Gioco
La difficile convivenza di tre ex presidenti e il mistero di quei piccoli soci piemontesi
La stagione costerà almeno tre milioni: se a fine campionato ci sarà da ripianare e ricapitalizzare che ruolo avrà Spinelli? Quando Ferretti diceva: «In Lega Pro si rimette soltanto» e l’Asti di Aimo e Cornaglia veniva sfrattato dallo stadio
i retroscena
Chissà se la cessione del Livorno sarebbe andata in porto nello stesso modo, se davanti agli occhi della città non si fosse alzata la coltre di riservatezza voluta da Cerea Banca sui nomi dei 4 soci finanziati per acquistare il 69% della società (accanto a Navarra e Spinelli).
La domanda nasce spontanea dopo che, con gran fatica, si cominciano a scoprire i profili, il passato e la forza economica dei nuovi padroni amaranto.
Detto che siamo tornati alle cordate di Salemmiana memoria, di cui i più giovani potranno trovare tracce poco gloriose nei libri di storia al capitolo anni Ottanta, un aspetto salta agli occhi: si ritroveranno insieme, gomito a gomito, tre ex presidenti, ognuno dei quali, con le proprie caratteristiche, abituato a comandare. Rosettano Navarra non ha soltanto guidato il Frosinone dal 2000 al 2003, prima in serie D e poi grazie a un ripescaggio in C2. Ma è soprattutto socio (al 24%) della Navarra Spa con sede a Ferentino, azienda che fu di famiglia diventata poi colosso dei rifiuti, capitale sociale 5.5 milioni di euro, 14 dipendenti diretti, con una partecipazione - tra le altre - dentro Rimateria, l’Aamps di Piombino, e con varie commesse proprio in via dell’Artigianato. L'imprenditore lo ha detto chiaramente: «Di certo non vengo a pettinare le bambole, io sono abituato a prendere decisioni».
Anche Mauro Ferretti, 72 anni, romano, imprenditore del settore pulizie, è abituato a prendere decisioni e nel calcio ha già conosciuto i mari tempestosi: è stato presidente dell'Arezzo per quattro anni, anche lui partito dalla D, ripescato in Lega Pro dove ha conquistato anche un quarto posto. Ferretti ha lasciato il 17 novembre 2017 e 4 mesi dopo l’Arezzo è fallito in un mare di polemiche (e anche un’inchiesta per bancarotta fraudolenta). «Non so come si possa avere un bilancio positivo in Lega Pro, io non ci sono mai riuscito», aveva detto annunciando la sua marcia indietro dalla presidenza amaranto. Racconta il presidente di Cerea Banca, Luca Mastena, che «Mauro in quell’esperienza ha perso tre milioni di euro».
Del decisionismo di Aldo Spinelli non c’è bisogno di scrivere e pochi avranno davvero creduto che quel 10% di quote amaranto rimasto nelle tasche del suo giubbotto giallo sia davvero dovuto al fatto che nessuno degli altri soci fosse in grado o volesse prendersi quella fettina di torta. Navarra afferma che la permanenza di Spinelli l’abbia chiesta lui, perché lo affiancasse in questa stagione che lo vedrà sulla tolda di comando da presidente e da azionista di maggioranza molto, molto relativa, appena il 3% in più di Ferretti. Ma nessuno oggi può dire come si comporterà il cummenda, come lo ha ribattezzato Mastena: starà alla finestra a guardare (o a subire) le decisioni dei suoi soci? Farà da suggeritore a Navarra? Interverrà?
E soprattutto: se alla fine della stagione - la cui gestione costerà ai sei azionisti non meno di 3 milioni di euro con ricavi assai incerti - ci sarà da ripianare le perdite (e ricapitalizzare), che ruolo avrà Spinelli?
Attenzione, il dettaglio non è banale: basti ricordare cosa successe il 19 aprile 2019 quando Aldo e Roberto Spinelli effettuarono l’aumento di capitale del Livorno mettendo 2.5 milioni di euro, mentre Mirco Peiani (che avrebbe dovuto tirar fuori 500mila euro per manterene il suo 20% di quote) non aderì e di fatto uscì dalla società. Poco importa se all’epoca gli Spinelli avevano la maggioranza e oggi no.
In questo rebus, un ruolo centrale lo giocano anche gli altri pezzi della cordata, la cui solidità economica è lontana anni luce non solo da Spinelli ma anche da Navarra e le cui motivazioni restano ancora da capire.
Non lo dimostra tanto il fatto che per avere il loro pezzetto di Livorno si siano fatti finanziare dalla piccola Cerea una cifra con la quale qui si può comprare al massimo un bilocale sul viale Italia, quanto le visure camerali delle loro attività. Silvio Aimo, torinese, classe 1976, è amministratore unico di quattro piccole società. Nel suo passato c’è una stagione disastrata come direttore generale dell’Asti Calcio nell’Eccellenza piemontese durante la quale la società fu pure sfrattata dallo stadio Bosia. È nell’Asti che il destino di Aimo si intreccia con quello di Angelo Cornaglia, classe 1961, titolare della Parco Immobiliare Cornaglia, società di costruzioni con un dipendente: i registri della Camera di Commercio parlano di otto società aperte e chiuse. Dell’Asti Cornaglia è stato, per brevissimo tempo, direttore generale. Dividerà il suo 17% con un imprenditore lombardo Umberto Casella, 62 anni, di Lumezzane, titolare della Lumen Srl, immobiliare con 50mila euro di capitale, della Gebar Srl, piccola azienda produttrice di gelati con 35mila euro di capitale, ma soprattutto attivo nel noleggio di videogiochi e slot machine con la Nbg Srl, capitalizzata per 20mila euro. Spalle un po’ più larghe, a leggere le visure, ma quanto larghe per affrontare i mari di una Lega Pro, con l’onere anche di rientrare in 4 anni del prestito?
«Volevano comprare il Novara, li ho convinti a prendere il Livorno», ha raccontato ieri Mastena ai lettori del Tirreno, spiegando che i tre sono uniti dall’amicizia col medesimo commercialista, Pierpaolo Gherlone, ex presidente dell’Asti calcio, arrestato due volte in passato per reati fiscali e contro la pubblica amministrazione, e sempre assolto, e ora a processo nell’indagine della Dda di Torino con l’accusa di essersi fatto aiutare a pagare debiti dell’Asti da soggetti appartenenti alla ’Ndrangheta (udienza fissata al 15 settembre). —
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