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«Azionariato dei tifosi come supporto agli imprenditori della nostra città»

Fabrizio Pucci
«Azionariato dei tifosi come supporto agli imprenditori della nostra città»

L’idea di smuovere il tessuto cittadino parte da Pietro Grassi «Non è facile ma non possiamo stare con le mani in mano»

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Avere appena 16 anni, essere tifoso amaranto e avere in testa un’idea che – sebbene non originalissima – può innescare un circuito virtuoso per il Livorno. Pietro Grassi è uno studente del Liceo Enriques. E’ nato nell’ottobre 2003, quando stava sbocciando lo squadrone che Mazzarri avrebbe portato in A dopo 55 anni, ma la passione per l’amaranto non conosce età. Così questo ragazzo ha pensato all’azionariato popolare per uscire dall’impasse.



Non è la prima volta che in città torna alla ribalta l’idea dei tifosi proprietari della società. Accade puntualmente dagli Anni Settanta quando il Livorno naviga in cattive acque, ma il progetto non è mai decollato.

Grassi, però, ha l’entusiasmo e la sana sfrontatezza della sua età: «Ho pensato - spiega - a questa soluzione con mia madre, che lavora in banca, per provare a dare un futuro al nostro Livorno a cui tutti vogliamo bene . L’idea è quella di istituire una quota minima – poniamo ad esempio 1000 euro – che rende azionista della società chi la acquista. Chi non arriva a quella cifra può contribuire per quanto nelle proprie possibilità, ma sotto quella soglia non è azionista».



Al netto delle fallimentari esperienze passate, c’è un aspetto che rischia di ancorare al suolo il sogno del giovane tifoso: la crisi economica. Il quadro è desolante, ma non lo scoraggia: «La mia idea va nella direzione di quanti non stanno soffrendo per la mancanza di lavoro. Va agli altri. A quanti non hanno problemi da quel punto di vista. Alla generazione dei cinquantenni e a quanti hanno vissuto gli anni ruggenti del Livorno. Credo che questo progetto, la possibilità di avere qualcosa in cui credere come il bene della squadra e di conseguenza della città, sia una motivazione fortissima. Infine c’è da dire che i rischi sono contenuti perché ognuno è responsabile delle quote acquistate».



L’iniziativa è lodevole, ma non può camminare con le sole gambe dei tifosi. Grassi lo sa bene e infatti ha subito la contromossa: «L’azionariato popolare è bellissimo, specie in una città come la nostra in cui abbiamo una curva ideologicamente schierata a sinistra e che quindi fa della solidarietà e del sostegno collettivo a un ideale, il suo caposaldo. Tuttavia è chiaro che senza imprenditori in grado di dare una mano, non si va da nessuna parte. Molti imprenditori livornesi non si avvicinano al calcio per paura. Questo, per loro, sarebbe un modo per mettersi in gioco con pochi rischi e senza spendere troppo. Serve un pool che abbia voglia di riportare il Livorno là dove merita». —



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