Gioco
Mauro Di Vincenzo, il medico che ha allenato PL e Libertas: «Così la mia Livorno rinasce»
L'ex coach apre un baule pieno zeppo di ricordi, episodi, aneddoti. Sono passati decenni, ma il tempo non ha scolorito la memoria: «Formidabili quegli anni, ma vi seguo e vedo buoni progetti»
LIVORNO. La telefonata a Mauro Di Vincenzo è come aprire una valigia, anzi un baule, pieno zeppo di ricordi, episodi, aneddoti. Sono passati decenni, ma il tempo non ha scolorito la memoria di un periodo che, sono parole sue, è stato una pietra miliare della sua carriera di allenatore e ora, di medico. Sì, perché ora Di Vincenzo ha posato la lavagnetta e ha indossato il camice bianco. «Ero già laureato in medicina - racconta - e fu negli anni in cui allenavo la Pielle che presi la specializzazione in fisiatria, la professione che svolgo ora». Se negli anni ’80 del secolo scorso Bologna e Livorno erano le due basket city, lui conta un record assoluto, è stato l’unico che ha allenato su entrambe le sponde delle città, nonostante le rivalità accesissime fra le una e le altre. Anzi a Livorno le squadre furono addirittura tre, perché allenò anche la "cosa", la squadra nata dalla fusione.
Coach, anzi dottore, lei conosce benissimo entrambi gli ambienti, quello di Bologna e quello di Livorno. Sbagliamo che diciamo che Fortitudo sta a Pielle come Virtus sta a Libertas?
«Assolutamente no. Ci sono tante cose che lo ricordano: ambiente, tifoseria, un certo modo di vivere il basket. Quello che hanno in comune le due città è la sconfinata passione per il basket e mi fa molto piacere che a Livorno dopo anni di oblio stia rinascendo qualcosa».Ma basterà a far rinascere la seconda basket city?«Non lo so, ma è sicuramente un importante punto di partenza. Certo, la presenza delle due rivali nello stesso girone dello stesso campionato sarà un bel propellente».
Ma lei ha chiuso del tutto con il basket?
«Diciamo che ora è una parte collaterale della mia vita. Non l’ho cancellato, ma lo seguo da lontano. Mi avevano invitato alla finale di Supercoppa e sono andato volentieri, a volte mi capita di curare dei giocatori. Livorno la seguo sul social, vedo che quanto a rivalità ben poco è cambiato».
Livorno, appunto, lei è l’unico ad aver allenato di qua e di là. Ma andò decisamente meglio l’avventura alla PL.
«Sì. Con la PL successe qualcosa di magico. Accettai l’offerta di Piero Costa che la squadra era ancora in B, anche se venivo dall’aver allenato Fortitudo,Virtus e Treviso. Ma mi piaceva il progetto, con tutti quei giovani. Qualche settimana dopo arrivò il ripescaggio e cominciammo come a camminare due metri sopra terra. Col pubblico si era creato qualcosa di irreale, quando uscivamo dal tunnel degli spogliatoi per gli avversari cominciava l’inferno».
E con la Libertas cosa non funzionò? Eppure la squadra era più forte della Otc, poi diventata Allibert.
«L’ing. Boris e D’Alesio mi vollero con convinzione. Boris in particolare mi fece un corteggiamento serrato. Mi telefonava, sentivo dall’altra parte del telefono che stava fumando una delle sue solite sigarette. Finii per accettare, ma quella squadra probabilmente aveva già toccato il suo apice e era già entrata l’anno prima nella parabola discendente. Poi, forse, una parte dell’ambiente, anche qualche giocatore magari a livello inconscio, non riuscì a togliermi di dosso l’etichetta di piellino. Insomma, ero marchiato a fuoco. Ma non rinnego niente di niente, di Livorno conservo solo ricordi belli, il mare, le cene al Ciucheba, quelle dalla Betta ai Sette Tavoli, la Baracchina. In quegli anni formidabili eravamo una parte importante della vita cittadina».
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