Gioco
Trent’anni fa, la prima volta in Eccellenza Cardinali: per noi era una finale mondiale
«Eravamo quasi tutti livornesi, fu il segreto per vincere. L’emozione più grande? Gli ottomila spettatori con lo Staggia»
FABRIZIO PUCCI
«Alessandro Cantini, Rubino, Dinelli, Guariento, Nannipieri, Frolli, Biagiotti, Cardinali, Francesconi, Navone, Salvi». La formazione snocciolata tutta d’un fiato, senza esitazioni. 30 anni sono un soffio per Valter Cardinali, mezzo destro di quel Livorno che nel 1991 stravinse l’Eccellenza. Già, perché a queste latitudini del calcio, siamo già stati e lui, l’imperturbabile Valter pose la prima pietra della rinascita: il gol della vittoria sul campo dell’Alabastri Volterra alla prima giornata: «Il 15 settembre 1991» conferma l’ex numero 8 amaranto.
Ce lo racconta quel gol?
«Ci fu un lancio di Navone che colpì l’arbitro e di fatto mi aggiustò il pallone sui piedi, calciai e vidi il pallone schizzare in porta. Il giorno dopo sul giornale fu scritto che avevo tirato da trenta metri, ma erano venticinque».
E la sua gioia?
«Beh, fui felice. Vi lascio immaginare quanto: sono livornese e tifoso del Livorno. Sul momento capii subito che quello era il primo mattone della rinascita. Ciò che non realizzai nell’immediatezza è che i tifosi amaranto si sarebbero ricordati di quel gol con grande affetto anche a distanza di tanto tempo. Sono passati più di trent’anni; eppure, ci sono sportivi che ancora mi rammentano per quella rete».
E nel 2021 l’altro gol della rinascita (al debutto a Castelfiorentino) lo ha segnato Andrea Ferretti. Quale messaggio gli manda?
«Purtroppo non lo conosco personalmente. Anche lui resta nella storia del Livorno. Spero che segni tanti altri gol. Quest’anno e nei prossimi, per portare il Livorno là dove merita. In più gli dico di non pensare più a quel primo gol, ma al risultato finale del campionato della squadra che questo è il vero obiettivo di questa stagione».
Qual era il segreto del suo Livorno: perdeste una sola partita, l’ultima a Staggia all’87’…
«Eravamo uno squadrone con dentro tanti giocatori di serie C. Io provenivo dal Lecco. Rubino aveva addirittura fatto la B. E poi erano rimasti in amaranto due fuoriclasse come Navone e Salvi assolutamente declassati per la categoria. Ma al di là di questo ci furono due aspetti emotivi e sentimentali ad essere decisivi».
Quali?
«Noi fin dal primo allenamento abbiamo capito che avremmo affrontato avversari per i quali giocare contro il Livorno sarebbe stato importante e unico come una finale mondiale. In sostanza ci siamo subito calati nella mentalità da battaglia che serviva in questa categoria. E l’alta questione è ‘anagrafica’: eravamo una squadra piena zeppa di livornesi. Penso ad Ale e Bruno Cantini, a Tano Salvi, a Nannipieri, ai giovani Faraoni, Fagiolini e Montagnani. Penso al nostro grande allenatore Mirko Brilli. Il nostro attaccamento alla maglia era viscerale. Ho giocato anche altrove, sono stato un professionista serissimo, ma l’amore che si prova per la maglia del Livorno è di puro istinto, non costruito».
L’orologio amaranto è strano: 1991 Eccellenza, 2006 Uefa, 2021, Eccellenza. Come ha vissuto questi 30 anni di storia?
«Per certe società queste parabole sono frequenti. Solo le big della serie A ne sono esentate. Le altre sono destinate a fallire e rinascere. È strano, ma è così. Ho gioito e ho sofferto. Sono convinto che qui si potrebbe fare calcio ad altissimi livelli. A Livorno ci sono tantissimi giovani di talento. È un patrimonio tecnico che – se sfruttato a dovere – potrebbe assicurare al club amaranto un grande futuro. I bambini devono rimanere a giocare qui e non andare a Empoli o altrove. La prima scelta deve essere Livorno».
Marco Braccini è l’uomo giusto per rilanciare il settore giovanile amaranto?
«Sì. Il suo ritorno nel Livorno è un’ottima notizia. Per lui parla l’ottimo lavoro svolto nella Pro Livorno Sorgenti».
Valter, torniamo a quel ‘91/92. Chissà quanti retroscena può raccontarci… «Non dimenticherò mai gli ottomila tifosi all’Ardenza in occasione della partita con lo Staggia Senese. E poi tanti episodi, anche se non vissuti direttamente. Ad esempio, ricordo che al bar del campo sportivo di Perignano finirono il caffè da quanti ne avevano serviti ai nostri tifosi. Loro non ci hanno mai abbandonato e questo pensiero mi emoziona ancora oggi».
Che cosa rimane di quello squadrone?
«I ricordi e l’amicizia. Siamo ancora tutti in contatto. Anche questo rapporto così stretto contribuì a farci vincere».
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