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IL PERSONAGGIO 

Gira il vento e Marrai ammaina la sua vela «Devo fermarmi, ma torno da allenatore»

Andrea Masini
Gira il vento e Marrai ammaina la sua vela «Devo fermarmi, ma torno da allenatore»

Dopo la decisione del Coni di non rilasciargli l'idoneità agonistica, il pluricampione livornese è pronto per la nuova avventura 

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Si dice spesso che “non è forte chi non cade, ma chi cadendo ha la forza di rialzarsi”, specialmente quando si raccontano storie di campioni. E così ha fatto Francesco Marrai - livornese del ’93, talento purissimo della vela italiana - capace di aggiudicarsi nel 2015 il Test Event olimpico nelle acque di Rio de Janeiro, salvo poi sfiorare un clamoroso podio ai Giochi. Risultati di respiro internazionale proseguirono nel 2017 (vittoria a Palma di Maiorca, medaglie in Coppa del Mondo, l’argento all’Europeo di Barcellona…), fino a quel maledetto giorno in cui, proprio sul più bello, il Coni si vide costretto a non rilasciare l'idoneità agonistica al ragazzo nato nel Circolo Nautico Livorno in via precauzionale: «Non è stato facile accettare il fatto di dover abbandonare l’attività agonistica e i miei sogni - ha ammesso Marrai - inizialmente ho cercato di approfondire la questione - in Italia e all’estero - per capire se il problema fosse reale, temporaneo. Volevo capire bene. Ci sono voluti mesi per metabolizzare la botta, ma poi sono riuscito a voltare pagina. Ho conseguito la laurea in Ingegneria Navale, in attesa che la vela tornasse parte fondamentale della mia vita».

Si riferisce alla chiamata di Robert Scheidt?

«Esatto. Non capita tutti giorni di essere interpellato da un campione che vanta 5 medaglie olimpiche e 10 titoli mondiali; avevamo preparato spalla a spalla l’Olimpiade di Rio de Janeiro, poi un anno fa mi squilla il telefono e…».

E cosa è successo?

«Tutto è iniziato, appunto, con delle semplici conversazioni telefoniche nelle quali Robert mi chiedeva qualche consiglio aggiornamento sul nuovo rig della barca, perché lui, dopo Rio, aveva lasciato il Laser per provare il 49er. Insomma, il primo contatto è stato un semplice scambio d’informazioni sugli aspetti tecnici, e successivamente è nata la collaborazione».

Come cambia la prospettiva da atleta ad allenatore?

«Innanzitutto il punto di vista: si passa da ricevere attenzioni a darle. Capire le esigenze, di cosa necessita l'atleta sotto l’aspetto tecnico ed emotivo. Chiamare Scheidt “il mio atleta” mi fa abbastanza impressione e il fatto che mi abbia scelto per quella che penso possa essere la sua ultima campagna olimpica - anche se adesso si è allungata di un anno - mi rende orgoglioso. Da parte mia ce la sto mettendo tutta, il rapporto tra di noi è interessante e stimolante».

Nei periodi chi le è stato maggiormente vicino e l’ha aiutata a superarli?

«La mia famiglia, che ha accusato il colpo almeno quanto me. In particolare mio padre (Logistic Service Manager del team di Luna Rossa tra il 1998 e il 2015, ndr), amante del mare e da sempre il mio primo tifoso, ma anche la mia ragazza, e tutti gli allenatori che ho trovato lungo la mia carriera si sono resi disponibili».

Quanto le manca l’adrenalina delle gare?

«È è la sfumatura alla quale penso di più: la sensazione del sangue fra i denti nei frangenti di massimo sforzo. Dopo parecchi giorni di gara, mi ripetevo “ma chi me l’ha fatto fare”. Ora, invece, rimpiango quei momenti, che non tutti possono capire. Soltanto chi vive per lo sport…».

Le piacerebbe proseguire la carriera di allenatore di alto livello, oppure hai in serbo altri programmi per il futuro?

«Sì, senz’altro. Tuttavia sarebbe magnifico seguire pure le nuove generazioni. Si tratta di due preparazioni molto diverse fra loro: a Robert posso dare qualche indicazione, ai ragazzi potrei mettere a disposizione tutta l’esperienza accumulata negli anni».

La quarantena la sta trascorrendo a Livorno?

«Sì, nella mia città. Che amo ed è sempre un punto di riferimento. Come tutti sto rispettando le regole, in attesa poi di tornare alla routine, agli allenamenti e alle regate».

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