Gioco
Da Locatelli a Romano: in vendita dal 2006 ma nessuno strappa il Livorno a Spinelli
Trattative, promesse, ripensamenti, offerte arrivate e offerte mancate In 14 anni ci hanno provato in tanti ma senza raggiungere l’obiettivo
ilcaso
fabrizio pucci
Spinelli lascia o raddoppia? Yousif acquista o si defila? Lo scopriremo solo vivendo. Nel frattempo, data l’impossibilità di prevedere il futuro ci rifugiamo nel passato. La storia degli ultimi venutno anni amaranto racchiude un mondo: playoff persi, promozioni indimenticabili, traguardi gloriosi, retrocessioni vergognose. Lacrime di gioia e di dolore. Giocatori-simbolo, allenatori geniali, tecnici incapaci e calciatori inguardabili. Tre le costanti che ci hanno accompagnato dal ’99 a oggi: i tifosi che non mancano mai, Spinelli e – a intervalli regolari – le tante proposte d’acquisto (o presunte tali) arrivate sulla scrivania del presidente. Dopo tutto quel suo mantra “sono stanco, è un bagno di sangue” ripetuto dinanzi ai bilanci cristallini della società ha sempre sortito l’effetto di un richiamo per imprenditori seri, ma anche per mezze cartucce e millantatori.
La storia delle trattative o pseudo-tali per l’acquisizione del Livorno inizia nel 2006.
Il copyright del tentativo di dare la scalata alla società amaranto spetta a un livornese: Andrea Locatelli. La sua società – la Media Partner – si occupa di diritti tv legati al calcio. Il ruolo dell’advisor poi andrà – anni dopo – a Infront che di Media Partner è una costola. Locatelli è socio in affari del futuro presidente della Lega di serie B Andrea Abodi. Ha soldi e voglia di prendere il Livorno. Arriva ad offrire qualcosa come 8,5 milioni di euro, ma quelli sono i migliori anni della gestione Spinelli. La squadra è in serie A e sbarca in Europa. Il parco giocatori ha un valore economico altissimo per cui il presidente respinge Locatelli chiedendo il doppio: 17 milioni. Trattativa arenata per sempre.
Passano due anni, il mondo del Livorno cambia perché la squadra retrocede in B, ma c’è chi vuole prendere il Livorno. È l’imprenditore edile di Venturina Maurizio Berrighi che guida una cordata prestigiosa di cui fanno parte alcuni big: Ferragamo, Antinori, Falck e il pratese Pecci. Berrighi si presenta anche al sindaco Cosimi che ne garantisce la solidità economica e la serietà. La discesa in B ha deprezzato il Livorno, l’offerta è di 5, non bruscolini. Il presidente non rifiuta l’offerta, ma nemmeno l’accetta. E alla fine salta tutto.
Gli “assalti alla dirigenza” con cadenza biennale. Il 2010 vede comparire sulla scena la famiglia Tesoro, proprietaria della Pro Patria e con ambizioni di scalare le categorie. Quello con Spinelli però è un contatto superficiale. Altri due anni ed ecco nuovi soggetti interessati. È il 2012 quando sulla scena irrompe la finanziaria Martos, già impegnata nella sponsorizzazione del Basket Napoli. I suoi emissari incontrano Spinelli e anche il sindaco Cosimi, ma dopo un avvio promettente la trattativa si arena. Spunta allora la Banca Ifigest che trova in Fabio Galante l’avamposto per contattare Spinelli. L’ostacolo insormontabile, stavolta, è dato dalla squadra che rischia di finire in C. Ad aprile c’è la tragedia di Morosini e Spinelli decide di tenersi il Livorno.
Passano i soliti due anni ed ecco la trattativa che – prima di questa con Yousif – è andata più vicina al closing. E’ quella con il livornese Stefano Bandecchi. Ex parà, è il proprietario di Unicusano, Università privata di Roma. La curva non lo vuole per motivi politici, Spinelli invece fiuta l’occasione di cedere salvo poi ricredersi ed esplodere: «Questi non hanno soldi. Portino 4 milioni al Tirreno in una trattativa pubblica o salta tutto». E’ l’inizio della fine perché il pres rincara la dose: «Quello è l’acconto. Il Livorno costa 12 milioni. Ne ho visto solo uno e mezzo». The end. Bandecchi andrà a Terni. Spinelli resta in sella.
Nel 2016 il Livorno finisce in C. Non si esaurisce invece la fila di possibili acquirenti. A fine anno è la volta della famiglia Ferrari. Sono costruttori brianzoli che ostentano concretezza. Iniziano la due diligence, ma poi si defilano. Vengono sostituiti sul proscenio da due fondi di investimento inglesi. Ad uscire allo scoperto è il giornalista e procuratore sportivo Primo Salvi che al Tirreno illustra programmi e progetti. Con il passare del tempo, però, la trattative rallenta fino a bloccarsi. La serie C abbassa il valore della società e gli acquirenti fioccano. Nell’estate del 2017 Spinelli assume il nuovo dg: è Nicola Pecini che entra in società con la promessa di acquistare dapprima il 20% e poi il resto delle quote del Livorno. Non sarà mai ratificata né l’una né l’altra operazione. Anzi il dg salta quando il Livorno sta per buttare via la promozione in B. È la primavera del 2018.
Sei mesi prima Spinelli aveva trovato in Marco Arturo Romano un socio di minoranza con il 28% delle quote, ma anche una clausola rischiosa. Se a giugno 2018 l’ingegnere fosse riuscito a versare 2,4 milioni sarebbe salito all’80% diventando di fatto il proprietario del Livorno. Il sodalizio, invece si scioglie ai primi aumenti di capitale di Spinelli. Salutato Romano, in società, con il ruolo di dg e il 20% delle quote entra l’imprenditore livornese Mirko Peiani che cerca di coinvolgere altri concittadini con un gruppo denominato “Amici del Livorno”. Ma l’accordo non si trova.
Il resto è cronaca e non ancora storia. A gennaio c’è l’assalto del gruppo argentino Sr Investments Group di Sebastian Reggiardo. La corrispondenza con gli Spinelli è lunga e infruttuosa. Le cifre dell’accordo mai raggiunto? 1,5 milioni in caso di permanenza in B, 500mila con la squadra in C. A febbraio poi entra in campo Majd Yousif. La sua è la trattativa numero 13. Chissà se porterà bene. —
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