Il Tirreno

Livorno

Trent’anni fa la fusione tra PL e Libertas: «Sembrava l’unica strada ma venne sbagliato tutto»

Giulio Corsi
Trent’anni fa la fusione tra PL e Libertas: «Sembrava l’unica strada ma venne sbagliato tutto»

L’atto formale fu sancito il 28 giugno 1991 negli studi degli avvocati Girardi e Maggi. Il ricordo del direttore sportivo Fabrizio Masini: «Se avessimo fatto un’altra squadra...» 

7 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Domenica 16 giugno 1991. Mentre l’Italia schierava i militari per fermare le zattere provenienti dall’Albania e nelle arene estive proiettavano Ghost, i livornesi che in quell’epoca vivevano di pane e basket trovarono sul Tirreno la notizia che mai avrebbero voluto leggere: “E venne il giorno della fusione, Libertas e Pallacanestro ora si amano”, titolava a caratteri cubitali il nostro giornale. E nell’occhiello: “C’è già stato un incontro, la firma in un futuro che potrebbe essere lontano solo pochi giorni”.

L’anticipazione di Vinicio Saltini era vera, verissima. Alla fine di quel mese la fusione arrivò sul serio. “Sinergia” la definì Francesco Alessandro Querci, docente di diritto della navigazione all’università di Trieste, politico di lungo corso della Democrazia Cristiana, lo stregone della fusione a freddo che ha ucciso il basket livornese, risorto dalle ceneri esattamente trent’anni dopo, grazie alla memoria e all’amore di un popolo, anzi due, rivelatisi più forti di un’operazione che molti volti noti della città all’epoca promossero, ma mai, mai e poi mai i tifosi delle due sponde, che invece furono per la maggior parte ostili a quell’atto contro natura spacciato come unica possibilità di salvezza della palla a spicchi cittadina. E a niente servì – via le bandiere Fantozzi e Bonaccorsi – la creazione di una squadra ibrida, Forti e Carera da una parte, Diana e Rolle dall’altra, a niente servì spiegare che i miliardi come noccioline dei Benetton in cambio di Kukoc e Rusconi o quelli spesi poco prima da Gardini per Danny Ferry e Brian Show a Roma, avrebbero costretto le provinciali a riconsiderare il loro ruolo nel gotha della palla a spicchi, niente potè convincere il cuore dei tifosi.

E oggi che le luci si sono riaccese su Basket City, con grande ritardo rispetto alla rinascita di altre piazze storiche, Bologna in primis, la conferma che fu la sinergia a spegnere, anzi a congelare la passione, è evidente. E non tanto perché Libertas e Pallacanestro mai avrebbero potuto amarsi, ma perché Libertas e Pallacanestro hanno un senso solo l’una in funzione dell’altra...

L’atto formale fu sancito il 28 giugno 1991 negli studi degli avvocati Girardi e Maggi. “Se ne va una fetta di Livorno sportiva e non solo sportiva, escono di scena due etichette che avevano dato incredibile lustro alla città e che erano invidiate dall’Italia intera, che le temeva, portandole ad esempio, e non si può che essere tristi, non si può che pensare con mestizia, a quelle partite che erano uniche, a quel modo di sfottersi che rimarrà inimitabile, personalissimo, come tutte le cose made in Livorno”, scriveva Saltini. E la mestizia ha accompagnato il basket – anzi chi il basket lo identificava con i fantastici anni Ottanta – per tre decenni, al di là delle bellissime imprese del Don Bosco e dei primi anni del Basket Livorno.

“Eppure – continuava Saltini – se si vuol guardare con attenzione alla situazione che si è venuta a creare nella pallacanestro italiana, dopo l’avvento dei grandi magnati dell’industria, acquisti e costi di gestione semplicemente pazzi, decisamente non inseguibili da parte di una società di provincia, si deve capire, si deve accettare e anche lodare la decisione che è stata assunta”.

«Noi davvero credevamo che fosse la strada giusta», racconta oggi Fabrizio Masini all’epoca direttore sportivo della Pallacanestro Livorno targata Tombolini, che nel cocktail di bandiere e professionalità azzardato con la sinergia, diventò anche direttore sportivo della nuova Libertas Pallacanestro Livorno.

Masini, iei è nato in via Cecconi. Davvero ritenne giusta quella decisione?

«Ricordo bene quando seppi del progetto. Era aprile 1991, tre mesi prima che la fusione diventasse realtà. Mi chiamò Vigoni, il nostro presidente. “Mettiti seduto, ti devo dire una cosa che ti lascerà senza parole”, mi disse. E infatti fu così».

Cosa rispose?

«Rimasi davvero senza parole ma compresi che quel progetto era il risultato delle difficoltà che entrambe le società avevano. A Livorno sia Vigoni, Lenzi e Niccolai da una parte, che di là l’ingegnere (Boris, ndr) avevano raggiunto il massimo del loro impegno e non avrebbero potuto farcela ulteriormente. Fu un tentativo di continuare a tenere ad alto livello il basket in città».

