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Da presidente a primo tifoso amaranto «La mia vita spesa per il Livorno Calcio»

fabrizio pucci
Da presidente a primo tifoso amaranto «La mia vita spesa per il Livorno Calcio»

Enrico Fernandez Affricano è stato il numero uno della società dal 1985 al 1988, e ora guida il Club Magnozzi. «Dobbiamo rialzarci» 

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fabrizio pucci

Quando parla del suo Livorno si emoziona. Enrico Fernandez Affricano è un ‘ragazzo’ classe 1935 da sempre innamorato dell’amaranto. «Guardi qui – ci dice mentre indica un documento ingiallito protetto da una cartellina di plastica trasparente – questo è del 1924. L’Unione aveva appena nove anni di vita. Mio padre Paolo ne era già dirigente. E nell’immediato dopoguerra insieme a Nesti e Bellandi ne fece ripartire l’attività dopo il blocco dei campionati nel periodo bellico».

Tifoso da sempre, dirigente e anche presidente in età adulta. Ci aiuta a sfogliare il suo album di ricordi?

«Volentieri! Ma bisogna fare un salto dal 1947 ai primi Anni ’80. Avevo circa 12 anni quando vidi la prima partita del Livorno allo stadio. Giocammo contro il Milan. Da allora non ho mai lasciato la nostra squadra. Ne sono stato tifoso e poi dirigente. Acquistai azioni della società ai tempi di Martelli e poi fui presidente del Centro di Coordinamento dei Club, sempre con un obiettivo: portare entusiasmo attorno al Livorno».

Quale periodo ricorda con maggiore piacere?

«Quelli da dirigente. Ciò che accadde nel 1982 ricorda il periodo che stiamo vivendo oggi. Il Livorno di Corasco Martelli fallì e insieme ad altri imprenditori (Andrei, Barnini, Bartoli, Busoni, Dini, Gori e Scardigli ndc), costruimmo una squadra in grande di rilevare la società. Furono decisivi gli appoggi esterni della Compagnia Lavoratori Portuali e delle famiglie Fremura, Neri e D’Alesio. Tutti garantimmo una certa cifra e potemmo gestire il Livorno per tre anni. Nominammo presidente Leo Picchi. E dire che tutto iniziò con una retrocessione traumatica».

Quella del 1983…

«Esatto. Il 5 giugno di quell’anno ero presente al San Paolo di Napoli quando Arena, attaccante del Campania, segnò il gol che ci scaraventò per la prima volta nella nostra storia in quarta serie, in C2. Quell’amarezza, però ci dette una motivazione così feroce che l’anno dopo allestimmo la squadra dei record di Renzo Melani. Io gestivo la società e ci comportammo bene anche l’anno dopo, il 1984/85 quando da matricola, arrivammo settimi in C1. In quel periodo arrivò il gruppo modenese, capeggiato dall’amministratore delegato Bergamini e dal dg Galassi. Picchi si era fatto da parte e io diventai presidente, ma ormai eravamo sulla via del disimpegno. Poco tempo dopo infatti, questo gruppo di lavoro si sciolse».

I ricordi più belli di quel periodo?

«Le trasferte. Mi divertivo tantissimo nel seguire la squadra. Indimenticabile il 3-0 con cui espugnammo il ‘Moccagatta’ di Alessandria il 19 febbraio 1984. Inoltre sono stato per otto anni consigliere di Lega e quelle battaglie per farci inserire nel girone nord anziché al sud mi appassionavano».

Quali analogie trova tra il 1982 e il 2020?

«Semplice: oggi come allora a società era in crisi. All’epoca fallì, adesso il tracollo è stato evitato, ma c’è ancora da lavorare molto per salvare il calcio a Livorno. Nel 1982 ci pensammo noi, ma ora? Io so che i tifosi stanno soffrendo per una situazione tragicomica. Siamo andati a giocare a Como con i giocatori contati. Ai ragazzi va fatto un monumento, ma la situazione resta vergognosa e imbarazzante».

Lei sarebbe disposto a fare da catalizzatore di risorse economiche per il Livorno?

«Volentieri. Purtroppo ho un’età avanzata e non posso espormi in prima persona, ma lo farei molto volentieri. In parte l’ho già fatto. Ricordate quando fui chiamato da Peiani per dare una mano alla società? Grazie all’aiuto di Roberto Piccini ottenemmo firme, nero su bianco, da una serie di imprenditori livornesi per un impegno dai 30 ai 50mila euro ciascuno. Avremmo garantito una sponsorizzazione da 600mila al Livorno».

Però quell’esperimento non andò a buon fine…

«Lo so. Ma questo non significa che non dobbiamo riprovarci».

Ha più sentito Spinelli?

«No. Per me il presidente è un’ottima persona. Al Livorno tiene, ma a suo figlio del Livorno non interessa e quando in casa un figlio osteggia le manovre del capofamiglia, è facile che questo non abbia voglia di rompersi l’anima ogni volta».

Se lo sentisse che cosa gli direbbe?

«Gli direi che una parte dei tifosi non è riconoscente nei suoi confronti, ma che pure lui ha sbagliato perché è stato troppo assente lasciando a se stessa la società».

Il coinvolgimento di Spinelli è l’unica via per risorgere?

«Al momento sì. Con questo, non lo preghiamo in ginocchio. Da qui a giugno speriamo che possa garantire la sopravvivenza della società, ma in questi sei mesi tutti dobbiamo lavorare per trovare un’alternativa valida. Perché qui o si rinasce o è giusto chiudere i battenti. Mentre proviamo a salvare la categoria, cerchiamo di coinvolgere di nuovo Spinelli. Posso aggiungere una cosa?».

Certo.

«Non voglio passare da superficiale. Stiamo vivendo in un’epoca drammatica con questa maledetta pandemia. Parlare di imprenditori disposti a mettere soldi nel Livorno può sembrare una bestemmia . C’è però anche da pensare alla valenza sociale del calcio, specie in una città come la nostra».

Una soluzione quale potrebbe essere?

«Sono disposto anche ad andare a Genova da Spinelli per parlargli. Dobbiamo trovare la quadratura del cerchio anche con gli altri soci. A questo proposito c’è da ringraziare il sindaco Luca Salvetti, che considero un amico carissimo e che stimo davvero tanto. Insieme a lui, la scorso autunno, dopo una partita casalinga abbiamo messo insieme in una stanza tutti i dirigenti e abbiamo intimato loro di trovare un accordo per il bene del Livorno. Da allora qualcosa è cambiato».

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