Gioco
Il presidente della Libertas 1947: «I video dell’Enichem prima di andare in campo, Garelli e i nostri tifosi»
Roberto Consigli sulla stagione appena conclusa: «Eravamo pronti per l’A2». E anticipa alcune mosse di mercato per il prossimo anno
LIVORNO. Roberto Consigli, presidente Libertas: sono passate tre notti dalla finale di Piacenza. A mente fredda come valuta la stagione?
«Il film di quest’annata è un viaggio meraviglioso: se guardo indietro mi vengono a mente tanti scorci positivi, l’unica cosa negativa è il fatto che il pubblico sia stato presente solo nel finale di stagione».
Ha già smaltito l’amarezza di gara-cinque?
«Quando si arriva in fondo si gioca per vincere, ma il nostro è un programma triennale, avremmo accelerato, certo sarebbe stato positivo, ma nulla è perduto. Il prossimo anno ripartiremo più forti di prima».
Quest’anno avevate la leggerezza di non giocare da favoriti...
«Non avevamo l’ansia di arrivare alla A. Per ripartire dovremo riacquisire quello spirito. Abbiamo costruito una base di partenza: una cosa è mettere insieme una squadra, creare un gruppo, trovare una quadra in spogliatoio con lo staff tecnico e ottenere buoni risultati, ma far diventare quel gruppo vincente subito è quasi impossibile».
Garelli resta?
«Non ho ancora riparlato col coach, ma c’era un programma triennale stabilito lo scorso anno. Direi che sicuramente si parte dalla struttura attuale, sia di squadra che di staff tecnico. Non avrebbe senso fare rivoluzioni. Oltretutto per noi questa sarà una delle estati più corte di sempre visto che il campionato dovrebbe ripartire a fine settembre».
Quando incontrerà il coach?
«La settimana prossima, sarà importantissimo confermarci le stesse visioni, non lo do per scontato, ma sia per il contratto che per gli intenti comuni la direzione è quella».
La presenza al Modì Forum, in gara-tre di finale, di Marco Andreazza, ex coach di Piombino, aveva scatenato radio-mercato...
«Se è per quello c’erano anche De Raffaele e Ramagli in tribuna...».
Ci vorrà ancora un po’ per accostarli alla panchina amaranto...
«Garelli per la B è un nome molto importante, il suo curriculum parla da solo con 7 campionati vinti, ma quel che ha fatto per costruire questo gruppo è sotto gli occhi di tutti ed è più importante dei risultati».
La squadra sarà confermata in blocco?
«Il gruppo tout court non potremmo confermarlo nemmeno volessimo: martedì conosceremo le disposizioni Fip, ma sappiamo già che i nati ’99 e ’98 non saranno più Under, dunque ci ritroveremmo con 8 senior, quando possono essere al massimo 7. Ne parlerò col coach».
Almeno sull’asse play-pivot può sbilanciarsi...
«Certamente, saranno ancora con noi. Forti è il capitano ed è stato l’emblema della rinascita, è arrivato prima che comprassimo il titolo, ha fatto una scelta di cuore; Ammannato durante l’anno ha affermato la sua leadership di giocatore di grande livello e ha superato le nostre aspettative. Ci sono state gare dove al di là della prestazione ha avuto la capacità di trascinare anche gli altri».
L’altra sera siete andati a cena da Guglie, uno dei vostri covi. Che clima c’era?
«A distanza di 24 ore da Piacenza era una situazione agrodolce, la sconfitta ancora bruciava, ma quello che mi è piaciuto è che prevalesse il sorriso, la gioia di stare insieme che ha caratterizzato la storia di tutto l’anno. Abbiamo fatto un brindisi all’amicizia di questa squadra».
Lei è un presidente ultras e anche un presidente amico?
«Come presidente non posso essere l’amico, ma sono orgoglioso di avere a che fare con un gruppo che ha avuto questo sentimento tra i suoi punti di forza».
La maggior parte dei giocatori non era neanche nata quando l’Enichem si giocava lo scudetto. Come ha fatto a far loro acquisire l’appartenenza a una storia così importante?
«Abbiamo cercato di trasferire la “libertassinità” come ideale, come voglia di andare in campo per raggiungere il massimo ma con un certo stile, essendo sportivi, rispettando l’avversario, avendo un atteggiamento positivo verso il futuro come abbiamo adesso, e insieme mettendo in campo il carattere della città. Su questo ho insistito molto, alcuni giocatori erano abituati a giocare diversamente, questa è una città che viene da una tradizione battagliera che si conquista il pane col coltello tra i denti. Ho detto loro “vi applaudiranno di più per una sconfitta in cui avete dato l’anima che per una vittoria facile” e loro hanno capito».
A chi pensa?
«Ad esempio a Casella, uno specialista, tiratore formidabile che è diventato rimbalzista, difensore, passatore. Lui come tanti altri».
Una squadra dall’anima livornese: quante volte ha rialzato la testa da partite che sembravano segnate...
«Abbiamo affrontato un campionato nazionale con una squadra di molti livornesi e tanti toscani, Marchini da Carrara, Castelli e Ammannato da Firenze, Casella da Pisa, ad esclusione dell’anima abruzzese di Ricci che ci ha dato tanto e dalla solida, granitica anima veneta di Toniato. Ecco, direi che la Libertas ha un’anima molto livornese ma anche molto toscana».
Qualche vecchia partita l’avete fatta vedere ai giocatori?
