Sicurezza
Mascherine, termometri e regole a dir poco ridicole Che tristezza questo calcio
La prima partita dopo la lunga sosta in uno stadio con pochi intimi Le uniche urla che si sentono sono quelle di Filippini ma non bastano
il racconto
ALESSANDRO BERNINI
Trentasei e tre. La buona notizia è che il termoscanner (termometro, per intenderci) ci dà la possibilità di entrare allo stadio. Difficile capire se siamo dei privilegiati, forse no. Perché lo spettacolo che ci propone questo sabato è davvero triste. E non solo per la partita che tanto per cambiare ci ha consegnato una sconfitta. Ma soprattutto per il contorno. Una roba che rappresenta davvero un colpo al cuore per chi pensa che il calcio sia della gente.
Alcune misure di sicurezza sono ridicole. Come il fatto che le due squadre entrano in campo a distanza di tre minuti una dall’altra per non avere contatti, hanno il divieto di stringersi la mano e poi qualche attimo dopo i giocatori iniziano a strattonarsi, agguantarsi, spingersi. Perché questo è il gioco del calcio. E le mascherine in panchina? Ma via… Prima fate fare centinaia di tamponi ai giocatori, anche alla vigilia della partita, e poi li fate mettere la mascherina? Il buonsenso è un optional, tutta una roba di facciata che ci vogliono spacciare come grandi misure di sicurezza.
Dentro lo stadio c’è meno gente di una giornata qualsiasi quando il bar della tribuna è aperto. E non riesci a levarti dagli occhi quel giallo che spunta ovunque: dai seggiolini della gradinata alle pettorine degli steward, dalle maglie del Cittadella alle divise della Misericordia. Già ci sentiamo minuscoli in questo stadio infinito, in più ci mettono vicino Coppola, il difensore della Primavera, 2 metri e 02. In gradinata invece a spezzare il giallo dei seggiolini ci sono sei striscioni che qualche club ha voluto comunque sistemare: ci sono quelli del Campanile, del Porto-Nastasio, Baldi e Fieri insieme a Milano Amaranto e quello del Gruppo Fides
Il momento più commovente lo regala Antonio Filippini, che non riesce a trattenere le lacrime durante il minuto di silenzio per le vittime del Covid. Lui ha perso la mamma per questo maledetto virus e il dolore è sempre fresco. Finito il raccoglimento, Antonio si asciuga gli occhi e inizia la sua partita personale fatta di una intensità che fa spavento. Che dopo 8 secondi di match ha già fatto un numero di urla (uno) superiori a quelli di Breda in un anno e mezzo (zero). E’ una iena Filippini, pantaloni neri, camicia nera e le vene del collo che si gonfiano per caricare i suoi giocatori. «Seck corriiii», «su Ferrari, rialzati”, «Bogdan guarda la palla mentre corri». Bastone e carota per tutti. Ma non basta. Perché questo Livorno non ha il dna di Filippini.
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