crede».
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