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Sventola alta la bandiera «Così è rinato il mio Livorno»

Fabrizio Pucci
Sventola alta la bandiera «Così è rinato il mio Livorno»

Protti: «Società e gruppo esemplari. Ora sappiamo chi ci ha davvero teso la mano nel momento più difficile»

30 dicembre 2021
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Fabrizio Pucci

livorno. Il 2021 del Livorno volge al termine e il cielo amaranto dopo tante tempeste è sereno. Il primo arcobaleno è stato portato da Igor Protti. Il suo ritorno, ad agosto, è stato il primo, concreto segnale dell’imminente rinascita: la garanzia della serietà e della solidità della nuova società. Quattro mesi dopo, il Signore delle Reti è soddisfatto: «Abbiamo fatto un buon lavoro, anche se non dobbiamo assolutamente abbassare la guardia. Il lavoro di fine estate è stato molto complicato perché tutti sanno qual era la situazione».

Come definirebbe il 2021?

«L’anno del cambiamento. I primi sei mesi sono stati terribili culminati con la non iscrizione. Poi ce n’è stato uno di oblio. Infine, gli ultimi cinque sono stati quelli della ripartenza. Credo che dobbiamo ringraziare quanti hanno lavorato alacremente in questo periodo. Penso al gruppo che opera sul campo: il ds Pinzani, mister Buglio, lo staff tecnico, il team manager Graziani, i magazzinieri, lo staff medico. E anche a chi ha lavorato tra le quattro mura della sede: il presidente, il direttore generale, il presidente onorario Fernandez che non dimentichiamo mai ci ha messo a disposizione lo storico marchio Us Livono, Massimiliano Casali, Aroldo Tosti. E in generale quanti gravitano attorno al campo e alla sede e che sono tutti importanti».

I tifosi hanno capito. E sono dalla vostra parte…

«Nella vita contano di più le mani amiche se ti vengono allungate per tirarti su quando sei a terra, di migliaia che ti abbracciano quando sei in piedi. Noi abbiamo capito di aver tanta gente che ci vuole bene. I 4000 che erano presenti all’Ardenza al debutto con il Fucecchio, sono 8000 mila protese verso di noi quando eravamo a terra. E noi, questo, non ce lo dimenticheremo mai».

E i risultati sul campo sono sotto gli occhi di tutti…

«Quelli sono basilari perché generano entusiasmo e consentono di guardare al futuro con ottimismo. Sono comunque dell’idea che se c’è un progetto serio, un programma societario chiaro è possibile affrontare con serenità anche periodi in cui i risultati non sono in linea con le attese. Ad esempio, noi abbiamo passato un mesetto difficile, ma la forza del gruppo sul campo (encomiabile il lavoro del ds Pinzani) e in sede ci ha permesso di superarlo in modo brillante».

Ci racconta il patto d’acciaio stipulato nello spogliatoio dopo il ko con il San Miniato. Se la conosciamo bene, c’è molto del suo…

«Fin da quando ero calciatore ho avuto questo destino particolare, un ruolo: nei momenti particolari sono stato circondato da persone che mi guardavano cercando non dico un aiuto, ma la forza per reagire ai momenti di difficoltà».

Una bella responsabilità…

«Sì, ma io me le sono sempre prese. Forse qualche volta anche troppe, ma questo è il mio carattere, il mio modo di fare».

E in quei momenti che cosa accade?

«Dico quello che penso. Non sono costruito. E la gente che sta intorno capisce al volo se sei vero. E se sei vero, chi ti ascolta trae forza dalle tue parole. Dopo la sconfitta con il San Miniato siamo stati chiusi nello spogliatoio per 45’. Credo che ciò che ci siamo detti in quei minuti abbia avuto un peso».

Quali corde toccò quel 21 novembre?

«Quelle a cui tengo, a cui noi livornesi teniamo: il senso di appartenenza, l’amore per la maglia per la quale abbiamo il dovere morale di combattere e da questo punto di vista, in questi anni da dirigente, ho visto gruppo che non hanno si sono mai tirati indietro. Penso al 2016/17 quando fummo eliminati dalla Reggiana ai quarti di finale. E poi agli anni della promozione e della salvezza in B. Tre gruppi di combattenti. Posso raccontarvi un aneddoto?».

Volentieri…

«Risale a tre anni fa. Dicembre 2018, serie B. Dall’arrivo di Breda non ero più andato in panchina. In tre partite conquistammo un punto senza mai segnare. La mattina di Livorno-Foggia dissi alla squadra che sarei andato in panca: “combatto con voi e ci salviamo, sebbene oggi siamo ultimi e tutti ci dànno per spacciati, perché so che uomini e che giocatori siete”. Vincemmo 3-1 e fu l’inizio della rimonta verso la salvezza».

Che Livorno sarebbe senza Protti?

«Non lo so. So che cosa è stato in passato. Dal 1999, quando sono tornato, con Protti nello spogliatoio, in sei anni da calciatore e tre da dirigente (questo è il decimo, ma lasciamolo in sospeso) abbiamo ottenuto tre promozioni dirette e non siamo mai retrocessi. Nei rimanenti dodici ci sono state due promozioni ai playoff e sei retrocessioni. Mi fermo ai numeri, con la forte consapevolezza che da soli nel calcio non si fa nulla. Conta il lavoro di gruppo».

Qual è il segreto?

Il dare e darsi forza a vicenda tra presidente, dirigenti, e allenatore specie nei momenti difficili. Ho sempre fatto questo. Quando non c’ero, da lontano ho sempre avuto la sensazione che questa filosofia venisse meno. Un altro aspetto è la pazienza e il lavoro. Non amo le decisioni affrettate, il cercare subito un capro espiatorio che finisce spesso per essere l’allenatore. Credo nel lavoro e nel tempo che ti dà ragione. Lotto sempre contro gli esoneri degli allenatori e infatti quando ci sono stato io, i cambi di mister sono stati pochi».

E Protti senza il Livorno?

«Non mi mancherebbero le cose da fare. Non scordiamoci che sono anche nonno. Ho fatto una vita di calcio. Ho dedicato molto tempo ai miei figli, ma non come avrei voluto e potuto. Non è detto che tra qualche anno la scelta sia quella di fare il nonno, di godermi qualcosa di diverso rispetto al calcio. Ogni tanto ci penso. Magari un po’ più in là lascerò spazio ad altri. Nel frattempo, però sono ancora contento di riuscire ad incidere su alcune cose a cui tengo Ripeto: senso di appartenenza e attaccamento sono principi basilari».

Igor, restando in tema di bandiere: è tornato Luci…

«Conosciamo il suo valore di calciatore, è dotato di un’intelligenza superiore alla media. Conosciamo anche l’uomo. E per l’uomo non deve essere stato facile andare via da una società e da una città che gli hanno dato fiducia quando qui a Livorno qualcuno si era scordato di lui. È legatissimo al Livorno, ama la maglia. L’esigenza di stare vicino alla famiglia è stata fondamentale. Noi abbiamo fatto un acquisto incredibile sul piano tecnico e anche dello spesso umano. E nello spogliatoio sarà una presenza di altissimo livello».

Igor per il 2022 quale augurio fa al suo Livorno?

«Di proseguire con la ricostruzione, di uscire prima possibile da questa categoria e dai dilettanti. Che il 2022 sia un altro anno di transizione verso il professionismo. E che la società acquisisca ancora maggiore forza. Infine, che possiamo reagire tutti insieme ai momenti di difficoltà che ci si pareranno di fronte».

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