Gioco
Livorno piange Gianfranco Lombardi: «Era il bomber dei Salesiani, e tutti lo chiamavano Gaggero...»
I ricordi degli amici d’infanzia: dalla casa di via Trieste alle partitine. Le sfide con Maurizio Cosmelli e l'esplosione nel campionato di serie A
LIVORNO. Dado? Macché, Gaggero. Per chi è cresciuto con lui, sul campo all’aperto dei Salesiani, per chi con lui ha vestito la maglia dello Juvenilia (quello che poi sarebbe diventato Don Bosco) era questo l’appellativo, il nome con cui veniva chiamato e salutato. Dado sarebbe venuto più tardi, diciamo con l’approdo alla serie A. Gaggero, ma perché? Stefano Gaggero fu un ciclista professionista negli anni’50, gregario del grande Fausto Coppi nella Bianchi (sì, la squadra dalla maglia biancoceleste di "c’è un uomo solo al comando") e Gianfranco Lombardi aveva scelto lui a suo beniamino, chissà perché, come se uno oggi tifasse Ciccone anziché Nibali. «Vieni, Gaggero», così lo aspettavano dopo pranzo al play-ground più prolifico di Livorno. Veniva in bici dalla vicina via Trieste, dove abitava. Umberto Picardi, già responsabile della biglietteria del Livorno Calcio quando si staccavano anche 12. 000 tagliandi a partita, lo ricorda con affetto infinito.
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«Sono di un anno più vecchio di lui - dice - io del’40, lui era del’41 e un anno di differenza, quando si è poco più che bambini, conta, anche se lui era già più grande e grosso di me. Giocavamo nella formazione allievi della Juvenilia, ci si sbucciavano ginocchia e gomiti su quel cemento e qualche tiro gliel’ho insegnato, non sembri una bestemmia. Con me il fratello maggiore di Roberto Chirico, Mario, e il grande Elio Becucci». «Una volta - continua Picardi - battemmo in campionato la Libertas di Maurizio Cosmelli e fu festa grande. Purtroppo, ma per fortuna per lui, durò poco. Era troppo bravo per continuare a giocare nel campetto all’aperto». E infatti, esempio unico di precocità, a soli 15 anni venne aggregato alla prima squadra della Livorno Pallacanestro del presidente Malaguzzi allenata da Giorgio Pinoschi. Siamo nel 1956, anni di passaggio dalla palla al cesto alla pallacanestro, campi solo all’aperto, pallonesse di cuoio. La Livorno Pallacanestro, con Diddi, Nieri, Sarti ma sopratutto un certo Stelio Posar vince il campionato di A (una Legadue attuale) e vola in prima serie, le cosidette "elette", quella che oggi sarebbe l’A1.
È l’anno dell’esplosione. La squadra, passata sotto la guida tecnica di Alfredo "Dedo" Damiani, fatica moltissimo al cospetto delle big del campionato come Milano, Bologna, Varese, Cantù (anche perché è l’unica a disputare il campionato senza l’americano) e si salverà solo grazie a un ripescaggio. Ma per Dado ex Gaggero è la consacrazione. A 17 anni segna 34 punti nella vittoria interna contro Pavia, 33 contro il Morini Bologna, ancora 33 contro lo Stock Trieste. Dedo ha lanciato Dado, in un niente Lombardi è già diventato un nome a livello nazionale. Impossibile che qualcuna delle grandi non gli mettesse gli occhi addosso: è ancora Bologna, che già lo aveva fatto con Posar e Sarti (e dopo lo avrebbe fatto con Cosmelli e Raffaele) a "saccheggiare" Livorno, approfittando delle croniche difficoltà economiche delle squadre cittadine.
Il 21 maggio 1959, a 18 anni da poco compiuti (come se oggi capitasse a un ragazzo del 2003. . .) arriva il debutto in nazionale in un Italia-Israele, l’anno dopo è protagonista assoluto alle Olimpiadi di Roma, tanto da essere inserito, cosa mai prima e mai dopo capitata a un giocatore livornese, nel quintetto ideale dei Giochi. Gli anni in maglia Virtus Bologna sono i più fulgidi della sua carriera di giocatore: il campionato era allora una sorta di duopolio fra Milano e Varese, ma lui vince per due anni la classifica di miglior marcatore del campionato (63/64 e 66/67) oltre a collezionare 113 presenze in maglia azzurra con la vittoria dei Giochi del Mediterraneo del 1963, curiosamente l’unico titolo della sua carriera di giocatore e allenatore di successo. Fu il primo giocatore a attraversare, come si diceva, la sponda del Reno, passando cioè, dopo 12 stagioni in bianconero, dalla Virtus Bologna agli odiati cugini della Fortitudo e si dice che alcuni abbonati delle V nere volessero citare in tribunale i loro dirigenti.
Chiuse la carriera di giocatore a Rieti, giocando poco però perché della Sebastiani era anche l’allenatore, prima di iniziarne una altrettanto fortunata da coach, anche qui, però, senza mai aver avuto l’occasione di guidare una squadra in grado di lottare per il titolo. Da essere stato un grandissimo attaccante diventò, curiosamente, un mago delle difese, specialmente di quelle a zona e le sue direzioni erano spesse caratterizzate da cambi frenetici: il minimo errore e per il malcapitato di turno c’era la panchina, oltre a una buona dose di urlacci. Cinque promozioni in A1, una (con Siena) partendo addirittura dalla serie B, il punto massimo fu una semifinale scudetto nel 1998 con Reggio Emilia la città nella quale, da allenatore, ha ottenuto le maggiori soddisfazioni e dove ancora è ricordato come una sorta di guru. Ma, come si dice, nemo propheta in patria.
Tornato a Livorno, da quel lontano 1958, nel 1992, fu proprio la sua d’origine l’unica città nella quale da allenatore non raccolse alcuna soddisfazione. Erano anni bui, gli anni della fusione, con Querci che faceva il bello e il cattivo tempo con decisioni spesso cervellotiche. Una salvezza senza entusiasmare il primo anno, un rapporto difficile con quasi tutti i giocatori a disposizione se non con alcuni (Richardson, Pozzecco), un esonero arrivato a metà della seconda stagione su richiesta messa per scritto di tutto il resto della squadra. L’ultimo ricordo è di Umberto Picardi. «Ero a Ginevra, in visita a una zia, sarà stato il 1960. Sono a una fermata di autobus, ne arriva uno dal quale cominciano a scendere ragazzoni in tuta bianconera. Era la Virtus Bologna, arrivata là per una partita di Coppa. A un certo punto mi sento chiamare. Mi giro, era lui. Vieni, Gaggero, cosa ci fai qui? ».
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