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Livorno

Augusto Bizzi, il poeta delle foto sportive: suo lo scatto simbolo di “distanti ma uniti”

FABRIZIO PUCCI
Augusto Bizzi, il poeta delle foto sportive: suo lo scatto simbolo di “distanti ma uniti”

Cresciuto alle Sorgenti, la passione per la macchina fotografica, dai primi flash per l’atletica leggera fino a Mondiali e Olimpiadi  

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LIVORNO. Si può fare poesia con una fotografia? Sì e nella storia di esempi ce ne sono molti. Al club dei più celebri fotografi dello sport è iscritto ormai da molti anni il livornesissimo Augusto Bizzi che in questi giorni ha dato conferma del suo talento pari solo alla sua sconfinata sensibilità. E lui stesso ad illustrarla: «Ho ritirato fuori una fotografia vecchia di qualche anno. È uno scatto che risale alle Olimpiadi di Rio 2016, ma che – se interpretato nel modo giusto – è molto attuale. Il nostro Elia Viviani ha appena vinto la medaglia d’oro nella gara a punti di ciclismo su pista. Pochi giri prima era caduto; subito dopo aver tagliato il traguardo indica un signore che si sporge dalla balaustra. Quel signore è il suo allenatore, ma soprattutto suo padre. Ho pubblicato questa foto sul mio profilo fb il giorno della festa del papà. Ho evidenziato il tricolore sul petto di Elia e ho pensato: distanti – come i protagonisti di questa foto – ma uniti come tutti gli italiani in questo momento di difficoltà. Il senso della foto è stato colto dai giornalisti di SkyTG24 che nei giorni scorsi ne hanno parlato».

Ci racconta chi è Augusto Bizzi?

«Un ex ragazzo delle Sorgenti con la passione per la fotografia».

Già, ma come nasce quella passione?

«E come è riuscito a farla diventare un lavoro?

«Amo da sempre lo sport. Non l’ho mai potuto praticare per motivi di salute e allora l’unico modo che avevo a disposizione per stare sul campo era quello di fare il fotografo di eventi sportivi».

Ricorda la prima fotografia?

«Ho iniziato da piccolo. Ero un amatore. Ricordo i primi meeting di atletica leggera che ho seguito al Coni. C’erano Mennea e la Simeoni. Che tempi, quelli! ».

La sua fotografia più bella?

«Quella che devo ancora fare. In questo lavoro come nella vita non ci si deve mai accontentare. Ora meno che mai. Una foto adesso ha vita breve: 10 ore, 12. Il tempo di vederla condivisa dovunque e già appartiene al passato. Prima era diverso: c’erano i negativi, c’era la fare dello sviluppo. La sentivi più tua e più a lungo. Adesso è tutto diverso».

La sua marcia verso il successo è stata inarrestabile. Qual è il segreto oltre il talento?

«Sono sempre rimasto lo stesso. Non sono mai cambiato. Ho sempre lo stesso entusiasmo del primo giorno. Quando preparo la borsa, quando prendo un aereo sono carico perché so che vado per cercare la mia fotografia migliore. Con un termine abusato nello sport, ho ancora la fame degli inizi».

Ecco: torniamoci agli inizi. Dopo l’atletica leggera dove è approdato?

«Alla pallacanestro di cui Livorno era capitale. Seguivo le due squadre. Ero presente alla famosa finale scudetto dell’Enichem contro Milano. Collaboravo con Superbasket. Poi mi sono dato al ciclismo: ho seguito un Giro d’Italia per alcune agenzie di stampa».

E il calcio? Assente?

«No. Anzi. Nel 1987 battezzai il Milan di Gullit e Van Basten a Pisa. Poi ho fatto la Champions Leaugue e – insieme a Cristiano Lucarelli di cui sono amico, ho lavorato per lo Shakthar Donestk».

Ricorda come finì quel Pisa-Milan?

«Certo: 3-1 per i rossoneri gol di Van Basten, Gullit e Donadoni su rigore. In porta per i nerazzurri c’era Nista. Adesso sono amico suo e di suo figlio che tira di scherma».

È stato anche fotografo del Tirreno: che ricordi ha?

«Che tempi, quelli! Ricordo la trasferta di Auxerre con Alessandro Bernini. Eravamo in pochi a credere nell’impresa. Ce la facemmo. Per me – cresciuto a pane e amaranto con Tormen, Azzali, Mucci, Vitulano come idoli, fu un sogno. Ricordo di essere andato in sala stampa fine partita. Alessandro scriveva e io mandavo foto. Memorabile quella di Lucarelli aggrappato alla rete dopo il gol. Lavorammo fino alle due di notte. Ci divertimmo anche a Barcellona. Perdemmo, ma vedere la ramblas colorate d’amaranto fu bellissimo. Se penso a quei tempi e vedo che fine ha fatto il Livorno – di cui su internet non mi perdo una partita – mi entra la tristezza”.

Non le manca Livorno?

«Mi manca il mare. Per il resto no perché dentro sono pieno di Livorno».

Come vede la città, in questo suo andirivieni?

«La mostra di Modigliani ha dato una scossa sul piano culturale. Un amico giapponese e allenatore di scherma è venuto appositamente per vederla. Ecco. Quei tre mesi di mostra sono il segno di una possibile crescita della città, ma prima di lei devono crescere i livornesi. Il resto del mondo viaggia a una velocità troppo superiore alla nostra, ma noi abbiamo un enorme potenziale inespresso, e se inneschiamo un processo virtuoso facciamo presto a colmare il gap e a diventare una città europea a tutti gli effetti. Ognuno però deve protare il proprio mattoncino. Livorno vince se gioca di squadra».

Nella sua vita non si annoia. Come trascorre questi giorni di quarantena?

«Sono a casa con mia moglie e mio figlio. Non ci sto mai e mi godo questi giorni. Soffre chi è in terapia intensiva, non chi è a casa. Posso aggiungere una cosa? Forse le mente della gente è in modalità “protezione”, ma mi stupisce un fatto. Se crolla un palazzo e muoiono 700 persone, tutti sui social pubblicano il fiocco nero a lutto. In questo periodo se muoiono 700 al giorno e la gente sembra quasi non curarsene». –


 

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