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Porcellini-Livorno, dopo 34 anni il dottore esce dal campo amaranto: "Ecco perché lascio"

Fabrizio Pucci
Porcellini-Livorno, dopo 34 anni il dottore esce dal campo amaranto: "Ecco perché lascio"

Un’altra bandiera che si ammaina: «Da qualche tempo pensavo di lasciare, la vicenda-Covid è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso» 

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LIVORNO. In più di trent’anni trascorsi – è proprio il caso di dirlo – al capezzale del Livorno ha curato un migliaio di giocatori del Livorno. Da Zerpelloni e Perrotta a Luci e Agazzi passando per le icone Protti, Lucarelli e Diamanti e proseguendo per Mazzoni, Paulinho e Siligardi. Ha visto da vicino i campi sportivi di periferia in Eccellenza e i grandi stadi d’Italia e d’Europa. Ha colorato d’amaranto la propria vita e lo stetoscopio che ha appeso al chiodo a settembre. Lo ha fatto dopo aver inviato alla Figc una lettera di dimissioni. Il dottor Manlio Porcellini non è più il medico del Livorno Calcio ed è tutto molto strano.

Che cosa l’ha spinto a lasciare?

«Era un pensiero che avevo in testa da tempo. Il mondo del calcio è cambiato e non è una frase fatta... La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la gestione del Covid».

In che senso ?

«Da quando c’è il virus, il ruolo del medico sociale è cambiato: è diventato il capro espiratorio per tutto ciò che non funziona. Altro che figura fondamentale come cercano di dipingerci. In tempo di pandemia si deve giocare per forza e per farlo deve essere osservato un protocollo giustamente molto rigido. E se qualcuno non lo rispetta, la responsabilità è del medico della società. Prima eravamo figure marginali e ora ci considerano il fulcro di tutto, quando in realtà non lo siamo. E sia chiaro: è una questione di principio che riguarda tutta la categoria e non economica perché da questo punto di vista il Livorno mi ha sempre trattato bene. Quanto alle responsabilità, non le ho mai scansate, ma questo è un gioco perverso a cui mi sono sottratto in totale serenità».

Il Livorno, il suo Livorno. Se le ricorda le sue prime ‘panchine’?

«Alcuni storici sostengono che risalgono al 1985/86. Di certo c’ero nel 1987/88, quello dopo aver vinto la Coppa Italia di serie C».

Apriamo l’album dei ricordi. Quali sono gli allenatori con cui ha ‘legato’ di più?

«Ne ho visti passare oltre sessanta, non vorrei far torto a nessuno».

Via Dottore…

«Mi mette in imbarazzo, ma non posso dimenticare l’amicizia con Donadoni, Cosmi, Di Carlo. Ci sentiamo ancora».

E i giocatori?

«Sono medico di base. Tra i miei 1500 pazienti ci sono tutti gli ex amaranto che abitano a Livorno. Ho uno squadrone di pazienti: dal portiere Bellinelli a Cristiano Lucarelli».

Il medico è anche psicologo. Con il dottore i giocatori si confidano, magari c’è pure chi prova a farsi fare un certificato per non giocare. E’ così?

«Bisognava stare attenti a queste dinamiche. Ho sempre basato il rapporto con i giocatori sulla massima fiducia. In questo modo lavoravo meglio e i giocatori si aprivano, ma ho sempre evitato le prese in giro, quei tentativi di difendersi o nascondersi dietro il medico per non giocare. Vi assicuro che c’è gente che ci prova. Fa parte del gioco».

Quanto tempo ci metteva a ‘sgamarli’.

«Non li facevo nemmeno cominciare».

E’ stato medico anche delle famiglie dei giocatori?

«Sì. Ho sempre dato la massima disponibilità. Sono stato chiamato molte volte di notte per visitare il figlio o la moglie di un giocatore. Ero – e per i miei pazienti sono ancora – l’alternativa al Pronto Soccorso».

Ha mai dovuto alzare la voce con qualche giocatore?

«Con qualche giovane rampante ogni tanto ho dovuto farci una discussione. In una grande famiglia che dirigenti, staff e dipendenti della sede, i rapporti sono molteplici. E’ normale che ci siano momenti di incomprensione».

Dottore con il Livorno ha vissuto anche l’esperienza più drammatica: la morte di Morosini. Ne vuole parlare? Non lo ha mai fatto prima…

«Sì. E’ stato il momento più difficile della mia vita. Ironia della sorte accadde a Pescara, la mia città. È stato uno di quegli episodi che ci si augura di non si avverino mai. Con il ragazzo avevo instaurato una conoscenza personale intensa. Era un uomo molto corretto. Non potrò dimenticare mai quello che ho passato sul momento. Ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità. E poi c’è anche un dopo. E nemmeno quello si può dimenticare. L’unico sollievo che ho, sta nel fatto che – sebbene ci siano voluti otto anni – è stato riconosciuto che in quei minuti concitati ho fatto quello che dovevo fare e che oltre non sarei mai potuto andare».

Torniamo ai bei ricordi. I giorni più felici?

«Quelli delle promozioni. E l’emozione di andare in casa della Juve con il Livorno. Sono tifoso bianconero, ma quando la Vecchia Signora ci fece gol, avrei picchiati tutti i loro giocatori».

Ci racconta qualche aneddoto?

«Lo sport è un mondo popolato da superstiziosi. Io non lo sono, ma non ho mai ostacolato i riti scaramantici dei giocatori (li fanno tutti, nessun escluso) per non essere incolpato in caso di prestazione negativa. E dire che io sono tutto tranne superstizioso».

Capiva subito se un gruppo era vincente o meno?

«Certo. Non sono un tecnico, ma intuivo subito quando avevamo per le mani un gruppo tosto o uno pavido».

Come sta vivendo questi primi giorni da ex?

«In convalescenza perché mi sono rotto il tendine di Achille giocando a tennis. Non ho ancora visto una partita, se intende chiedermi questo, ma tornerò allo stadio. Appena sarà possibile comprerò l’abbonamento». —


 

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