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pallavolo: il personaggio 

Quando allenare è una missione «A 17 anni ho scelto la panchina»

Eva Bertolacci
Quando allenare è una missione «A 17 anni ho scelto la panchina»

Antonio Castellano e la scelta di lasciare il volley giocato e passare alla guida del Tomei «Ho sempre sentito che era la mia strada. E ora in serie D ho avversarie del doppio della mia età» 

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Eva Bertolacci

livorno. Spesso per far avverare i sogni occorre solo andarseli a prendere. Deve essere questo il pensiero che ha attraversato la mente di Antonio Castellano quando decise di diventare allenatore di pallavolo.

Ma non aveva quasi quarant’anni, il classico ginocchio traballante e il fiato corto dopo ogni allenamento. No. Antonio sapeva che la carriera di allenatore era quella giusta per lui. Punto e basta. E così, all’età in cui generalmente si passa dal vivaio alla prima squadra, lui dal campo scrutava la panchina e “si vedeva” più lì che a districarsi fra muri e schiacciate in mezzo al taraflex. Ora Antonio quella scelta non la rimpiange affatto, anzi, la ringrazia ogni giorno che passa, essendo uno degli allenatori più giovani della Serie D femminile. Nato a Napoli il 19 gennaio 1999, trasferitosi da piccolo a Livorno per via del lavoro dei genitori. Il suo rapporto con il volley nasce...grazie a un cartone animato. «Ho iniziato a giocare a pallavolo guardando Mila e Shiro su Italia Uno. Da piccolo non sapevo neanche dell’esistenza della pallavolo fino a che non l’ho vista sullo schermo. Avevo 10i anni e l’altezza mi ha anche aiutato. Babbo preferiva che facessi il calciatore, ma i piedi non erano il mio forte, me la cavavo meglio con le mani».

E così dai Cas del Volley Tomei fino alla panchina della Pediasprint, una lunga carriera, nonostante la sua ancora giovanissima età, spesa sempre all’ombra della caserma dei Vigli del Fuoco, da dove non si è mai mosso se si eccettua una breve parentesi a Cecina la passata stagione: «Ho fatto il vice allenatore di Roberto Lavorenti in Serie B. Lavorare con lui è stato un onore, era una persona che aveva un carisma fuori dal comune, qualcosa di eccezionale, da Roberto ho imparato tanto e mi ha ispirato tanto».

Da giocatore, una volta completato il percorso nel vivaio e aver centrato l’esordio della prima squadra, la decisione veloce di intraprendere un altro percorso, solitamente riservato ai più grandi: «Ho capito che mi piaceva di più allenare, semplice. Ho iniziato aiutando come secondo i bambini più piccoli, poi piano piano sono riuscito ad avere come squadra la Under 16 femminile».

«Anno dopo anno - aggiunge - mi hanno premiato dandomi una squadra più competitiva. L’anno scorso ci siamo regalati delle belle emozioni: secondo posto in under 19 e terzo posto in under 17. Il momento più bello? Il quarto di finale vinto al tie-break contro il Bellaria Cappuccini di Pontedera. Devo ringraziare Dario Castelli e Massimiliano Piccinetti, direttore sportivo e tecnico della società, che hanno creduto nelle mie capacità e mi hanno dato la possibilità quest’anno di allenare anche la Serie D, oltre all’Under 18 e Under 16. Una bella responsabilità che ho accolto con estremo piacere».

E così a 22 anni si ritrova davanti avversarie che hanno il doppio dei suoi anni. «Sì, è capitato ed è stato divertente. Come allenatore devo sempre studiare qualcosa di diverso ogni partita, dare alle mie giocatrici i consigli giusti mettendomi nei panni di qualcuno più esperto di loro».

Un bel salto dalle giovanili alla Serie D… «In categoria il risultato conta di più, quindi c’è più pressione. Per ottenere il risultato conta di più la tattica della tecnica, che è basilare nel giovanile». Nessun dubbio sulla scelta del volley femminile, preferito al maschile. «Mi piace di più il femminile perché è più tecnico, riflessivo, sono due sport diversi: nel maschile spesso la differenza la fa la potenza fisica, nel femminile i risultati ottenuti sono più soddisfacenti perché riflettono un percorso di crescita dell’atleta che è stato fatto».

Ma come si diventa allenatori? “Ci sono vari esami da superare, e sono difficili: ci sono prove scritte, orali e la prova pratica, oltre a dover fare presentazioni in power point. Ci sono vari gradi: allievo allenatore, primo grado, secondo grado che è quello che ho io, mi permette di allenare fino alla Serie B2 e poi il terzo grado, quello che ti consente di allenare in Serie A. Inutile dire che è il mio obiettivo futuro».

Chissà se il suo papà l’avrà perdonato per non essere diventato un calciatore?... “Ci ha messo un po’ , poi però ha capito. Per scaramanzia comunque i miei non vengono a vedere le mie partite, se le guardano da casa». Scaramanzia, tenacia e forza di volontà: gli ingredienti giusti per far avverare i sogni.

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