Ma fallì miseramente... Tre anni dopo, tra la disaffezione dei tifosi, il basket sparì.

«Avrebbe potuto anche riuscire, io sono convinto che sarebbe potuto funzionare, anche se le due tifoserie furono prese in contropiede da questa iniziativa».

Cosa non andò?

«Il primo anno avremmo dovuto fare una squadra da corsa, che divertisse, capace di coinvolgere. Ma le scelte furono altre: si prese di qua e di là con un risultato modesto in campo e così le polemiche e i pareri non favorevoli aumentarono invece che diminuire».

Secondo lei furono decisivi i risultati sportivi per il fallimento del progetto?

«Con le vittorie avremmo potuto risolvere le riserve che c’erano in diversi settori delle tifoserie che col tempo si potevano superare e invece furono fatte scelte sbagliate, cominciando dagli americani: Elvis (Rolle, ndr) era arrivato al capolinea, era un giocatore anarcoide sul campo, doveva stare vicino a canestro e invece prendeva iniziative dall’arco, Vincent arrivò da Milano, fece il canestro della vittoria sulla sirena alla prima partita, ma la sua stagione fu modesta».

Era lei il direttore sportivo...

«Avrei voluto come americani due mezzi lunghi, gente che corresse, che aprisse il campo, che andasse in contropiede, trascinando la squadra in altro modo. Se avessimo presentato una squadra competitiva facendo un bel basket, la gente pian piano sarebbe tornata e avrebbe tifato. Non c’abbiamo nemmeno provato, io avrei impostato le cose in modo diverso».

Chi avrebbe preso?

«Ero stato tanto dietro a un giocatore che avevo scoperto qualche anno prima guardando la Ncaa sulla tv di Camp Darby: Dallas Comegys, ma ce l’aveva Sassari e se lo tenne stretto, l’anno dopo provammo a trattarlo ma andò alla Fortitudo. Poi volevo Zamberlan, un’ala di 2,03 che faceva canestro da fuori: ecco era questo quel che mi sarebbe piaciuto per la nuova squadra».

A livello societario la sinergia tra dirigenti LL e PL ci fu?

«Assolutamente sì. Io ero entrato in punta di piedi, in via Pera, nel fortino di quelli che erano stati i nostri nemici tra virgolette, non senza diffidenze, che però sono sparite dopo poco. Avevo la mia stanza, l’ingegnere la sua, tutti i giorni era presente, con lui nacque un bel rapporto, ne ho un bel ricordo, un signor dirigente, preparatissimo anche nella conoscenza della pallacanestro. Mi disse “Masini lei ha tutti i numeri per fare questo lavoro da professionista, lo faccia”. I miei dirigenti, quelli di sponda piellina, venivano raramente in via Pera. E io mi confrontavo spesso con l’ingegner e con suo figlio Riccardo, due persone appassionate».

E con il presidente Querci?

«Ho sempre portato massimo riguardo verso tutti i dirigenti, incluso Querci. In quell’anno dovetti procedere alla sistemazione di tanti giocatori, riuscii nel mio intento e raccolsi il suo plauso... Certo, qualche problema gestionale ci fu, tanto che l’estate successiva andai a Bologna per portare Lauro Bon a fare delle visite al Rizzoli prima della firma. Ci trovammo all’hotel Carlton, lui si presentò con Richardson e mi disse “Sugar giocherà con noi”. Io non ne sapevo niente. In albergo incontrai poi i dirigenti di Forlì che mi dissero che stavano aspettando il il mio presidente per cederci Mentasti...».

Ma insomma, dopo trent’anni ritiene che quella fusione sia stata un errore o no? Bologna è rinata dopo che sia Virtus che Fortitudo sono finite agli inferi, ma senza mai unirsi...

«Non so se saremmo riusciti a rinascere scendendo tanto giù. C'erano obiettive difficoltà, soprattutto per via Cecconi c’erano grosse possibilità che le cose andassero molto male e si restasse con la sola attività giovanile. Purtroppo finché c'è stato il cartellino, introitavamo denari importanti. Quando cadde il vincolo con la legge 91, si crearono squilibri, somme che prima arrivavano non arrivavano più e ci furono oneri aggiuntivi, insostenibili. Via Cecconi per molto tempo era riuscita a fare buonissime operazioni che ci hanno permesso di andare avanti a certi livelli, non solo Bonaccorsi, che fu ceduto a una cifra record tanto che Massimo Mangano scrisse che l’Oscar del mercato spettava a Fabrizio Masini, ma anche Dell’Agnello, Aldi, Tosi, Picozzi. Comunque il risultato è stato questo: la fusione ha portato la gente ad allontanarsi dal basket e quando il sodalizio guidato dalla famiglia Querci ha concluso la propria avventura, Livorno è rimasta senza serie A».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Operaio morto a Venturina: chi è la vittima – Il malore davanti al nipote e il dolore dell’azienda: «Era uno di famiglia»

di Ilenia Reali e Luca Centini
Speciale Scuola 2030