Gioco
La favola di Milianti, un barman in difesa: «Torno al Livorno per amore e passione»
Dopo le giovanili ha girato per 21 anni in Toscana e fuori: «Ora l’entusiasmo è lo stesso di quando ero ragazzino»
LIVORNO. Una celebre canzone di Antonello Venditti recita che certi amori non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano. Ed è così per Dario Milianti. Dietro al bancone del suo “Calzabigi Cafè”, dove ieri ha festeggiato il terzo anno di gestione del locale. Impegnato a servire la colazione ai clienti che in questi giorni chiedono soprattutto informazioni sul suo passaggio in amaranto, sembra di essere davanti a un personaggio da fiaba. Barba lunga e baffi «mi piace – dice – la sta curando da più di un anno». Tatuaggi che ricordano persone a lui care: sua nonna Mara, la compagna Sara conosciuta al mare e con cui convive dal 2016, la figlia Aurora nata il 16 dicembre 2018.
È lui livornese doc, nato l’8 marzo 1983, al centro dell’attenzione in queste ore che lo porteranno a indossare nuovamente l’amaranto. Il Cenaia lo ha liberato – il suo posto potrebbe essere preso da un altro livornese Alessio Felloni – di rincorrere il suo sogno e stamani si presenterà a Rosignano. «Voglio giocare nel Livorno», come ha postato sul suo profilo Facebook con un cuore amaranto. E tra un caffè e un cappuccino spiega cosa significa per lui vestire nuovamente l’amaranto. «È un sogno. Mi sento felice, più emozionato di quando a undici anni, arrivavo dal Livorno 9 dove avevo iniziato a dare i primi calci al pallone, misi la mia prima firma per il Livorno. È la riprova che se ci credi alla fine raggiungi tutto. Martedì quando il Cenaia, li ringrazio, mi ha comunicato la disponibilità di liberarmi non ci volevo credere e per superstizione avevo chiesto di non scrivere nulla».
Difensore centrale, affiancherà Giampà e Ghinassi, 21 anni di carriera, di cui tredici stagioni in serie D indossando le maglie di Picchi, Fucecchio, Venturina, Imperia, Saluzzo, Cascina, Forte dei Marmi, Massese dove ha giocato per sei stagioni collezionando 200 presenze e indossando la fascia da capitano, Montecatini, Varesina, e Colligiana. «Si è così, ma tutto è iniziato nel Livorno dove ha fatto tutta la trafila delle giovanili, giocando anche con Giorgio Chiellini e Luca Mazzoni, arrivando anche in prima squadra nel primo anno di Iaconi».
Che apporto senti di portare al Livorno dall’alto dei tuoi 38 anni.
«Devo dire la verità mi ero ripromesso, dopo che avevo deciso di aprire il bar, di chiudere la carriera a 40 anni, mai avrei pensato che potesse capitarmi una simile occasione. Porterò al servizio della squadra la mia esperienza, far capire quanto in questa categoria sia fondamentale il gruppo perché troveremo squadre di qualità inferiori ma animate dalla voglia di far bene, di qualità inferiori ma che getteranno in campo corsa e passione e poi la livornesità. Ci sono uomini ben più importanti di me come Igor Protti e Luca Mazzoni, ma ci tengo che i miei compagni sappiano il valore di indossare l’amaranto. Nel corso della mia carriera la tappa più importante è stata la Massese e proprio oggi un mio ex compagno, Marcuccetti, mi ha mandato un messaggio scrivendomi adesso capirai quanto e cosa vuol dire vestire la maglia della tua città».
Chi è stato l’allenatore più importante?
«Indubbiamente Fabrizio Tazzioli. Mi ha letteralmente svoltato la carriera a livello mentale, inculcandomi la cultura del lavoro».
Ti definiscono uno dal carattere “fumino” in campo...
«Sono un tipo che vuole sempre vincere a qualsiasi gioco e quando sono in campo mi trasformo, litigo anche con i pali della luce. È adrenalina, riconosco che sono fastidioso, antipatico anche se la nascita di mia figlia mi ha molto calmato, mi ha fatto sentire più responsabile».
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