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il caso 

Non ci sono tamponi in giro e poi si fanno ai giocatori

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A monte di tutto questo, però c’è il primo rebus da risolvere: quello dei ricercatissimi tamponi. Ad ogni società ne servono a centinaia perché l’esame va effettuato a tutti i componenti dello staff tecnico (giocatori, allenatori, preparatori, magazzinieri) e ripetuto più volte a distanza di pochi giorno.

Escluso – anche per motivi etici - che sia l’Asl a “passare” il kit, un’ipotesi è che ogni società ne acquisti una tipologia per conto proprio. In questo modo però si rischia una corsa al ribasso dei prezzi con inevitabile ricaduta sull’attendibilità del test. Infine i tamponi dovranno essere analizzati in un laboratorio pubblico o privato per cui i tempi rischiano di allungarsi con conseguente difficoltà oggettiva di far ripartire il campionato. Il protocollo della Commissione Medica della Federazione è teoricamente inoppugnabile ma difficile da mettere in pratica. Ecco perché la ripresa dei campionati è tutt’altro che certa.

Il problema etico comunque resta, anche se i tamponi non dovesse passarli l’Asl. Vi sembra giusto che un comune cittadino, che magari sta pure male, non abbia la possibilità di fare un tampone, mentre magari ai calciatori sia data la possibilità (anzi, l’obbligo) di farli non una ma addirittura più volte? No, non è giusto.

E qui non c’entra un discorso di promozioni o retrocessioni. Qui si tratta di buon senso. Sennò si perde la logica di tutto. —

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di Redazione web