Gioco
Ramagli votato miglior coach dell’A2: «Il rilancio del basket a Livorno passa tutto dal derby»
Dal suo arrivo alla Tezenis Verona ha vinto 17 partite su 20 e ora è in lizza pe la promozione: «Devo tutto a Livorno e come mi manca la mia città...»
LIVORNO. The winner is… Alessandro Ramagli from Livorno. Il coach della Tezenis Scaligera Verona, da domani impegnata nella semifinale promozione contro Torino, è stato eletto miglior allenatore della serie A2. A febbraio fu ingaggiato al posto di un altro Livornese: Andrea Diana. Da allora i gialloblù hanno vinto 17 partite su 20. Un ruolino che non è passato inosservato ai presidenti delle 27 società di A2 che hanno votato Ramagli.
Ramagli, significa che è l’allenatore ideale per ogni presidente?
«In realtà il format prevedeva il diritto di voto anche per i capitani e gli allenatori oltre ai presidenti/manager. La giuria era ristretta e composta da addetti ai lavori. Per questo il riconoscimento mi fa molto piacere. Non hanno votato i tifosi e quindi c’era poco di emozionale. Tuttavia negli sport di squadra i riconoscimenti individuali lasciano il tempo che trovano. Dietro quel premio ci sono l’aiuto e le competenze di tante persone».
Coach, di che cosa aveva bisogno la sua squadra quando è arrivato?
«Nella mia carriera mi è capitato di essere dall’altra parte: allenavo e analizzavo tutti i dettagli dei problemi. Da fuori però si ha una visione complessiva migliore e quindi quando sono arrivato ho subito individuato il macroproblema della squadra».
Che era?
«Aveva bisogno di difendere di più e di prendere più rimbalzi».
Facile a dirsi, meno a farsi. Come ha fatto a cambiare il trend?
«Ho lavorato su pochi dettagli. Non avevo tempo per fare tante cose. Andrea Diana mi ha lasciato buona base di lavoro. Tra l’altro lo conosco benissimo anche per averlo allenato quando era ragazzino. Mancavano quelle due cose là. E quando la squadra capisce che cosa manca è possibile risolvere il macroproblema. Ho fatto alcune scelte difensive, mentre l’attacco non l’ho toccato».
A un giovane allenatore alle prese con gli stessi problemi di squadra che cosa direbbe?
«Che nel basket non c’è tesoro più prezioso dei rimbalzi. Chi non li controlla, non può giocare a pallacanestro. E allora giù con esercizi specifici».
È la squadra che fa un buon allenatore o viceversa?
«Non ho dubbi: è la squadra che fa un buon allenatore. Come dice il nostro concittadino Allegri, l’allenatore deve fare meno danni possibile col materiale che di cui dispone. Deve mettere i giocatori in condizione di fare il meglio. Un buon allenatore riesce a mascherare qualche difetto, questo sì».
A chi deve dire grazie per questo premio?
«Alla squadra, allo staff, all’organizzazione della Scaligera».
E per la sua carriera?
«A tutta la pallacanestro livornese. Ho giocato nella Pallacanestro Livorno, ho allenato cinque anni nella Libertas ai tempi della finale scudetto, come allenatore mi sono formato cestisticamente nel don Bosco. Il mio maestro in campo è stato Luca Banchi. Il mio maestro di mestiere, il mio punto di riferimento Massimo Faraoni».
È via da Livorno da molti anni. Che cosa le manca della città?
«Tutto. Manca a me come a De Raffaele o ad Allegri. La nostra è una città con delle peculiarità che ti mancano nel momento in cui non le puoi toccare. Sono fuori dal 2000. Mi manca il mare, mi manca il legame stretto con le mie abitudini. In questi anni, però ho anche individuato i difetti di Livorno, quegli stessi difetti che quando ci vivi ti lasci scorrere addosso».
Livorno che sta provando a tornare basket city…
«Purtroppo le fasi storiche di calcio e basket sono distoniche. Quando il calcio va bene, la pallacanestro soffre e viceversa. Tutto noi abbiamo avuto l’abbonamento al Livorno Calcio, poi attraversavamo la strada e andavamo a vedere PL o Libertas o entrambe. Ora è il momento della palla a spicchi. Il campionato della Pielle è stato trionfale. Quello della Libertas inaspettato visto che si sta ancora giocando la promozione in serie A. Resto comunque convinto che il rilancio della pallacanestro livornese passi attraverso il derby».
Secondo lei in città c’è nostalgia del derby o del basket ad alto livello?
«Negli ultimi anni molti hanno pensato che quella rivalità fosse antistorica. Io invece penso che sia il sale della pallacanestro livornese. Se il derby torna in A, meglio, ma anche in B non sarebbe male. Dopo tutto il boom degli Anni ’80 partì dalla serie B. Quanto alla nostalgia, quella del derby non esclude l’altra, della pallacanestro ad alti livelli. Sono legate».
Tra serie A2 e serie B quanto divario c’è?
«Un paio di gradini. In A2 servono espressione tecnica, preparazione societaria e organizzativa».
Pielle e Libertas possono starci?
«Le società si fondano su due modalità diverse. Entrambe sono vincenti: sia quella con un unico imprenditore la comando che quella di un consorzio di soci. Andare in A2 passando dalla B significa dover trottare. Andarci dalla C Gold significa dover trottare il doppio. E questo non vedo male una iniziale convivenza in serie B delle due realtà».
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