Gioco
Benvenuti in paradiso Il pivot di Collesalvetti vince la Supercoppa ed è premiato Mvp
Ormai è uno dei migliori lunghi della serie A2 e punta in alto «Devo tutto al Don Bosco, capacità tecniche e mentalità»
LIVORNO
Di stoffa Lorenzo Benvenuti ne ha da vendere. E ogni anno, la qualità del ragazzo(ne) di Castell'Anselmo - frazione del Comune di Collesalvetti - cresce a vista d’occhio, al pari del suo impatto sulle partite. Un processo di maturazione che, all’età di 25 anni, lo ha portato ad essere uno dei migliori lunghi della Serie A2 e a vincere, domenica 15 novembre, la Supercoppa del Centenario e la palma di MVP della finale con la maglia della Givova Scafati, frutto di 17 punti, 6/8 da 2, 1/1 dall’arco, 2/3 ai liberi 7 rimbalzi per un complessivo 21 di valutazione generale. Ennesimo prodotto del settore giovanile della Pallacanestro Don Bosco, della splendida nidiata ‘95/’96 allenata nel campionato di Serie B da coach Andrea Da Prato (attuale head coach della Pielle), Benvenuti dal 2014 milita stabilmente in A2 (Jesi, Ferentino, Reggio Calabria, Bergamo, Forlì e Scafati) e qualche giorno fa, sul parquet di Cento, ha festeggiato il primo trofeo di una carriera destinata a proseguire (almeno) in Serie A. Lorenzo, la sua crescita costante non sta certo passando inosservata, e adesso è arrivata anche la Supercoppa.
Cosa le manca per compiere il grande salto fra i professionisti?
«Giocare nel massimo campionato nazionale è un obiettivo che ho e che spero di raggiungere il prima possibile. Cosa manca per farlo non è compito mio dirlo, ma sicuramente c’è molta curiosità di confrontarmi con la fisicità della Serie A e l’adrenalina che essa sa trasmettere. Se un domani arriverà una chiamata, sarà per me un grande motivo di orgoglio. Tuttavia, non mi dispiacerebbe neppure conquistarla sul campo, vincendo la A2 con Scafati».
A proposito di crescita: quanto è stata importante l’esperienza giovanile al Don Bosco?
«Al Don Bosco, e soprattutto alle persone che gravitano attorno al Don Bosco, devo moltissimo. Una società che lavora con i giovani come pochi fanno in Italia e li valorizza fin da subito su scala nazionale. Della squadra di cui facevo parte, penso a Saverio Mazzantini (oggi a Piombino, ndr), Jacopo Lucarelli (Capo d’Orlando e Roseto, ndr), Giorgio Artioli (Omegna, ndr), Francesco Forti e Davide Marchini (Libertas 1947, ndr), tutti ragazzi che stanno giocando alla grande in B e A2. Anche se si parla di basket giovanile, la struttura e la mentalità del Don Bosco ricalcano quelle di club di alto livello».
Sia sincero: alla maglia azzurra fa mai un pensierino?
«Dopo l’emozione di averla indossata in ambito giovanile, la nazionale maggiore è chiaramente la massima aspirazione di ogni giocatore italiano. Ma al Don Bosco non insegnano soltanto a giocare a pallacanestro, ma soprattutto l’umiltà di guadagnarsi le cose lavorando sodo».
In finale la sua Givova ha battuto la Unieuro Forlì di coach Sandro Dell’Agnello, altro livornese, suo ex allenatore e suo grandissimo estimatore. Cosa le ha lasciato, Dell’Agnello, negli anni di Bergamo e Forlì?
«A coach Dell’Agnello sarò sempre grato per l’opportunità concessami a Bergamo e Forlì; abbiamo trascorso due anni ricchi di soddisfazioni insieme, i primi per quel che mi riguarda da protagonista. È stato bello incontrarlo di nuovo, qualcuno doveva vincere e per fortuna l’ho fatto io...».
Per concludere: che effetto fa alzare una Coppa al cielo?
«È una bella soddisfazione, ed essendo per me la prima mi sono emozionato. Sono stati tre giorni difficili, alla fine ha prevalso l'aspetto mentale. Siamo molto contenti e speriamo sia il primo successo di una lunga serie in un momento storico che ci sta mettendo a dura prova e che non ci ha permesso di festeggiare a dovere».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
