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Livorno

l’intervista 

«Il clima alle Sorgenti purtroppo è cambiato non c’era fiducia, a qualcuno non piacevo più»

Dario Serpan
«Il clima alle Sorgenti purtroppo è cambiato non c’era fiducia, a qualcuno non piacevo più»

L’addio di Niccolai dopo 8 stagioni: «Sono le regole del gioco, vincendo domenica l’esonero sarebbe stato solo rinviato» 

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Dario Serpan

LIVORNO. Molto più di un allenatore. Un simbolo. Il protagonista di un’era che ha segnato indelebilmente la storia della Pro Livorno Sorgenti e che lunedì si è chiusa in modo brusco.

Il primo esonero nella storia del sodalizio biancoverde non può passare inosservato, ma nessuno riuscirà a scalfire lo spirito con cui Matteo Niccolai, ormai ex allenatore della Pls, ha sempre fatto calcio e ha affrontato anche i momenti più difficili, dentro e fuori dal campo.

Dopo il ko subito domenica a Roma contro il Montespaccato, nell’ottava giornata in serie D girone E, la società ha scelto per l’esonero del tecnico livornese, da otto stagioni sulla panchina della Prima squadra, di cui è stato anche giocatore, dopo aver allenato per un anno gli Allievi.

Mister, togliamoci subito il dente: come ha preso questa decisione?

«Era nell’aria. Si sentiva che, già dalla scorsa estate, qualcosa era cambiato e mi sentivo sempre sotto esame. Pensavo di riuscire a superare alcune difficoltà, ma purtroppo i risultati non sono venuti ed è arrivato l’esonero. Una decisione normale, ma la situazione non era né drastica né irrecuperabile. Probabilmente non piacevo più a qualcuno, ma io non sono mai sceso a compromessi. Mi dispiace per questa decisione, ma per me non è un problema. I miei problemi sono cominciati il giorno in cui mia moglie ha chiuso gli occhi».

I risultati, è vero, non stavano arrivando come nelle stagioni passate, ma non si aveva l’impressione di uno scollamento tra squadra e tecnico: è d’accordo?

«Sì. Tra me e i giocatori c’è sempre stato un rapporto sincero e leale. Certo, qualche muso lungo ci può stare, ma nessuno mi ha mai remato contro. Un allenatore se ne accorge se non ha più il gruppo in mano».

Che reazioni le sono arrivate dal gruppo?

«Ho percepito sorpresa e un po’ di amarezza, ma io ho tranquillizzato tutti. Sono le regole del gioco e bisogna accettarle. I giocatori devono continuare a dare il massimo per la maglia, per la società e per la propria carriera».

Dopo il passo falso di domenica nella capitale, che cosa ha pensato?

«Ho parlato alla squadra negli spogliatoi e poi con il ds Braccini in pullman durante il viaggio di ritorno, per impostare subito una strategia di lavoro per la settimana successiva. L’obiettivo era quello di tenere sereno l’ambiente, creare le condizioni per vincere contro la Sangiovannese e scacciare via le nubi».

Non c’è stato tempo: si poteva almeno attendere proprio la gara interna di domenica, uno scontro diretto nei quarti bassi, classifica alla mano…

«La fiducia a tempo non va mai bene. Anche vincendo quella partita, probabilmente la decisione della società sarebbe stata solo rimandata».

Che cosa si è rotto dal suo punto di vista?

«Alle Sorgenti, l’ho sempre detto, c’è un ambiente particolare, che vive molto sulle emozioni, sul volersi bene e sulla tranquillità. Da lì è nata quella mentalità che abbiamo messo in campo in tutti questi campionati. Ma quest’anno quel clima è venuto a mancare».

C’è qualcosa che sente di doversi recriminare?

«No. Ogni campionato è diverso dal precedente, così come la forma degli interpreti. Qualche errore, sia da parte mia che della squadra, c’è stato, altrimenti non saremmo arrivati a questa situazione. Ma non ho rimpianti. Forse ho leggermente attutito su alcuni aspetti. Mi servirà di lezione per il futuro, ma non ce l’ho con nessuno e non sarò mai contro la maglia biancoverde».

Che messaggio rivolge alla squadra?

«Voglio dire loro di restare uniti, di non lasciarsi mai andare e di aiutare il nuovo allenatore, a cui auguro il meglio, così come a tutta la Pro Livorno Sorgenti».

Riavvolgiamo il nastro dei ricordi: dove va il suo pensiero indietro nel tempo?

«A tutte le gioie passate con la società, i dirigenti, i giocatori e l’ambiente. A partire dalla retrocessione dall’Eccellenza in Promozione. Quel giorno che perdemmo a Forcoli nel 2015 trovammo la carica per ripartire e da lì è nata una cavalcata storica. Campionati vinti, vittorie insperate, il bel gioco, gruppi fantastici, gli abbracci dei ragazzi e la gioia strozzata dal Covid per il campionato vinto in Eccellenza. Sono tutti momenti che non si possono cancellare».

Parlare di futuro è prematuro, ma da domani cosa farà l’allenatore Matteo Niccolai?

«Sarà strano inizialmente, dopo 9 anni in cui vai al campo cinque volte a settimana. Ma troverò il modo di impiegare il tempo. Starò più accanto a mia figlia Vittoria: anche a lei piace il calcio e andremo insieme a vedere qualche partita. Il mio ciclo alle Sorgenti sarebbe comunque finito a giugno. Continuerò a fare calcio, se smetto mia moglie si arrabbia».

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