Gioco
Mille adesioni a Livorno Popolare, ma soldi per ora non ci sono
LIVORNO. A voler intingere la penna nel calamaio zeppo di retorica potemmo parlare di risorgimento livornese, di camicie amaranto. Di spedizione dei mille per riprendersi il Livorno Calcio, perché in meno di 48 ore sono proprio un migliaio le persone (tifosi, simpatizzanti, appassionati di un modus romantico di intendere il calcio) che hanno aderito al progetto Livorno Popolare, l’azionariato popolare 2.0 di casa nostra.
Marco Bruciati, uno dei promotori dell’iniziativa è piacevolmente sorpreso: «Il nostro obiettivo era di arrivare a 2500-3000 sottoscrizioni finali con una base di partenza di 1000 da ottenere nel primo mese. Le quattro cifre le abbiamo invece raggiunte in due giorni. In città non si parla d’altro: il primo obiettivo è raggiunto».
Come si spiega questo successo?
«Diversamente da come pensano tanti, sotto la cenere c’è ancora della brace che vuol tornare ad essere fuoco. C’è sostanza e voglia di pensare alla squadra di calcio in un modo nuovo nel quale i tifosi possano avere voce in capitolo. Ecco: volevamo stimolare proprio questa presa di coscienza; la società non è solo un’azienda privata, ma un bene di valore comune e interesse pubblico che può intrecciarsi proprio con quello privato».
Quindi il Livorno per voi è un bene pubblico…
«Da tutelare e riconquistare. Quello che sta accadendo è bellissimo. Temevamo la disaffezione anche per la fase storica che stiamo vivendo. E invece proprio l’impossibilità di condividere fisicamente la passione per il Livorno, il non poter andare allo stadio, il non poterci abbracciare, ha indotto le persone a ritrovarsi. È come se la comunità disgregata dalle attuali contingenze si fosse riunita nel progetto».
Ci spieghi il meccanismo: ogni adesione è un ‘pagherò’?
«È un impegno morale. Alle persone abbiamo chiesto disponibilità. Non tutti avranno la possibilità di acquistare quote. Per questo motivo dobbiamo essere tanti. Più siamo, più basse saranno le quote. Se saremo pochi, il progetto non potrà neanche partire. Noi però ci crediamo, perché chi investe in questa cosa non lo fa per il proprio nome, ma per mettere un pezzetto di sé nel Livorno e diventare proprietario di un pezzetto del Livorno. Di certo rassicuriamo le persone: non sono soldi buttati via».
C’è qualche nome illustre tra i partecipanti?
«Ci è saltato agli occhi il nome di Emerson: senza dire nulla ha aderito. È nella lista dei mille».
Il progetto supera i confini cittadini?
«Sì, hanno aderito anche non livornesi: persone che seguono il calcio e a cui piace questo tipo d’esperienza perché consapevoli che potrebbe rappresentare un modello. E in effetti è così: vogliamo costruire un modello di gestione in Italia. Di iniziative analoghe ce ne sono molte all’estero: le abbiamo studiate, ma non senza applicarle qui. Noi vogliamo creare un modello italiano e livornese». —
F.P.
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