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Livorno

Basket, la storica impresa della PL e quel catino infuocato che gridava «serie A»

Basket, la storica impresa della PL e quel catino infuocato che gridava «serie A»

La vittoria delle Triglie contro Padova del primo giugno 1980 attraverso i ricordi dei protagonisti di quella stagione indimenticabile

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LIVORNO. Quarant’anni. Nella vita, due generazioni. Nel basket, un’era geologica. Eppure quel primo giugno di quarant’anni fa in tanti, fra la gente della Pielle, ce l’hanno ancora scolpito nella memoria. Ovviamente, ma questo è chiaro, fra quelli che hanno ormai i capelli bianchi o quantomeno le tempie ingrigite. Era, appunto, il 1° giugno del 1980 e la Pielle sponsorizzata Leone Mare tentava il terzo assalto alla serie A (traguardo mai raggiunto nella storia della società), dopo due finali consecutive perse, la prima nel discusso spareggio di Roma contro Chieti, l’altra in gara 3 a Treviso contro la Liberti di Mario De Sisti. Questa volta c’era Padova, il glorioso Petrarca, e tutto passava, sull’1 a 1, su 40’terribili minuti. Con un piccolo particolare, però: questa volta si giocava all’allora Palasport (non ancora PalaMacchia) probabilmente mai più così pieno come in quell’occasione.

Per il terzo tentativo la dirigenza aveva allestito una squadra corta ma fortissima: Diana, Filoni, Marisi, Bianchi, Grasselli e il compianto Primo Giauro si spartivano la maggior parte del minutaggio, Vatteroni e i giovani Creati, Mezzacapo e Patrizi davano una mano dalla panchina.

Dopo le due finali perse da Piero Pasini la squadra era stata affidata a Roberto Raffaele, una luminosa carriera da giocatore e che già cinque anni prima aveva avuto un’esperienza sulla panchina della società di via Cecconi. Il coach la racconta così: «Certamente uno dei ricordi più belli della mia carriera. Ero giovane, ambizioso e quella era la prima grande occasione da allenatore dopo i successi da giocatore e con la maglia azzurra. Quello che ricordo di più è la tensione spaventosa che c’era, fra la gente ma anche fra noi. I giocatori erano tutti, a parte i giovani ovviamente, gente di grande esperienza ma c’erano due campionati conclusi con delusioni cocenti, c’era il desiderio forte di lasciare i cugini al piano di sotto. Entrammo in campo tesi come corde di violino ma tutto filò per il verso giusto, anche se Padova era una squadra fortissima e non mollò mai».

Il campionato, nonostante la forza della squadra, non era stato una passeggiata. C’erano altre due squadre fortissime, Padova appunto (Flebus, Zorzenon, Delle Vedove, Luzzi Conti) e Reggio Emilia (Grasselli jr., Montecchi, Codeluppi, Rustichelli) che a due giornate dalla fine s’era ritrovata con il pass per il primo posto in mano, causa un’inopinata sconfitta casalinga della PL proprio con i veneti 15 giorni prima. Per il gioco degli scontri diretti, in caso di vittoria Reggio sarebbe stata prima sicura e la Pielle addirittura fuori dalla finale. Esatto contrario in caso di colpo esterno livornese: Livorno prima e emiliani terzi. Ma a Reggio erano così sicuri della vittoria dall’aver già preparato un’enorme A di polistirolo (che a fine partita fece una brutta fine...) e averla posizionata a bordo campo, molto vicino al punto nel quale Alfredo Grasselli fece la magata dell’anno. «Giovanni (Diana, ndr) ci aveva portato sopra di 1 con due tiri liberi – ricorda “Ciccio” ma c’erano ancora 6” da giocare e con tutti i tiratori che avevano a disposizione poteva ancora succedere di tutto. Mi ricordai di una cosa che avevo visto fare a D’Antoni in tv poco tempo prima: rimetteva Ghiacci e io difendevo ma dandogli le spalle e guardavo Codeluppi al quale la palla doveva andare. Poi mi girai all’improvviso e intercettai il pallone proprio mentre gli stava per arrivare. Mi ci accartocciai sopra e dopo 5” lo lancia verso il soffitto del Palasport. La sirena suonò mentre il pallone era ancora in aria. La finale? Sinceramente non ho mai avuto paura di perderla, anche se il punteggio fu abbastanza stretto: a quei tempi il fattore campo contava tantissimo e il pubblico ci dette una spinta incredibile. Noi, dal canto nostro, passammo gli ultimi tre giorni in uno stato di concentrazione totale, era la nostra occasione e non potevamo perderla».

Di quella squadra Nedo Filoni era il capitano da anni e se a quella finale ci si arrivò buona parte del merito fu anche sua: in gara1 l’emozione paralizzò la Pielle, il pallone sembrava non volerne sapere di entrare e Padova scappò fino a un vantaggio di 13 punti a secondo tempo già iniziato. A quel punto salì in cattedra Grasselli e canestro dopo canestro, con il suo classico tiro appoggiato al tabellone, riportò la Leone Mare a contatto, fino al – 1 dell’ultimo possesso. Un attimo prima della sirena finale, il capitano firmò dalla media il 71-70. «Sono passati 40 anni – ricorda Filoni – ma se chiudo gli occhi posso ancora sentire l’immenso boato del Palasport al nostro ingresso in campo. Nonostante tanti colpi di scena eravamo là dove volevamo essere, ai play-off con la bella sul nostro campo. Padova era fortissima e ci aveva battuto due volte in regular season, ma noi eravamo un gruppo unico, unitissimi anche fuori dal campo. Noi avevamo una grande compattezza mentale, pronti a risorgere dopo ogni inciampo, vedi l’impresa di Reggio Emilia. La tensione era enorme, mi dissero che il Palasport era pieno già dalle 16, 30 con tre file di persone in piedi nell’ultimo anello (si giocò alle 19, per attenuare gli effetti del caldo, ndr). Ricordo che quando entrai in campo, a sentire il boato di cui parlavo prima pensai: boia de’, o come si fa a perde’oggi...I tifosi furono, come sempre, straordinari».

Il dopo partita fu un mezzo delirio, decisamente superiore a quello che avvenne 15 anni più tardi dopo la promozione in A1 nella notte di Rieti. La squadra, dopo cena, festeggiò fino a notte fonda al Ciucheba di Castiglioncello con i dirigenti e un ristrettissimo gruppo di tifosi. Gli altri, stavano da tempo girando la città con caroselli di auto e bandiere al vento fino all’immancabile sosta sotto la redazione del Tirreno. Quel giorno fu l’inizio del grande basket a Livorno perché l’anno dopo sarebbe salita anche la Libertas e cominciò il decennio più bello nella storia del basket cittadino: Livorno era capitale del basket. 
 

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di Redazione web