Gioco
Verso Lucchese-Livorno, la teoria del doppio ex: «Gli amaranto? Potevano salvarsi in carrozza»
I ricordi Walter Casarotto che ha conquistato il campionato di C2 con entrambe le maglie: «Noi eravamo granitici, vincemmo davanti a squadre più forti»
LIVORNO. Lucchese-Livorno di domenica è una sfida senza domani. È invece un mito, con tanto amaranto e rossonero nel proprio ‘ieri’, Walter Casarotto. L’illustre doppio ex (94 presenze qui, e 103 al di là del Foro) può raccontare di aver vinto il campionato di C2 con le due maglie: la nostra nel 1984 con il Livorno dei record di Melani e quella rossonera due anni dopo sempre sotto la guida di ‘Renzino’. Parlare con il “Dobermann” è aprire uno scrigno di ricordi preziosi: «A cominciare dalla prima volta che ho visto l’Ardenza. Ero poco più che un ragazzo. La partita? Livorno-Empoli 1-0. Negli Azzurri giocava mio fratello. Per gli amaranto segnò Romoletto Graziani. Sono addolorato della sua scomparsa».
Facciamo un salto ai giorni nostri: è un brutto momento per Livorno e Lucchese…
«Non solo. Io sono di Montecatini, provincia di Pistoia e proprio Pistoiese, amaranto e rossoneri stanno rischiando di retrocedere».
Che effetto le fa vedere Livorno e Lucchese in fondo?
«Un gran dispiacere perché sono stato benissimo in entrambe le città sebbene abbiano due modi differenti di vedere il calcio».
Che cosa intende dire?
«I tifosi esprimono il carattere della città. A Livorno la gente è diretta, sanguigna. Il lucchese è più pacato, ma ugualmente innamorato della squadra e adesso anche sofferente. A Livorno quando le cose andavano male dovevi uscire da una porta secondaria. A Lucca non abbiamo mai vissuto queste situazioni. Però come ti portano in trionfo all’Ardenza non ti ci portano da nessun altra parte. A Livorno tra l’altro c’era il giocatore più lucchese di tanti livornesi».
Chi?
«Tano Salvi. Ragazzo calmo, pacato e dotato di grande talento. Per queste caratteristiche è più amato a Lucca che a Livorno. Io invece che ero un difensore arcigno sono stato più apprezzato a Livorno, ma all’Ardenza va così: i tifosi preferiscono i giocatori di temperamento. Penso anche a Mondello, uno degli idoli di sempre degli sportivi amaranto».
Sarà un derby tra squadre spacciate?
«La Lucchese è debole. Ha trovato in Bianchi un attaccante prolifico, ma fin da quando era in ritiro ho capito che avrebbe fatto fatica. D’altronde il materiale umano è quello che è. Il Livorno ha avuto altri problemi altrimenti si sarebbe salvato in carrozza. Ora invece agli amaranto serve un miracolo anche perché quelle che sono davanti viaggiano veloci e il regolamento concede poche speranze».
Messa così, il Livorno sembra essere favorito…
«È sempre difficile far pronostici. La Lucchese è una squadra che se le gioca tutte e nel girone di ritorno ha fatto parecchi punti. I rossoneri sono migliorati, ma temo abbiano perso il tram per la salvezza».
Chi può essere decisivo?
«Per la Lucchese Bianchi. Nel Livorno ci sono due o tre giocatori che possono fare la differenza, ma faccio il nome di Mazzarani».
Ci rivela il segreto del Livorno dei record?
«La compattezza. Ho giocato in molte squadre, alcune delle quali, per talento, superiori a quella di Renzo Melani. Penso anche alla Lucchese del 1986: basti vedere la carriera che hanno fatto i giocatori rossoneri di quella rosa. Il Livorno 83/84 però era granitico. Aveva personalità forti: Ilari, Palazzi, Berlini. De Poli, De Rossi. Mi ci metto anche io. E aveva giocatori abituati a vincere, come Tognarelli. E vi ricordate che tornante era Villanova? Ci mancava un bomber, ma Araldi i suoi gol li fece. Con noi facevano fatica anche le squadra di categoria superiore. Nessuno di noi ha fatto un carrierone tranne Grudina».
Che è arrivato in A...
«Ecco. Lui deve ringraziarci. Era un portiere normale che arrivò ai vertici del calcio. Per forza. In tutto il campionato gli arrivarono sei tiri in porta. E all’Ardenza l’unico gol preso glielo fece il nostro Finetto».
Ultima parentesi: lei è di San Marino. Perché non ha mai giocato in Nazionale?
«Fui chiamato da un funzionario statale che poi sparì e non mi telefonò più. Anni dopo ho saputo che questo funzionario pensava che avessi rinunciato a giocare in Nazionale. Non era così. Che peccato: avrei calcato i campi di Wembley, del Bernabeu e chissà quanti altri».
Casarotto se fosse nato nel 1989 anziché nel 1959 che carriera avrebbe fatto?
«Una volta incontrai Spalletti che in quel periodo era allo Zenith. Lo stuzzicai: “Secondo te potrei giocare dieci minuti?”. Mi rispose che avrei potuto farne anche novanta, visto il livello degli attaccanti. Vi basti questo. Il problema è che di difensori non ce ne sono più. Oggi però Atalanta e Verona – che praticano il calcio più pericoloso, dietro praticano una moderna difesa a uomo».
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