Gioco
Addio mister Zoratti, con lui i tifosi del Livorno inaugurarono lo stadio mobile
L'ex allenatore amaranto aveva 74 anni. Lasciò Livorno nell’estate del 1994 dopo una stagione e mezzo con tante battaglie vinte, ma due guerre perse
LVIRONO. Sangue amaranto che scorre nelle vene. Lacrime che solcano la faccia. Ieri non è stato un bel giorno per i tifosi del Livorno, quelli veri che ci sono sempre stati: da Foiano della Chiana a Belgrado, passando per San Siro. Gente con la memoria d’elefante, in grado di ricordare volti, occhi, gesti di quanti – all’inizio degli Anni ’90 – hanno contribuito alla rinascita amaranto sul campo o guidando la squadra dalla panchina, come il tecnico friulano Giuliano Zoratti. Ieri all’ora di pranzo da Udine è rimbalzata in città la notizia della sua morte e l’onda emotiva, amplificata dai social, è stata impressionante. ‘Zorro’ era malato da tempo e si è spento undici giorni prima di compiere 74 anni. Lasciò Livorno nell’estate del 1994 dopo una stagione e mezzo con tante battaglie vinte, ma due guerre perse.
Anni ruggenti, quelli del nostro Risorgimento: la strada del Livorno era lastricata di trabocchetti, irta di ostacoli. La liaison tra Zoratti e il Livorno iniziò un grigio martedì del novembre 1992, non esattamente il periodo in cui – per dirla con De André – sbocciavano le rose. Due giorni prima, il giorno 15, gli amaranto guidati da Alberto Lazzerini nella tonnara del Campionato Nazionale Dilettanti (le coincidenze: è l’attuale serie D) non andarono oltre uno stiracchiato 0-0 sul campo del Fidenza. Il presidente Claudio Achilli, stufo del ruolino anonimo del gruppo (tre vittorie, sei pari e due ko che lo confinavano nelle posizioni di rincalzo) sollevò dall’incarico il tecnico di Rosignano e assunse proprio Zoratti, un crack per la categoria. Per anni secondo di Massimo Giacomini (Udinese portata dalla C alla A in due anni, poi Toro e Milan), i livornesi lo avevano apprezzato nel 1990 quando sfiorò la promozione in C1 con la Pro Vercelli e l’anno successivo quando in C1 ci portò la Massese: sabaudi e apuani erano inseriti nello stesso girone del Livorno per cui le gesta di Zoratti, qui erano ben note.
E a Livorno, l’allenatore di Udine fece bene. Molto bene. Con lui al timone Moschetti e compagni proseguirono la serie positiva inaugurata da Lazzerini alla quarta giornata e non persero più per un cammino da 14 successi e 9 pareggi. La Vogherese – che giocava a memoria – fu una lepre imprendibile, ma il Livorno dette spettacolo e inaugurò lo stadio mobile: migliaia di tifosi ad ogni trasferta che nella peggiore delle ipotesi finiva in pareggio. A Voghera – per lo scontro diretto con la capolista – si presentarono 4mila livornesi. Ma che ne sanno i tifosi delle big. Big eravamo noi!
In mezzo alla gente, in mezzo alle vittorie c’era sempre lui: Zoratti. Calmo, posato, ma con la parlantina veloce e gli occhi di un azzurro-mare di chi la sa lunga. Entrò nel cuore della gente, l’uomo venuto dal Friuli, al punto da meritarsi un striscione: Zorattik Park, perché in quei mesi uscì il film Jurassic Park di Spielberg. Serissimo, al coro di ‘Zoratti salta con noi’ anche l’impertubabile Giuliano dalla panchina, fece qualche balzello insieme alla curva all’ultima uscita casalinga con il Sassuolo.
Vinse battaglie, si diceva. Non le guerre. Arrivò secondo nel CND, ma fu ripescato. E confermato. Per il ‘93/94 in C2 gli fu consegnato uno squadrone: Andrea Bagnoli (che al pari di tanti ex amaranto lo piange attraverso il proprio profilo Fb), Davide Cordone, Marcello Carli andarono a far compagnia a Fabrizio Boccafogli. Con ‘Zorro’ quei giocatori iniziarono un ciclo che avrebbe portato il Livorno alle soglie della B cinque anni dopo. Eppure quel Livorno, di nuovo, perse la guerra: terzo dietro alle promosse Gualdo e Pontedera, quest’ultima trascinata proprio da Moschetti, lasciato andare con troppa dabbenaggine l’estate precedente. A fine anno Zoratti e il Livorno si divisero. Dopo 57 partite: 31 successi, 20 pareggi e solo 6 sconfitte arrivarono i titoli di coda. L’uomo di Udine accettò l’offerta della Reggina – in C1 – e portò subito gli amaranto in B, perché lui era un uomo e un allenatore vero. E qui ha lasciato un solco. Ecco perché chi ama il Livorno adesso è in lacrime.
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