Il Tirreno

Livorno

Grazie Berry, giocare nel tuo ricordo ci ha fatto diventare grandi restando uniti

Federico Lazzotti
Grazie Berry, giocare nel tuo ricordo ci ha fatto diventare grandi restando uniti

Conclusa l’edizione numero 28 del Memorial Berardo Battaglieri, scomparso a 15 anni nel 1993. Ecco come un lutto può trasformarsi in un dono  

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LIVORNO. Ciao Berry, visto? Lo abbiamo fatto di nuovo. Ancora. Come sempre. Tutti insieme. Per la ventottesima volta. Dai, mica pensavi sul serio che ce ne fossimo dimenticati? Chissà, magari ci stavi guardando, da dove sei tu, dicendo: «Stai a vedere che stavolta non ce la fanno». E invece ci siamo riusciti. Nonostante tutto. È vero, con un mese di ritardo rispetto al primo luglio, il giorno in cui te ne sei andato, a 15 anni, restando per noi, per tutti, un adolescente, un amico, un compagno di giochi, con il caschetto e gli occhi grandi.

Ma non è stato per una dimenticanza e nemmeno per superficialità o sbadataggine. Negli ultimi mesi quaggiù è successo un putiferio. Per colpa di un nuovo virus che può uccidere in silenzio, è stato necessario chiudere tutto: lavoro, scuola e anche lo sport. Ma appena ci hanno detto che potevamo giocare, ci siamo organizzati. Per sicurezza – pensa te che strano – prima di entrare in campo ci hanno misurato la febbre con un aggeggio che somiglia a una pistola. Questa è la procedura. Ma che importa. Abbiamo indossato le scarpe da calcetto e le solite magliette: bianche, verdi e gialle. Intorno al campo abbiamo appeso gli striscioni con il tuo nome: Berardo. E l’impegno che ci siamo presi nel 1993: non ti dimenticheremo. Allora eravamo ragazzini che guardavano in faccia il dolore per la prima volta senza conoscerlo. Ora siamo un po’ invecchiati e quel dolore si è trasformato in memoria collettiva. Consapevolezza. Ma lo spirito è lo stesso. Immutato.

Ti sarai accorto che lungo questa strana strada che stiamo percorrendo insieme, abbiamo perso qualche compagno di viaggio, ma ne abbiamo trovati di nuovi: i bimbi di scuolina e di villa Mimbelli. E in molti sono tornati dopo essere stati assenti. Quest’anno si sono rivisti l’Arricca e Sergio che ora lavora a Londra. Il Bosi, anche se non gioca perché il ginocchio gli fa male, era lì, dietro la rete, insieme a Matte che non manca mai.

È vero, qualcuno ha messo il buzzo, altri hanno perso i capelli. Ognuno ha i propri grattacapi quotidiani. Ma come ha detto l’altra sera Riccardo a cena (eravamo più di trenta): «Tutti hanno dato il massimo, nessuno si è tirato indietro». Eppure non è stata una passeggiata. No davvero. La forma fisica non è quella di un tempo, e poi faceva un caldo bestia al MaraCanà di Corea che nemmeno a mezzogiorno d’estate al campino dei Sette Santi. Ti ricordi quando giocavamo per ore sotto il sole, in mezzo ai sassi che spuntavano da terreno sconnesso, a rincorrere lo stesso pallone. Ma eravamo bimbetti e la fatica e le sbucciature non la sentivamo mica.

Invece stavolta è stata dura: in tanti dopo cinque minuti boccheggiavano. Alessino è entrato, ha fatto due gol, e poi si è dovuto fermare per via di un dolore alla gamba. Addirittura Denis non ha nemmeno giocato perché si è rotto il braccio qualche settimana fa e si è messo a fare l’arbitro. Il Boce ha detto che dopo le prime due partite aveva dolori anche ai lobi delle orecchie da quanto acido lattico aveva prodotto. E oggi, tutti, stiamo facendo i conti con i postumi dell’ultimo sforzo.

Ma nonostante questo è stato un bel torneo. Come sempre c’erano babbo Berardo e mamma Silvia a guardare. Furio, a cui come sempre è toccato il ruolo di cerimoniere, gli ha consegnato una targa e tutti i nostri abbracci. Fuori dal campo poi c’erano un sacco di figlioli, che scorrazzavano mostrando una parte di noi. Forse un giorno – speriamo – toccherà a loro proseguire. Aiutarci, darci un po’ di fiato.

Alla fine hanno vinto i verdi: il Razza in porta, Ricky, il Galli (a cui il premio “datti all’ippica” non è andato giù), Nicola (la finale non ha giocato perché si è fatto male: non ha più il fisico), Nanni, Emi, Giova e Mario. Ora per un anno – hanno già cominciato – ci prenderanno per il culo sulla chat di WhatsApp che abbiamo creato. Ma va bene così. In compenso, prima del torneo, avevamo fatto una scommessa col Razza: se mi fate gol di tacco – ha detto (e ci sono i testimoni) – mi metto a dieta. È successo davvero e ora gli toccherà fare questo fioretto. Siamo già d’accordo con Francesca che lo deve tenere a stecchetto.

Ieri mattina, finito tutto, Riccardo mi ha mandato un messaggio. «Fai un pezzetto sul torneo?». Gli ho detto di sì. Perché questo Memorial, il torneo che porta il tuo nome, è il nostro piccolo miracolo. Un esempio – speriamo – per chi come noi – e sono tanti – ha pianto un amico. E di come una perdita dolorosa, ingiusta, prematura, si possa trasformare in qualcosa di prezioso che unisce, fa crescere. Eccolo il tuo regalo, il tuo dono, il testamento che non hai potuto scrivere ma ci hai fatto capire: lasciandoci più soli ventisette anni fa ci hai permesso di diventare grandi, oggi, restando uniti. E rimanendo quelli di allora almeno per due giorni l’anno, impegnati a prepararci per il torneo successivo in quelli che restano. Senza di te, molto probabilmente, ci saremmo persi, succede a tanti. Invece i ricordi, le cavolate fatte insieme che ognuno di noi avrebbe portato con sé, sono diventati memoria collettiva. Ultima cosa: in finale ho rotto le scarpe e le ho lasciate al campo. Tanto ci vediamo il prossimo anno. Insieme. Come sempre. Per dirti grazie ancora una volta, giocando.
 

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di Redazione web