«Assolutamente sì. Prima di gara-4 con Bernareggio, una delle più importanti della stagione, in albergo abbiamo visto insieme gara-4 di finale Philips-Enichem. I playoff hanno avuto anche questa caratteristica: abbiamo passato tanto tempo insieme, partivamo il giorno prima, ogni volta era una sorta di ritiro e si sono create tante amicizie. Abbiamo fatto un grandissimo campionato di burraco, c’erano sfide sempre molto tese, la coppia Ammanato-Bonaccorsi era imbattibile, insidiata solo da Salvadori-Forti».
Questi aneddoti ricordano una bellissima rubrica che negli anni d’oro campeggiava in ultima pagina sul giornalino della Libertas in uscita la domenica: si chiamava “Appunti di viaggio” e raccontava gli aneddoti delle trasferte della squadra...
«La ricordo bene, noi ne abbiamo decine. L’istrione del gruppo è Leo Salvadori, sempre pronto con la battuta in trasferte lunghissime che da livornesi non abbiamo mai trascorso in silenzio, anche grazie al team manager Michelangelo Diana (babbo di Andrea, coach di serie A, ndr) grande raccontatore di barzellette. E poi lo staff di segreteria con le tre ragazze Federica, Valentina e Marzia che sono venute sempre in trasferta con noi, occupandosi di tutti gli aspetti pratici e della logistica».
Una gita più che una trasferta...
«Andavamo in 25: a Bernareggio abbiamo portato 14 ragazzi, anche due che non erano convocati perché sono comunque parte di questo gruppo. Tra di loro la lotta per essere convocati era infuocata, e non era tanto Garelli a fare le scelte ma spesso il suo vice Pio, che ha sempre avuto un occhio di riguardo per la crescita di questi ragazzi».
A livello di settore giovanile la società è ancora indietro. L’ultimo giocatore sfornato dalla Libertas è stato Francesco Orsini...
«L’intenzione è investire per dare vita a un vivaio che nel tempo possa creare giocatori importanti e portare titoli. Negli ultimi anni, se si eccettua il Don Bosco, Livorno non ha avuto risultati. Cominceremo con una leva minibasket. Credo che sia necessario ricominciare a insegnare meglio i fondamentali e per questo bisogna cominciare dai tecnici. In questo senso ricordo l’investimento importante fatto con Federico D’Elia, anello di congiunzione tra settore giovanile e prima squadra, determinante anche nel successo della prima squadra».
Della Noce che fine farà?
«Nel ruolo di general manager non andremo avanti con lui. Abbiamo valutato la necessità di trovare un direttore sportivo che si occupi h24 delle necessità della squadra, ma non significa che lascerà il mondo Libertas. Tra l’altro è uno dei 52 soci. Ci parlerò. Credo che non ci sarà un gm ma un ds operativo su tutte le attività della società, fermo restando che un altro elemento su cui abbiamo investito tanto è la segreteria, grazie a Gabriella Di Chiara, una che è stata in serie A per anni».
Tanti hanno pensato: meglio un altro anno in B, l’A2 sarebbe costata tre volte tanto...
«Io rispondo che non sarebbe stato un problema, avrebbe solo accelerato il percorso di strutturazione della società che è già in atto, chiedendoci uno sforzo dal punto di vista dell’organizzazione. Insomma sarebbe stata più impegnativo dal punto di vista organizzativo che economico. A fine anno siamo arrivati con una situazione finanziaria molto solida e non c’è stato bisogno di chiedere ai soci di ricapitalizzare, nonostante qualche spesa in più e qualche incasso in meno, grazie a sponsor livornesi che si sono aggiunti cammin facendo».
Il modello di società ricorda realtà importanti di serie A.
«Abbiamo costituito un network di quasi sessanta imprese che lavorano anche insieme. Stiamo copiando modelli in atto in altre società, le due Bologna, Trieste, Varese, stiamo puntando sulla parte del marketing per rafforzarci e aver assunto come direttore marketing Alessandro Favilli per anni al Livorno Calcio, ci ha dato la spinta».
Ai tifosi che dice?
«Fantastici, li ringrazio, li abbiamo ritrovati in gran numero, una popolazione variegata e bellissima. Vedere al palasport il giovane, il vecchio, l’imprenditore, l’operaio, chi ha visto 40 anni fa la Libertas salire in A e chi le finali scudetto, e chi non l’ha mai vista ma si è innamorato dell’entusiasmo di questo ragazzi vestiti con i colori della nostra città, vale più della A2».
Qual è stato il messaggio che le ha fatto più piacere?
«Quello di Walter De Raffaele. Voglio ringraziarlo perché in ogni momento di difficoltà c’è sempre stato nel darmi un consiglio, senza mai entrare nel merito delle decisioni. A gennaio dopo 4 sconfitte su 5 mi ha detto “non ti preoccupare, vai avanti, se hai fiducia nel tuo staff, ribadiscila” e io, che ne avevo, sono andato sul giornale dicendo che avevamo un progetto e volevamo andare avanti. E poi quello di Andrea Forti: ci ha sostenuto negli anni dal punto di vista morale e pratico, lo considero uno di noi».
A chi dedica quest’annata di rinascita?
«Alla mia famiglia, mia moglie Cristina e mia figlia Marta a cui ho tolto tanto tempo e mi hanno supportato. E alla nonna Giovanna, che non solo è abbonata al Tirreno e mi raccoglie tutti gli articoli sulla Libertas, ma soprattutto è una tifosa che veniva a vedere la Fargas in via Micali. Sono state il mio motore».
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